6 Gennaio 2026
ANNO NUOVO TEMPO DI ANNIVERSARI POLITICI, SETTANT’ANNI FA LA SVOLTA
Nella storia del Novecento, il 1956 segnò un passaggio d'epoca
6 Gennaio 2026
Nella storia del Novecento, il 1956 segnò un passaggio d'epoca

Settant’anni fa l’anno milanese si apre con un attentato, una bomba esplode sulla finestra dell’arcivescovado, che già nel 1918 e nel 1929 era stato oggetto di pacchi bomba inesplosi, mentre come scrivono i giornali il futuro papa Paolo VI residente nel palazzo meditava, era tra l’altro l’anniversario del suo ingresso in diocesi.
La questura indirizza le indagini verso quelli che ritiene bombaroli abituali, cioè, anarchici e affini addirittura fermando alcuni degli indagati per la strage del Diana del 1921.
In realtà l’attentato è maturato in ambienti di estrema destra legati alla repubblica sociale.

Il processo che si concluderà tre anni dopo tra confessioni, ritrattazioni vedrà condannare Carlo Alberto Volpi figlio di uno degli assassini di Matteotti a un anno e sei mesi di reclusione, l’ex vicecomandante della Muti Ampelio Spadoni ad un anno, a pene minori altri imputati ma tutti godettero dell’indulto grazie anche alla difesa di due principi del foro: De Marsico già ministro della giustizia con Mussolini e Nencioni per decenni senatore e consigliere comunale del Movimento Sociale.
La vicenda che inizialmente godette delle prime pagine dei giornali fu presto derubricata a teppismo, stante anche la modestia dei protagonisti e la rapidità con cui furono scoperti, tuttavia come per altre bombe non si chiarirà mai chi l’aveva materialmente fatta esplodere.
A maggio si vota per il comune, il primo voto dopo il rapporto Kruscev con i socialisti che cominciano a prendere le distanze dalla ferrea alleanza con i comunisti.
Mentre precedentemente le elezioni amministrative si svolgevano in mesi e anni differenti questa volta 7934 amministrazioni comunali e 78 provinciali votavano contemporaneamente, con un nuovo sistema elettorale proporzionale senza apparentamenti e premi di maggioranza.
Pesante l’intervento della chiesa; ad esempio, i vescovi emiliani, ma testi analoghi furono pubblicati in tutte le diocesi, lanciarono una notificazione sulle elezioni dove “respinto il tentativo di chi tenta di far credere a una possibile coesistenza della fede e vita cattolica con il marxismo ateo” impartirono tre direttive: “nelle attuali circostanze è grave obbligo di coscienza per ogni elettore votare e votare efficacemente. Non si assolve a questo obbligo dando scheda bianca…è colpa grave dare il voto in favore del comunismo che è essenzialmente ateo e anticattolico e al socialismo che lo affianca e comunque a partiti, programmi e persone che nei loro principi o nell’azione che svolgono siano in contrasto con la dottrina cattolica e le leggi di dio e della chiesa…”, concludendo: “nelle contingenze attuali è anche dovere dei cattolici non disperdere i loro voti; ciò che in altro momento sarebbe pur lecito concorrerebbe oggi a impedire il consolidarsi di una robusta barriera quale ancora urge opporre alla forza del comunismo anticristiano (Corsera 5/5/1956).
L’appello dei vescovi lombardi è del 20 maggio ed è se possibile ancora più duro, aggiungendo: “illudersi e credere che siano innocue elezioni amministrative, quando si hanno in campo siffatti avversari è stolto e può essere fatale…i fedeli non devono lasciarsi guidare da risentimenti particolari o interessi privati. Qualsiasi infrazione alla unione dei cattolici, anche se localmente può essere ritenuta innocua o vantaggiosa, riesce dannosa sul piano generale e nazionale…”.

Il 21 aprile esce il primo numero de Il Giorno edito da una società composta da Enrico Mattei al 51% e Cino del Duca al 49%, direttore Gaetano Baldacci che arrivava dal Corriere; la linea è chiara come sintetizzato dal direttore: “Se abbiamo fatto una prima pagina uguale o simile a quella del Corriere, dobbiamo chiederci dove abbiamo sbagliato”. La testata si schierò politicamente a sostegno del nascente centrosinistra e in difesa dell’intervento pubblico nell’economia.
La DC che imposta la campagna elettorale sullo slogan “progresso senza avventure” si ferma al 30 % con 25 seggi a palazzo Marino, socialisti diventano il secondo partito della città con il 20% e 16 seggi, terzo il PCI 18% 15 seggi. Seguono lo Psdi 12% 10 seggi, i liberali 6% 4, l’MSI 5,87% 4; il Partito Nazionale Monarchico di Covelli 4 % 3 seggi; il Partito Monarchico Popolare di Lauro 10000 voti 1 eletto; Rinnovamento democratico (un raggruppamento tra Repubblicani Radicali e Unità popolare) 1 eletto, mentre la lista l’Uomo Qualunque capeggiata da Nicola Romeo superò di poco i 2000 voti senza eleggere nessuno, lo stesso dicasi per il partito nazionale corporativo di Domenico Leccisi.
I risultati in qualche modo incoraggiano le forze della modernizzazione, le componenti favorevoli al centrosinistra e nella sinistra le forze riformiste ma questo non significava una semplificazione basti leggere cosa diceva il sindaco uscente Ferrari: “noi siamo unanimemente o quasi favorevoli all’unificazione delle forze socialiste democratiche ma quasi unanimemente contrari ad ogni alleanza o coalizione con forze che non siano democratiche e i comunisti democratici non sono”, mentre per il suo collega di partito Treves argomentava “Nenni è il più subdolo nemico della democrazia” (comizio in piazza Duomo).

Il rapporto Chruščëv non danneggia più di tanto elettoralmente il PCI che anzi aumenta in termini di seggi; il 21 giugno esce nelle edicole Azione Comunista il giornale dei dissidenti interni che Togliatti bolla subito: “Contro chi si comporta come un nemico bisogna agire come contro i nemici. Vi è un piccolissimo gruppetto di malviventi, raccolti a Milano attorno alla cosiddetta Azione comunista, che pretenderebbero di avere diritto di cittadinanza nel dibattito che è in corso nel partito. Si tratta di un gruppetto che non ha altro scopo che quello di recar danno al partito, e al partito ha già recato grave danno qualcuno di essi, sfruttando posizioni di fiducia che non avrebbe dovuto avere. Si tratta di nemici, e guai a noi se non sapessimo riconoscerli. Il movimento operaio ha la sua moralità, che non si può violare, se non passando sul terreno della delinquenza comune”.
Mesi dopo a Milano nasce il Movimento della Sinistra Comunista formato dalla confluenza di alcuni raggruppamenti di sinistra, oltre ad Azione Comunista, i trotskisti (Gruppi Comunisti Rivoluzionari), il Partito Comunista Internazionalista (gruppo Damen) e i Gruppi Anarchici di Azione Proletaria (GAAP); importante dal punto di vista della storia della sinistra il movimento non ebbe pressoché nessun significato elettorale.
A Palazzo Marino ritornano vecchi leader ma vi sono anche molte facce nuove; per la DC tra gli eletti Migliori, Giambelli, Meda (che lascia il parlamento), Montagna, Hazon, Piero Bassetti, Melzi d’Eril; per lo PSDI vengono eletti il sindaco uscente Ferrari e i futuri sindaci Cassinis, Bucalossi, Aniasi oltre a figure storiche del riformismo turatiano Vigorelli, Ugo Guido Mondolfo; per il PSI, Mazzali, Cesare Musatti, Marco Zanuso, Mario dal Prà, e l’ex sindaco Greppi; per il PCI Alberganti, Massarenti, Raffaele de Grada, Giovanni Pesce, Silvio Leonardi.
Rientra in consiglio comunale per l’MSI l’ex podestà Piero Parini, peraltro ampiamente battuto nella guerra delle preferenze da Servello esponente di quella che veniva chiamata la sinistra fascista. Parini uscirà dal partito nel gennaio 1958 quando si costituisce Movimento Nazionale Italiano, sponsorizzato e finanziato da Achille Lauro presidente del Partito Monarchico Popolare che voleva creare una alternativa allo MSI. Ma il movimento non ebbe successo e Parini si ritirò alla politica trasferendosi ad Atene. Eletto anche il difensore degli attentatori dell’arcivescovado Nencioni.
In comune Lauro aveva eletto per il Partito Monarchico Popolare una figura importante, Michele Maria Tumminelli, il fondatore degli istituti de Amicis, già deputato all’Assemblea Costituente per l’Uomo Qualunque, il suo voto a favore del bilancio fu uno dei passaggi fondamentali per riportare il centrismo al governo della città. Per il partito Nazionale Monarchico viene eletto Cesare degli Occhi
Poche le donne elette in prima battuta: 3 democristiane Ester Angiolini che vi resterà fino al 1985, Anna Marcengo, Rosa Giani, e una socialista Eleonora Giorgi.
Il dopo elezioni si svolge in un clima quasi grottesco.
Virgilio Ferrari il sindaco uscente viene eletto in terza lettura, sostenuto dalle sinistre che erano state all’opposizione della sua giunta e dal repubblicano Covi con quarantadue preferenze contro le trentasei del democristiano Migliori cioè dei sostenitori della giunta uscente.
É una maggioranza anomala fondata sul blocco PSI PCI e il neo eletto, appartenente alla destra socialdemocratica rassegna le dimissioni, salvo essere rieletto dieci giorni dopo con il voto anche della DC.
É una confusione totale in cui vicende locali (una parte della la DC si dichiara favorevole ad avere i socialisti in maggioranza ma non in giunta per quello che verrà chiamato l’appoggio esterno un’altra parte è tout court contraria al coinvolgimento dei socialisti, i quali a loro volta vogliono un coinvolgimento esplicito ponendosi su posizioni più radicali dello stesso PCI), si intrecciano con quelle nazionali (l’incontro a Pralognan di Nenni con Saragat per discutere della unificazione socialista) mentre i liberali sono contrari a qualsiasi soluzione che preveda un coinvolgimento dei socialisti.

Il quadro si chiarisce solo l’8 settembre quando respinte le dimissioni del sindaco che aveva fatto mettere all’odg anche le dimissioni da consigliere, viene eletta una giunta composta da sei esponenti socialdemocratici, sei democristiani, un repubblicano e quattro assessori supplenti democristiani con il voto favorevole dei socialisti e l’astensione del PCI, dei monarchici e dei liberali tant’è che le dimissioni di Ferrari vengono respinte con 61 voti contro 1 e 10 astensioni. Anche l’elezione degli assessori avviene con un alto numero di astensioni e schede bianche 24 su 71 votanti:
La maggiore novità arriva dalle file comuniste: Alberganti afferma la non ostilità alla nuova giunta considerando positivamente la partecipazione alla maggioranza del Partito socialista che da l’appoggio esterno. Sembra che si assista alla nascita di un centro sinistra guardato con simpatia dai comunisti.
Dura poco. Già il giorno dopo vengono date letture diverse della soluzione milanese: per la dc è un fatto meramente amministrativo che evita il commissariamento, per Nenni “un fatto politico di notevole importanza”.
Il primo atto della nuova giunta fu la consegna della nuova divisa (nera con bottoni dorati e una cetra in fregio sui berretti e sui baveri della giacca) alla Banda d’Affori che ne era priva dal lontano 1943 e che poteva contare solo su un berretto offerto dai vigili del fuoco di Viggiù. La prima trasferta del sindaco dopo il laborioso parto dell’attribuzione delle deleghe agli assessori con conseguenti litigi fu a Roma con il cappello in mano per “difendere l’autonomia della Scala e per ottenere che il contributo del massimo teatro sia adeguato soprattutto alle sue prestazioni e al valore sociale della sua opera”, un classico di Palazzo Marino che sui costi della Scala si arrovella da fine ‘800 con relativo referendum.
La pace dura poco. Il PSDI è spaccato tra favorevoli e contrari all’unificazione con il PSI dove i nenniani non sono ancora maggioranza. Nella DC vi è contrapposizione tra favorevoli e contrari all’apertura a sinistra. I liberali vivono spaccature e scissioni (il 5 febbraio 1956 era stato fondato il Partito Radicale) come i missini (in occasione del V congresso, tenutosi a Milano senza incidenti dal 24 al 26 novembre 1956 presso il cinema Dal Verme, dove Michelini veniva confermato segretario, si verificò la scissione dal partito di un gruppo di dirigenti guidati da Rauti, con la trasformazione della propria corrente nel Centro Studi Ordine Nuovo, uscendo dal MSI).
Nel PCI vi è una fronda importante contro lo stalinista non pentito Alberganti, popolare segretario della federazione che a ottobre al IX congresso provinciale (presieduto dal funzionario romano e segretario della federazione giovanile Enrico Berlinguer) verrà trionfalmente riconfermato insieme a tutta la vecchia guardia.

A semplificare e chiarire il tutto ci pensa la rivolta ungherese del 23 ottobre 1956 e l’invasione da parte delle truppe sovietiche.
Cortei di studenti sfilano per la città dietro lo striscione “Libertà e pace sovietica uguale a sangue”, tra gli organizzatori i giovani DC. Vi sono anche tafferugli e incidenti: il 27 ottobre viene assalita la federazione milanese del Partito comunista protetta da un cordone di polizia, sassaiole avvengono nei pressi della sede della Camera del lavoro e de L’unità. CISL e UIL organizzano un breve sciopero in favore degli insorti ungheresi. I repubblicani lanciano un appello che si conclude: “Come Hitler, peggio di Hitler”. L’assessore Giambelli d’intesa con l’Avis organizza una raccolta di plasma, mentre la Croce Rossa raccoglie viveri e generi di prima necessità.
In città vi è un profluvio di iniziative di solidarietà con gli insorti, dalle donne socialiste all’Istituto del Nastro Azzurro, dal consiglio di interfacoltà del Politecnico alla Federazione Italiana Volontari della Libertà, dall’Ordine di Malta all’Ente Nazionale Risi, all’Associazione italiana giuristi.

Il 5 novembre il sindaco Ferrari decide di esporre le bandiere (nazionale e del comune) a mezz’asta (il sindaco sa bene che l’esposizione della bandiera o meglio la mancata esposizione fu tra le ragioni delle dimissioni del sindaco progressista Barinetti e oggetto di svariati guai per il suo predecessore socialista Caldara tra l’altro suo cugino), una provocazione per i comunisti e proclama tre giorni di lutto cittadino mentre Montini benedice una colonna di automezzi con medicinali e viveri allestita per interesse della Charitas ambrosiana, dalle dame di san Vincenzo, dall’ASCI, dalla croce bianca. La giunta approva anche un manifesto: “Milano della Lega Lombarda, delle Cinque giornate, della resistenza insorge con indignata protesta contro il crimine perpetrato sull’eroico popolo ungherese e sulle sue risorgenti libere istituzioni…I diritti dell’Uomo, la Giustizia la libera espressione della volontà popolare non si annientano con i carri armati…dal sangue dei martiri e dallo strazio delle coscienze degli oppressi risorge più prepotente l’anelito di libertà…”
La rottura con il PCI è totale. Ingrao direttore dell’Unità firmava un editoriale intitolato Da una parte della barricata a difesa del socialismo e scriveva di ribelli magiari organizzatori di un putsch controrivoluzionario e acclamava il primo intervento delle truppe sovietiche di stanza in Ungheria, Ingrao conclude senza lasciare spazio a dubbi: “Quando crepitano le armi dei controrivoluzionari, si sta da una parte o dall’altra della barricata. Un terzo campo non c’è”; Nenni gli risponde dall’Avanti: “giù le armi della repressione. Giù le armi dell’intervento straniero” e poi alla Camera: “Nessuna esitazione da parte nostra, nessun dubbio”. Nenni che già aveva avviato un dialogo con le forze di governo e lavorava per l’unificazione con i socialdemocratici di Saragat sancì così una svolta dalla quale i socialisti non sarebbero più tornati indietro anche se non tutti nel PSI la pensavano come Nenni come dimostrò la scissione anni dopo dello PSIUP.

Non è qui il caso di approfondire il peso del 1956 nella storia della sinistra italiana ma la vicenda ungherese ebbe effetti anche a Palazzo Marino.
Il sindaco (era un tempo in cui i primi cittadini non erano solo amministratori di condominio) nel consiglio comunale del 12 novembre interviene sulla questione; così la cronaca sul Corsera: “con un nobilissimo, coraggioso discorso, ha stigmatizzato l’intervento russo in Ungheria bollando con roventi parole la sanguinaria ferocia sovietica. Tutti i consiglieri, meno i comunisti naturalmente hanno manifestato al sindaco la loro solidarietà…discorso che meriterebbe di essere riprodotto in opuscolo e diffuso a centinaia di migliaia di copie alla cittadinanza…tutti i consiglieri ad eccezione dei comunisti si alzano in piedi…”
In un passaggio dell’intervento Ferrari abbina i sovietici ai nazisti: “le tremende stragi di Ungheria non hanno per ferocia e per abbiezione nessun altro esempio nella storia del mondo di questi ultimi secoli che le crudeli perversioni delle stragi naziste”, provocando l’irata risposta di Alberganti per il quale si tratta di una “vergognosa campagna reazionaria”.
La posizione del PCI milanese è esemplificata dall’aneddoto che ricorda come la sera del 4 novembre Pietro Secchia e Giuseppe Alberganti entrano nell’ufficio di Lajolo (direttore dell’Unità di Milano) gridando “Viva i carri armati sovietici”, va sottolineato che Alberganti, diversamente da molti suoi compagni mai rinnegherà le posizioni assunte in quei mesi e nel 1976 diventerà presidente del Movimento Lavoratori per il socialismo (MLS).
Certo non mancarono i dissidenti che firmarono un documento: Rossana Rossanda (entrata in consiglio comunale) e Giangiacomo Feltrinelli hanno l’incarico di andare all’Unità e di chiederne la pubblicazione ma vengono cacciati dal direttore che rifiuta la mozione e dichiara che finché rimarrà lui, “una spazzatura simile non comparirà mai sulle colonne del giornale”; è lo stesso giornale che diede notizia dell’uccisione del grande campione di calcio Ferenc Puskas “caduto in combattimento contro gli insorti” (il giocatore aveva il grado militare di colonnello) che invece proprio a Milano dov’era fuggito nel dicembre fu raggiunto dalla famiglia per andare in esilio accusato tra l’altro di diserzione; in città firmò anche un pre contratto con l’Inter che se lo lasciò scappare (il primo di una serie di topiche prese dai neroazzurri ma questa è un’altra storia) finendo al Real Madrid dove vinse 6 campionati e tre coppe dei campioni.
Il dibattito interno al PCI fu chiuso il 10 novembre al teatro Lirico quando viene organizza una manifestazione di solidarietà con l’URSS conclusasi con le parole di Scoccimarro: “viva l’esercito sovietico”.
Una delegazione di sindacalisti guidata dal segretario provinciale della UIL Giulio Polotti parte da Milano con quattro vagoni ferroviari carichi di giocattoli e vestiario per il “Natale dei bimbi di Budapest”, la più parte verrà bloccata al confine. Sono gli stessi giorni in cui una parte della DC chiede la messa fuori legge del PCI, mentre gli onorevoli Li Causi e Ingrao chiedono al ministro degli interni che si prendano iniziative per “mettere fine alla campagna di odio e provocazioni contro i comunisti”.

Nenni annuncia di restituire (pergamino e assegno da 16 milioni ma non la medaglietta ricordo che è stata ritrovata qualche anno fa in cantina ed esposta in una mostra), il premio Stalin ottenuto nel 1952 unico italiano insieme ad Andrea Gaggero.
Scrive Carlo Tognoli in un articolo dal titolo il sangue ungherese che risvegliò i socialisti: “Se nel 1956 si fosse innescata una revisione profonda in casa PCI, forse la politica della sinistra italiana avrebbe potuto avere un’altra storia.”
Di certo vi è che con i fatti d’Ungheria le strade di PCI e PSI si separarono definitivamente come sancì il congresso nazionale (Venezia, febbraio 1957).
A Palazzo Marino l’effetto non immediato fu quello del ritorno a una politica rigorosamente centrista: il 10 gennaio 1957 la DC tra non pochi contrasti interni ma con la piena solidarietà del segretario nazionale Fanfani e del futuro papa Montini che opererà indefessamente contro l’apertura a sinistra, comunica che non intende proseguire la collaborazione a Palazzo Marino con il PSI. Il casus belli non fu però la difesa dei diritti degli ungheresi ma la più prosaica mancata nomina di socialisti, che facevano parte della maggioranza ma non della giunta e di comunisti (come minoranza) nei Consigli di amministrazione degli enti paracomunali in particolare AEM, ATM, ECA.
Alla richiesta formale del leader socialista Mazzali il gruppo consiliare della dc rispose: “constatato che il capogruppo PSI trasferisce i termini politici ogni premessa ad eventuali accordi sulle designazioni…dichiara di non potere accedere a tale impostazione”. Ferrari cerca di spoliticizzare la sua sindacatura (era già arrivato il tempo dei sindaci amministratori di condominio) sottolineando come si tratti di amministrazione non di politica ma non gli crede nessuno.
Il 16 aprile 1957 dopo lunghi tira e molla, rinvii e compromessi il bilancio del comune viene approvato con 45 voti contro 32, da democristiani, socialdemocratici, liberali, monarchici e centristi mentre socialisti, comunisti e missini votano contro; titolo dei quotidiani: I liberali salvano la giunta.
L’apertura a sinistra è rinviata di alcuni anni e si farà anche sacrificando proprio Virgilio Ferrari.
Walter Marossi