MILANO CITTÀ DI (E IN) MEZZO
Milano, città di mezzo, nel passaggio di secolo e millennio appare sospesa, indecisa o forse incerta nella confusione crescente anche per i molti visitatori dai molti moventi e intenti, da molte parti del mondo. Passaggio di secolo e millennio all’insegna di una transizione globale tecnologica e politica. E, di più lunga durata, una transizione europea al contempo culturale istituzionale economica, in cui Milano città di mezzo è chiamata a fare la propria parte, in quest’ anno manzoniano riflettendo anche su sé stessa.
Lo ha già fatto negli anni successivi alla guerra fredda, apparentemente della fine della storia, che stava invece progredendo nella transizione europea da mercato unico a soggetto politico UE con una propria moneta e un proprio parlamento, ma un sistema di governo condominiale. In quegli anni Progetto Milano, realizzato con la partecipazione di esperti da tutto il mondo, pose a tema il ruolo di Milano nel nuovo contesto, su iniziativa dell’allora Istituto Regionale di Ricerca con la presidenza di Pier Giuseppe Torrani ed il coordinamento scientifico di Giancarlo Mazzocchi, economista dell’Università Cattolica.
Una nuova rivoluzione (non solo) tecnologica si stava manifestando nel pc, allora delle dimensioni di un piccolo armadio. Peculiare di Milano, oggi ad aiutarci a riflettere sul cambiamento che si fa storia e sul dovere-convenienza di esserne attori consapevoli e responsabili, concorre il centenario manzoniano che le università milanesi stanno insieme discutendo e celebrando. Esemplarmente nel capitolo XI, in cui camminando avanti e indietro don Rodrigo fa il punto sulla sua impresa di rapire Lucia: «E a Milano? Chi si cura di costoro a Milano? Chi gli darebbe retta? Chi sa che ci siano? Son come gente perduta sulla terra; non hanno neanche un padrone: gente di nessuno» [I PROMESSI SPOSI DI ALESSANDRO MANZONI, a cura di Franco Ghisalberti, Hoepli Milano 1998, p. 240]. Che oggi a Milano sono numerosi e d’ogni parte del mondo, così come di Milano e di ogni parte del mondo sono i visitatori-clienti di fine settimana.
Che mi ricordano quando, a inizio millennio in piazza Duca D’Aosta diretto in stazione, il mio sguardo fu attirato verso la sommità del Pirellone, già sede del governo regionale, da una vera e propria nube di passeri che, alzatesi tutti insieme in volo, si disperdevano in ogni direzione, fino a sparire dietro i tetti. Un astante osservò che la causa era un falchetto che aveva fatto il nido sul grattacielo.
Può sembrare, ma non me la sono inventata e m’è tornata in mente leggendo su Il Sole 24 Ore l’articolo «La rottura dell’ordine come metodo di governo» di Gregory Alegi, professore di Storia e politica Usa alla Luiss [18/1/26, p. 5]. Wall Street trainata soprattutto dall’IA (che molti ormai temono si trasformi in bolla) e il suo buon andamento sono un faro puntato sul mancato abbattimento del costo dei prodotti di consumo, tanto da porre al centro anche del dibattito politico l’affordability: poter avere casa, auto, assistenza sanitaria con il proprio reddito e/o con l’intervento pubblico. Negli USA di oggi si sta moltiplicando la «gente perduta sulla terra; non hanno neanche un padrone: gente di nessuno».
Il vantaggio culturale e perciò strategico di Milano e dell’UE è gestire bene la propria economia, etimologicamente l’amministrazione della propria casa, dove la parola-chiave è anche e anzitutto ‘casa’. Come scrisse nel 1962 lo storico economico Carlo Maria Cipolla [The Economic History of World Population] la nostra casa – non solo nostra preda – è ora il mondo intero, ma a mostrarsene politicamente consapevole, con errori e ritardi tuttora gravi e colpevoli, è solo l’Europa ora UE, peraltro in conseguenza di due guerre mondiali provocate dalla stessa Europa, e la seconda già combattuta con bombe atomiche.
Nella Milano sempre più città di mezzo europea e globale, in uno dei discorsi di sant’Ambrogio l’Arcivescovo di Milano Carlo Maria Martini, rifletteva su “I doveri di solidarietà mondiale che incombono sull’Europa”. «Anzitutto deve essere chiaro – e il Sinodo lo ha sottolineato – che il superamento delle contrapposizioni tra Est e Ovest e l’impegno per un nuovo ordine economico e politico in Europa non possono significare il concentrarsi del nostro continente su di sé. La nuova situazione che si sta creando dovrà piuttosto rendere possibile una maggiore apertura dell’Europa verso altri continenti e una maggiore assunzione di responsabilità, a partire dalla capacità di aprirsi all’immigrazione che da essi proviene, privilegiando tuttavia l’aiuto da dare a questi paesi perché imparino a fare da sé e camminino verso una sufficienza economica e produttiva che li renda partner alla pari nel mercato internazionale.
Sarà dunque importante attuare la promozione e il consolidamento di regimi autenticamente democratici nei paesi in via di sviluppo, favorire l’apertura dei propri mercati ai loro prodotti, avviare una riforma coraggiosa del sistema internazionale del commercio e del sistema monetario e finanziario e una politica più equa del debito internazionale, dare sostegno a programmi e iniziative di sviluppo culturale. Bisognerà dare la priorità a quelle situazioni in cui mancano gli stessi mezzi di sopravvivenza come pure sarà necessario un maggiore impegno per creare strutture più efficaci per la prevenzione dei conflitti, l’abolizione del commercio delle armi, la lotta contro lo spreco delle risorse e la salvaguardia del creato per le nuove generazioni» [Carlo Maria Martini, Le ragioni del credere. Scritti e interventi, a cura di Damiano Modena e Vittorio Pontiggia, Mondadori 2011 p. 1627-8].
Buon lavoro a tutti.
Giuseppe Gario

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