L’ANTIAUTORE: ARTISTA SENZA VOLTO CHE SCRIVE MUSICA BREVE E FRAGILE

La musica contemporanea sembra aver rinunciato a offrire un volto stabile a cui aggrapparsi, preferendo scorrere e consumarsi come un’immagine che attraversa lo schermo, si dilegua e lascia dietro di sé una traccia più emotiva che riconoscibile. Chiede di essere attraversata più che ricordata, secondo una logica di presenza provvisoria che aderisce con sorprendente precisione alla nuova esperienza quotidiana del tempo. In questo paesaggio sonoro privo di un centro riconoscibile, l’artista si ritira, il tempo si contrae e si dilata, la voce assume i tratti di una fragilità diffusa che si manifesta non come cifra stilistica, ma come pantomima esistenziale.

Ascoltare musica oggi equivale sempre meno a incontrare una figura e sempre più ad abitare per pochi secondi una forma emotiva che non ha durata né continuità. La figura dell’autore, un tempo centrale e influente, tende a dissolversi fino a diventare una funzione intermittente, un punto di condensazione momentaneo all’interno di un flusso che lo oltrepassa. L’attenzione si sposta così dalla biografia alla circolazione, dal volto alla traccia, dalla presenza fisica alla persistenza digitale.

L’artista senza volto emerge allora come una figura tutt’altro che accidentale, piuttosto come il prodotto coerente di una mutazione più profonda che investe il nostro modo di pensare l’identità. Produttori invisibili, progetti collettivi, e identità che si moltiplicano e si cancellano con la stessa rapidità con cui vengono generate, delineano un panorama in cui l’autore romantico, colui che firmava un’opera come si firma una vita, muore e lascia spazio a una presenza diffusa che si distribuisce lungo una rete di giochetti studiati, più che concentrarsi in un nome.

È in questo contesto che si fa spazio la figura dell’antiautore, che si contrappone a quella del cantautore. L’antiautore è quella voce uguale a tutte le altre, interprete di brani impersonali uguali a tutti gli altri, mascherata dietro un’estetica e un’attitudine narrate come peculiari ma che in fin dei conti sono uguali a tutte le altre. È la truffa dell’antiautorato.

In questo arretramento della figura autoriale naufragano l’eroismo e la centralità individuale, come se la musica avesse scelto di rinunciare alla postura rappresentativa per aderire in guisa parassitaria al mondo che attraversa, fino a confondersi con esso.

A questa rarefazione del volto corrisponde una trasformazione altrettanto tragica nella percezione del tempo musicale, che arriva a ridursi fino a frammenti di due minuti, talvolta meno, come se la forma breve fosse diventata l’unica in grado di restituire fedelmente l’orizzonte emotivo di un’epoca che fatica a sostenere la durata. La musica si offre oggi come una scarica elettrica intermittente che si spegne prima ancora di sedimentarsi in memoria, traducendo in suono quella soggettività mobile e discontinua che caratterizza l’esperienza digitale.

Questa compressione del tempo musicale dialoga con una tendenza che attraversa in profondità la produzione contemporanea, quella che si può definire snervante estetica della fragilità, oppure retorica della lacrima o ancora poverinismo, nella quale ansia, apatia, malinconia, incertezze, disorientamento, solitudine, dolore e senso di vuoto sono ciò che la musica assimila come condizione espressiva primaria, inscrivendolo nella tessitura del suono, nel tono delle voci, nella ridondanza degli arrangiamenti e, soprattutto, nei testi antiautoriali.

La voce, in particolare, si trasforma in uno spazio in cui la soggettività appare insieme esposta e dislocata, spesso filtrata, talvolta resa artificiale, quasi a testimoniare la difficoltà di una presenza pienamente incarnata nel contesto di una comunicazione perennemente mediata In questo paesaggio sonoro decadente, e non di certo in senso dannunziano, la vulnerabilità assume i tratti di un linguaggio unico, di un registro espressivo ordinario attraverso cui prende forma un’idea di verità slegata dall’autenticità individuale e che mira alla possibilità di risuonare in una moltitudine di esperienze affini. La musica rinuncia a qualsiasi volontà salvifica per aderire subdolamente alla condizione di chi ascolta, in modo da catturarne l’attenzione in quei pochi minuti che il mercato digitale lascia a disposizione.

La convergenza tra sparizione del volto, contrazione del tempo e centralità della fragilità delinea così una mutazione nefasta dell’immaginario musicale, sempre meno interessato alla costruzione di figure esemplari e sempre più orientato alla compassione forzata e, ancora peggio, imposta. L’eroe lascia il posto alla presenza intermittente, la forma lunga cede alla micro-intensità, il racconto crolla in una costellazione di stati emotivi tutti uguali che si accendono e si spengono nel breve arco di una traccia.

Tuttavia, in questa trasformazione si profila non tanto la fine della musica, fortunatamente, quanto la fine di un’idea di soggetto stabile, riconoscibile, narrabile, che tanto aveva contribuito alla creazione di opere musicali monumentali, a favore di una soggettività che si manifesta per apparizioni e per frammenti.

La musica contemporanea, in questa prospettiva, smette di rappresentare l’uomo per iniziare a somigliare a un uomo debole, facendosi essa stessa instabile e provvisoria. Si manifesta, dunque, come una sequenza di impulsi emotivi che scorrono senza imprimersi, dove la vulnerabilità diventa forma condivisa ma inutile e l’eroe si perde in un vuoto privo di riferimenti veri.

Tommaso Lupo Papi Salonia

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