6 Gennaio 2026

NUOVA OPERA ALLA SCALA

Anna A. di Silvia Colasanti


Dal 28 settembre al 2 dicembre, su libretto di Paolo Nori, è andata in scena “Anna A.” la nuova opera inedita della compositrice romana Silvia Colasanti, una delle voci più significative della musica contemporanea italiana. Si è formata al Conservatorio di Santa Cecilia e si è perfezionata con maestri di rilievo internazionale, affermandosi con un linguaggio personale che attraversa teatro musicale, opera, musica orchestrale e da camera. Le sue opere sono eseguite nei principali teatri e festival europei, mentre dal 2022 insegna Composizione al Conservatorio di Santa Cecilia. Nel 2024 è stata nominata direttrice artistica del Festival della Valle d’Itria e dell’Accademia del Belcanto “Rodolfo Celletti”, prima donna a guidare l’istituzione.

Quest’anno la compositrice ha avuto il grandissimo privilegio di ricevere una commissione dal Teatro alla Scala. Questo evento rappresenta un passaggio di grande rilevanza non solo per la carriera della compositrice, ma per l’intero panorama musicale italiano. Per la prima volta nella storia del teatro milanese, uno dei templi assoluti dell’opera mondiale, una donna firma una nuova produzione, rompendo un equilibrio rimasto immutato per oltre due secoli. L’incarico, oltre ad essere un riconoscimento del valore artistico di Colasanti, è un segnale simbolico e culturale potentissimo: testimonia l’apertura delle grandi istituzioni alla creatività femminile contemporanea, ancora oggi sottorappresentata nel repertorio operistico. È un gesto che ridefinisce il presente e, soprattutto, apre la strada alle future generazioni di compositrici, indicando che uno spazio finora negato può finalmente essere abitato.

Nonostante l’importanza sopra citata, non passa inosservata la disparità con cui la Scala sembra aver sostenuto “Anna A.” e l’opera di Francesco Filidei “Il nome della rosa”, andata in scena dal 27 aprile al 10 maggio. Mentre al lavoro di Filidei è stata infatti dedicata una campagna comunicativa ampia, strutturata e ben riconoscibile, con una presenza costante nei materiali promozionali della stagione e un apparato produttivo che ha beneficiato di risorse significative, l’opera di Colasanti è apparsa circolare in modo più discreto, con una visibilità decisamente inferiore rispetto al suo potenziale artistico e culturale.

Visibilmente differenti sono anche le risorse ed i fondi utilizzati per la realizzazione delle scenografie, una maestosa, ricca di effetti speciali e di comparse e l’altra, statica e quasi sopra la buca dell’orchestra.

Questa differenza, percepita da addetti ai lavori e pubblico, riapre purtroppo il dibattito sulla coerenza dei criteri di investimento e sulla necessità di offrire pari sostegno a tutte le nuove creazioni, soprattutto quando si tratta di prime assolute.

ANNA

Simbolo della poesia russa del Novecento, Anna Achmatova rappresenta molto più di una poetessa: è una testimone della dignità umana di fronte alla repressione. Nata nel 1889, vide la scomparsa di amici e familiari travolti dalle purghe staliniane, subì la censura, la miseria, l’isolamento. Eppure non smise di scrivere, anche quando la parola diventava pericolosa. Lo stesso cognome, Achmatova, è diverso da quello originario paterno per non collegare la famiglia ai suoi scritti compromettenti.

Le sue poesie, spesso tramandate oralmente per sfuggire alla polizia politica, portarono avanti un dialogo segreto con la collettività, trasformando il dolore personale in memoria universale. Nella sua voce si intrecciano la maternità e la patria, l’amore e la perdita, la fede nell’arte come ultimo rifugio dell’anima.

“L’arte non è mai neutra: o resiste o si piega.  Achmatova è l’esempio di una voce che ha resistito, che ha scelto il silenzio solo quando la parola avrebbe potuto tradire la verità.”  S. Colasanti 

“Tutti i più grandi letterati russi del novecento sono passati per la censura. I letterati sono stati i principali nemici del potere centrale russo. Per questo vietare in occidente le opere d’arte russe non è fare uno sgarbo al potere ma fare un favore.” P. Nori

L’OPERA

La compositrice ha scelto di rendere la tragicità degli eventi rimanendo il più fedele possibile alla realtà storica, tranne nella scena della battaglia di Leningrado, dove alcuni personaggi in scena sono già morti. La realtà dei fatti rappresentati è uno strumento molto potente per far comprendere quale sia il vero scopo dell’opera ossia lasciare un segno nello spettatore. 

Musicalmente, Anna A. si sviluppa attraverso tre modalità distintive, ciascuna pensata per evocare specifiche dimensioni della vita e della poetica della donna. La recitazione su musica orchestrale evocativa accompagna la narrazione, creando un tessuto sonoro che guida lo spettatore attraverso le vicende storiche e personali della poetessa, dalle esperienze giovanili fino agli anni più difficili del regime staliniano. Nei momenti di quotidianità e relazione tra i personaggi, si alterna il “canto di conversazione”, una forma musicale che riproduce il parlato e i dialoghi naturali, rendendo i confronti tra Achmatova e chi le sta vicino più immediati e umani. Infine, il canto lirico fuoriesce nei passaggi di intensi di carica emotiva, sottolineando la profondità della sua arte e il peso degli eventi della sua vita.

La particolare figura del “Potere”, inteso come simbolo delle forze oppressive, della censura e dello Stato autoritario, non viene mai mostrata direttamente in scena se non in una grande aria alla fine. Piuttosto, incombe come una presenza astratta, una minaccia universale che permea ogni azione, ogni parola, ogni silenzio. In questo modo, il teatro trasforma l’oppressione in esperienza sensoriale, permettendo al pubblico di percepire la tensione e il rischio costante in cui Achmatova e i suoi contemporanei hanno vissuto.

L’intero lavoro si propone quindi di coniugare memoria storica, poesia, dolore personale e valore universale. Non si tratta solo di raccontare la vita di una figura storica, ma di trasmettere la sua resilienza e la capacità della parola poetica di sopravvivere alle persecuzioni, diventando strumento di testimonianza e resistenza.

Jacopo Enrico Scipioni



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  1. Annalisa FerrarioPer la precisione, anche i letterati russi dell' Ottocento (Pushkin, Dostoevskij...) ebbero a che fare con la censura. Eppure alla lunga hanno vinto loro.
    6 Gennaio 2026 • 20:41Rispondi
  2. Francesco FilideiGiusto, in effetti avrei dovuto fare come Silvia che nel tempo che ci ho messo a scrivere il Nome della Rosa ha scritto due opere, una per l’Opera di Roma e una per Milano, invece di unire le due ben distinte commissioni che avevo fra Opera di Parigi e Scala per avere un progetto che potesse disporre di più risorse, almeno avrei evitato articoli del genere (forse).
    7 Gennaio 2026 • 16:09Rispondi
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