6 Gennaio 2026

MORALE AMORALE UMORALE 

Cosa c’è nel nuovo libro di Stefano Rolando. Intervista con l’autore


Prima presentazione nella serata pre-natalizia dei soci del Circolo e Centro Studi “Emilio Caldara” di un robusto dossier di scritti dal 2010 a oggi di Stefano Rolando, professore universitario già manager in istituzioni e aziende, per altro direttore scientifico dello stesso Circolo Caldara e collaboratore da lungo periodo di questa testata. 

Ne hanno parlato Walter Marossi, che ha tracciato un commento storico nell’età moderna della città delle tre parole che compongono il titolo che incuriosisce. E Alessandro Aleotti, imprenditore e opinionista (anche del Corriere della Sera) che nel 1998 pubblicò gli editoriali di Stefano Rolando di quel periodo scritti per il quotidiano Milanometropoli con il titolo “La capitale umorale”. 

Così da mettere in discussione un arco ancora più lungo che prende tutto il nuovo secolo con le trasformazioni, i successi e le criticità di una città vistosamente cambiata. A margine del partecipato evento una conversazione con l’autore per indagare meglio ragioni, reconditi e risultati di questo nuovo impegno editoriale, dopo altri libri dedicati a Milano come Citytelling (Egea, 2014), Atlante Brand Milano (Mimesis, 2017) e il più recente approccio di ricerca Brand quartieri, brand città (LUMI, 2024). 

Davvero Milano è così cambiata?

“Forse non come Shanghai, irriconoscibile rispetto a quella di quaranta anni fa. Ma certamente in modo coerente al carattere di “città veloce” che Milano coltiva con esiti importanti da sempre. Il tema del cambiamento è un paradigma del fare e del progettare. Ma di per sé non è né una consacrazione né un tabù. Bisogna capire se l’innovazione ha mantenuto salde le radici e soprattutto se la comunità è stata nelle condizioni di metabolizzarla profondamente”.

Cosa intende per metabolizzazione? 

“Il “cambiamento” agisce sul patrimonio materiale della città e su quello simbolico. In mezzo vive una comunità con le sue differenze, le sue disuguaglianze, i suoi valori comuni e la sua articolata mappa cognitiva. Impensabile governare le città astrattamente, pericoloso farlo prescindendo dal punto di coerenza che implica spiegazione non propaganda.” 

Il titolo del libro è concepito per fare sintesi dei suoi tempi di sviluppo?

“Sì e no. La “capitale morale” è un’etichetta storica, coniata nel cuore del modo milanese di appartenere all’avventura europea della rivoluzione industriale. Ma per me è anche la cifra che caratterizza il quindicennio della ricostruzione della città, in macerie dopo la fine della seconda guerra mondiale. Storia di obiettivi, di priorità e di coralità. Che sono tratti di resilienza che Milano ha mostrato anche in epoche diverse (dalla resistenza all’antiterrorismo).”

Amoralità o Immoralità?

“Mah, basta la categoria della amoralità per compendiare i riflussi, a volte gli schiaffi della storia. E non dico solo per comportamenti inadeguati dell’amministrazione o delle classi dirigenti. Ma anche per l’insorgere di criticità tipiche di una città in cui si accumulano ricchezze. Milano e la malavita. Milano e le mafie. Milano e certe forme insidiose di insicurezza. Anche qui non si tratta di un’epoca definita. Ma di processi parallel.i”.

E infine la cosa più misteriosa, l’umoralità. Sicuro che Milano abbia cattivo carattere?

“Ma non si tratta di fare i capricci o essere disubbidienti. L’umoralità (per altro parola ambigua che contiene anche l’etimo di humor che corrisponde a una dote della cultura artistica e dello spettacolo milanese) è una scontentezza di fondo che altro non è che la benzina del cambiamento, del miglioramento. A Milano si dice “malmostoso”. E nessun vero milanese pensa che sia un grave difetto. Anche qui ci sono problemi di governabilità e problemi di vie di uscita”.

Cosa intende esattamente?

“Governare questi “sentimenti” non è psicoanalizzare la città. È mantenere vivo l’ascolto della città e cogliere la trasformazione strisciante del bisogno e della domanda.  Tarando con realismo quella domanda con la spiegabilità degli interventi e con una proposta tempificata di sacrifici e di ricompense. L’idea di bollare l’umoralità come il regolatore del flusso elettorale è molto rischiosa anche per la democrazia. In Italia abbiamo accumulato scontentezza, nel senso di sfiducia, sino ad erodere ormai il principio di maggioranza dell’elettorato attivo. Il che vuol dire accontentarsi del voto militante. Vuol dire “governo zero” di processi “umorali”. Che oggi chiedono seria revisione di comportamenti.”.

Nel corso della presentazione si è parlato dei destinatari di questo libro, puntando soprattutto sui giovani. È d’accordo?

“Come faccio – mantenendo rapporti diretti con gli studenti universitari – a dire che non sono d’accordo? Ma so che si tratta di minoranze che accedono in pochi alla lettura. Invece qui penso che questo inventario di descrizioni delle trasformazioni e dell’evoluzione identitaria abbia un destinatario principale in chi ha scelto Milano non perché ci è nato ma perché ci è venuto. Con la spinta spesso a sapere, a recuperare storie, a confrontare sensibilità. Vale l’ibridazione migratoria, vale per le trasformazioni del lavoro, vale naturalmente per gli studenti. E continua a valere per il rapporto storico con le comunità (non si può dire migratorie, ma in mobilità) delle famiglie meridionali che non si limitano a lavorare e a studiare perché vogliono anche “appartenere”.”

Qualcuno ha detto che un buon destinatario dovrebbe essere la politica e soprattutto chi aspira a far politica?

“È la storia dell’uovo e della gallina. Se la politica – e chi aspira a farla – mantiene la sua prevalente cultura del marketing e del posizionamento, rispetto ai percorsi formativi e ai laboratori dell’aggiornamento teorico socioeconomico, questo destinatario resta marginale e solo per “orecchiamento”. Il 2026 è un anno di evidente riscaldamento. Magari ci sarà qualche cantiere per verificare il tema. Propongo di completare la risposta a fine anno”. 

Il “repertorio” che il libro contiene si chiude con otto colloqui con diverse personalità a proposito del loro sguardo alla città. Posso chiedere i passaggi cruciali, rispetto al senso del libro?

“Milanesi e non milanesi, uomini e donne, figure di pensiero e di azione. Giuliano Pisapia tocca il tema del relazionamento sociale delle istituzioni. Piero Bassetti il tema della ricerca di ruolo per la città nella crisi globale delle nazioni. Giuseppe De Rita affronta il profilo “multiscopo” di una città che non può più chiamarsi “industriale”. Cristina Messa legge le nuove generazioni come titolari di un dibattito adulto. Emma Bonino riconosce il credito internazionale alla città. Ferruccio De Bortoli sta sul crinale del ruolo storico e di quello in cambiamento dei media rispetto alla lettura di Milano. Ernesto Galli della Loggia affronta il delicato tema del disallineamento dell’immagine di Milano con quella dell’Italia. Il colloquio che mi è più caro è quello con Salvatore Veca, affettuoso, critico, preoccupato, ottimista, fervido milanese.”. 

Chiara Callegari



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  1. Silvana PalumbieriMolto interessante e stimolante
    8 Gennaio 2026 • 07:56Rispondi
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