6 Gennaio 2026

VENEZUELA, IL GOLPE AMERICANO

Si apre l'emergenza democratica su scala mondiale


Donald Trump ha festeggiato il nuovo anno con il golpe in Venezuela. L’obiettivo era Maduro, l’operazione lungamente preparata. Trovati i complici interni, tutto è stato facile, chirurgico. Un’operazione militare speciale come sognava Putin per l’Ucraina. Sequestrato il dittatore, accusato di narcotraffico come il Noriega panamense del 1975, si instaura, ci si prova, un governo “amico”, pardon si avvia la “transizione democratica” per riportare in vita una nazione “morta”. Tutto fuori e contro gli organismi internazionali e gli stessi principi costituzionali statunitensi: un Presidente non può entrare in guerra senza il voto favorevole del Parlamento. Più che illegale, diremmo quasi criminale.

Gettato il mercato nella pattumiera della storia, ora tocca al multilateralismo, alla pari dignità e sovranità degli Stati. Il diritto internazionale, o meglio quel poco che ne restava dopo Iraq, Afghanistan ed Ucraina, ma anche Libia se si vuole, è cancellato. Le due maggior invenzioni politico sociali americane, sono ormai relitti ideologici ingombranti, inservibili per garantire la sopravvivenza di un Paese sovraindebitato che, persa irrimediabilmente la competizione della manifattura sui mercati globali, non è più in grado di offrire benessere e libertà ai suoi cittadini ed al mondo intero.  La Fiaccola della Libertà è spenta nella baia dell’Hudson.

Tutto viene commisurato ad America First, e, come si diceva per la Ford, ciò che va bene per gli USA deve andare bene anche per il mondo intero, specialmente nelle Americhe, cortile di casa. Dopo Venezuela, si minacciano Colombia, Cuba ed infine la Danimarca che non capisce quanto conti la Groenlandia per la sicurezza degli USA, illusa che la Nato protegga i suoi membri anche dai voraci partner. Le cancellerie europee sono frastornate, le leadership di Russia e Cina accusano il colpo.  Siamo di fronte ad un’inedita emergenza democratica su scala mondiale.

A dire il vero, il golpe venezuelano non ha neppure sorpreso. In fin dei conti, Trump non faceva mistero delle sue motivazioni e delle sue intenzioni. Aveva certo un gran bisogno di sviare la disillusione popolare per l’inflazione crescente e gli scarsi effetti dei dazi sull’occupazione. E se in un bel film di Barry Levinson (*), ci si “inventa” una guerra “immaginaria”, l’aggressione del Venezuela è vera.

Ma non è solo questione di consenso. È questione di pesanti interessi economici, militari e strategici. Si vogliono mettere le mani sugli enormi giacimenti petroliferi venezuelani, si vuole eliminare un partner strategico di Russia e Cina, si vuole riaffermare il lascito di Monroe e della sua Dottrina (**). Chi dice che gli USA, grande produttore, non avrebbero bisogno del petrolio di Caracas, finge di non conoscerne la straordinaria rilevanza strategica negli scenari energetici globali. E se non è possibile negare che Maduro, dittatore impresentabile e sempre più debole, fosse una pedina ricattabile da Putin e XI, e quindi da rimuovere, lo schiaffo americano offre il pericolosissimo precedente che altri, su diversi scenari, ne potranno replicare il format: Taiwan attende.

Sono quindi gli interessi, scarnificati da qualsiasi abbellimento etico giuridico a formare il fondamento del neo imperialismo americano, indifferente e perfino ostile ai grandi principi liberaldemocratici che ne hanno, sia pure in modo contraddittorio, accompagnato nascita e storia. La forza surroga ma non ferma declino e degenerazione della superpotenza americana. America First diviene lo stigma di un impero che non trova più altre ragioni di egemonia che non sia la sua sconfinata potenza militare.

La Conferenza Stampa di sabato 3 gennaio resta una pietra miliare del nuovo corso impresso dall’amministrazione Trump alla politica ed alla stessa fisionomia della democrazia americana.  Chi ha avuto l’eroismo di resistere per quasi un’ora al delirio narcisistico di Trump e dei suoi modesti accoliti, è rimasto incredulo e sopraffatto dal profluvio inarrestabile di affermazioni roboanti, dalle manipolazioni plateali dei fatti e dei concetti, e dalla protervia arrogante della volontà di potenza della nuova America, gridata nel silenzio assordante dei media americani, intimiditi e quasi incapaci di porre alcuna domanda o solo osservazione che intralciasse l’inarrestabile narrazione.

Così, la nazionalizzazione delle industrie petrolifere americane (1975 !!) diviene il vulnus oltraggioso cui finalmente Trump pone riparo: quello venezuelano era “il nostro petrolio” e finalmente torna il business multimiliardario di BIG OIL, così una pur ben congegnata operazione  speciale di polizia militare diventa la più grande ed eroica impresa della storia militare mondiale, ed infine così, bulleggiando e sbeffeggiando, si minacciano nuovi interventi se non si riga dritto, tenendosi però ben lontani dal suolo venezuelano.  

Ma il Venezuela può divenire un pantano infido, dove più ci si agita e più si affonda. I rischi sono enormi, per larga misura imprevedibili, si vedrà quanto imprevisti.

La prima domanda_ tolto di mezzo Maduro, chi governa il Venezuela? Trump, apprendista stregone, si è già impigliato nelle spine delle sue contraddizioni: da un lato smentisce sé stesso e l’intera ideologia MAGA quando avverte che gli USA resteranno fino al compimento della corretta transizione democratica (come si agitano i fantasmi di IRAQ, AFGHANISTAN…), dall’altro nega il supporto alla Premio Nobel Machado, derubricata a “brava donna” (*). Messe da parte le energie democratiche del fronte antiMaduro, resta allora possibile solo la collaborazione con l’unico soggetto in grado, forse, di gestirlo sul territorio: il populismo senza Maduro.

La vice presidente Rodríguez, almeno per ora, diviene così nel disegno trumpiano una sorta di generale Badoglio, il partner politico che, pur avendo condiviso gli orrori dell’intera dittatura Maduro, se ne smarca (ma davvero?), sottomettendosi al nascente direttorio USA (Rubio, Hegseth..). Un salto mortale carpiato con triplice avvitamento, dove l’azzardo è fortissimo, tali e tante sono le variabili rischiose se non ingovernabili. Come potranno gli USA imporre la propria volontà per interposta persona senza esporre stemma e forza militare sul territorio? E come potrà la Rodriguez garantire la pace interna, in un paese che per larga parte non la riconosce, infestato dalle bande armate ed infiltrato dalla guerriglia colombiana? E che si fa se qualcosa andrà storto? Si sbarca, e che succederà quando i primi marines torneranno in patria chiusi nei sacchi neri?

Fin qui del Venezuela, ma la vicenda genera cerchi sempre più larghi. Rotta ogni parvenza di multilateralismo, dichiarato l’interesse americano come il solo degno di nota, dimostrato possibile l’uso della forza per imporlo, quali alleati possono restare al fianco degli USA senza tremare a loro volta, quali potenze non saranno indotte a credere che solo con la forza ci si potrà opporre, quali altri stati e popoli non si immaginano già ora nel mirino?

A chi tocca ora? La Groenlandia sarà il prossimo boccone? Danimarca ed Europa sono avvisati, e mentre perfino Salvini fa sapere che la strada è la diplomazia, stiamo certi che la Meloni sarà a fianco dell’amico Donald.

Giuseppe Ucciero

(*) “Wag the dog” (1997)

 (**) La Dottrina Monroe, ribattezzata “Don-roe” dal Presidente più vanesio, inetto e pericoloso della storia americana, afferma il “buon diritto” degli USA di ingerirsi negli affari degli altri Stati e popoli americani. In realtà, inizialmente, presentava gli USA come senior partner, amico degli Stati centro e sudamericani aggrediti nell’800 dalle potenze europee. Usually, una foglia di fico ben raccontata per legittimare la presenza politica e militare nordamericana, sempre meno credibile fino ai giorni nostri.

(***) “Machado non ha il rispetto e l’appoggio sufficienti per guidare il Paese in questo momento. Il segretario di Stato Marco Rubio ha avuto una lunga conversazione con la vicepresidente Rodríguez, che si è messa a disposizione. Credo che non abbia avuto altra scelta”  



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