9 Dicembre 2025
IL «CONVERTITEVI!» DI DELPINI. E I RISCHI PER LA DEMOCRAZIA
Monsignor Delpini non si smentisce mai
9 Dicembre 2025
Monsignor Delpini non si smentisce mai

«La responsabilità personale è il fascino e il rischio della democrazia, della vita in questa terra che amiamo, della continuità di una civiltà di cui siamo fieri». In queste due righe è racchiuso il senso profondo del discorso dell’Arcivescovo alla città. I commenti degli amministratori presenti in Sant’Ambrogio, i resoconti e le riprese successive dei media han preferito sottolineare le critiche di mons. Delpini. Lo staffile del successore del Patrono ha certamente picchiato duro: «si usano le case per fare soldi»; «il privato profit fa della salute un affare»; «la Costituzione tradita» a proposito delle «pessime condizioni dei carcerati»: «il capitalismo malato»; «l’iniquità che arricchisce i ricchi e deruba i poveri»; «il denaro sporco, con il suo fetore di morte». Ma nella retorica d’un discorso la pars destruens è funzionale ai propositi riparatori. Che per l’Arcivescovo si reggono su un unico cardine: la responsabilità personale, appunto.
È nella tradizione ambrosiana esprimere la necessità di cambiare le cose che non vanno, a incominciare da noi stessi se vogliamo che il mondo cambi davvero. Il capostipite è Agostino, al quale, si rifà Robert Prevost dal giorno della sua elezione a Papa col nome di Leone XIV, riprendendo il dome del pontefice della Rerum novarum, delle “cose nuove”. Sant’Agostino lo apprese direttamente dalle parole che udì pronunciare e dal modo di agire che vide coi suoi occhi quando rimase folgorato da Ambrogio e decise di cambiare mentalità, modo di comportarsi, scala di valori: cioè si convertì. Alla trasformazione interiore, personale e a ciò che necessariamente ne consegue Agostino ha dato queste parole: «Voi dite: Sono tempi difficili, sono tempi duri, tempi di sventure. Vivete bene e, con la vita buona, cambiate i tempi: cambiate i tempi e non avrete di che lamentarvi».
La “vita buona” viene dal dentro delle persone e si esplica nei rapporti verso l’esterno, attraverso le relazioni con altre persone, altri uomini e altre donne, senza distinzione di sesso, etnia, religione, cultura. Vale per chi governa e amministra. Vale per i cittadini. Le leggi, le politiche, i provvedimenti amministrativi sono cornici, strumenti, mezzi per perseguire fini di bene comune. A promulgare le norme sono uomini e donne, che le fanno, ispirandosi a una vita – si presume – eticamente fondata. Sono loro che pensano, ne discutono con altri, le scrivono, le approvano cercando le maggiori convergenze possibili (senza annacquamenti ma evitando umiliazioni di chi rimane su posizioni minoritarie), ne curano l’applicazione, sanzionano le violazioni, studiano eventuali modifiche se alla prova dei fatti mostrano inefficacia. L’applicazione dei codici scritti e delle norme morali, magari non materialmente redatte ma incise a fuoco nei cuori e nelle menti in quanto ethos collettivo e presupposto d’un convivenza possibile, è dei cittadini e delle cittadine.
Mons. Delpini ha parlato di “cose nuove” che sono insieme “cose antiche”, al pari del tesoro che qualcuno può trovare in un campo, come racconta una nota parabola. L’Arcivescovo nella sostanza ha detto questo. Avrebbe potuto dire ai personaggi che aveva davanti in Sant’Ambrogio e ai milanesi: «Convertitevi!», ma non è nel suo stile. Del resto se le persone intendono continuare imperterriti a fare ciò che han sempre fatto o a cambiare tutto perché nulla cambi, tirano dritto per la loro strada. Non si sono visti molti cambiamenti né in Sicilia, né nel Paese da quando con slancio, forza, veemenza Giovanni Paolo II ad Agrigento intimò quel «Convertitevi!» ai mafiosi: 9 maggio 1993, 32 anni fa. Dalla Valle dei Templi il grido profetico echeggiò in Italia e nel mondo, eppure Delpini decenni dopo ha dovuto ancora levare il suo monito di condanna del «danaro sporco, con il suo fetore di morte» da profeta che grida nel deserto nella Milano e nell’Italia dei colletti bianchi, dove il governo ha svuotato l’abuso d’ufficio. Paese e città per le quali la destra di lotta e di governo (ad Atreju fan comizi come fossero all’opposizione, ma ormai hanno occupato tutti i posti di comando che si potevano occupare) sta preparando, ad esempio, una legge edilizia che, a quanto vien pubblicato (ma vorremmo essere smentiti nei fatti) l’Italia sembra volersi trasformare nella famosa clinica “Qui si sana” di Alberto Sordi, Il medico della mutua (1968).
Nelle stesse ore in cui parlava l’Arcivescovo il grido d’allarme circa la possibile risposta indifferente o addirittura contrariata dei cittadini ai richiami a cambiare dentro di sé, ad una “vita buona” evocata da Delpini, l’ha levato il Censis. Un italiano su tre vedrebbe con favore l’”autocrazia” come risposta ai bisogni reali prodotti da una crisi che morde e alle lentezze, inadeguatezze, inefficienze del sistema democratico. E la prospettiva del Censis nei fatti la stanno dicendo da tempo gli elettori che disertano le urne.
Ecco, rapportiamo il Discorso di Delpini alla deriva in corso. La gente non va più a votare proprio perché ha capito che singolarmente nessuno può far nulla per invertire la tendenza, perché sono andati in crisi gli organismi di rappresentanza e di mediazione (a cominciare dai partiti). Ma se sul sistema del “delegare” ormai impossibile innestiamo la pianta nuova e antica della “responsabilità personale” forse possiamo immaginare di riuscire almeno a contenere l’onda lunga delle autocrazie. Purtroppo non son molto positivi alcuni segnali venuti sia da destra sia da sinistra ai richiami dell’Arcivescovo. Tutti bravi, singoli esponenti e rappresentati politici e istituzionali a dire: «Bravo, ha ragione: la città deve cambiare». Pochi a guardarsi nello specchio e a chiedersi: che cosa posso fare io per cambiare me stesso, il mio modo di vedere l’uso del danaro, la cosa pubblica, la mancanza di case, l’arrivo di stranieri, i salari insufficienti, i giovani che non vogliono diventare adulti, i rapporti con la donna se si è maschi. Autocritica dei politici? Non pervenuta.
Qualche anno fa venne pubblicato Il punto è la responsabilità personale, una raccolta di scritti di Alberto Falck, esempio di imprenditore ambrosiano illuminato. Ecco, immaginiamo di scrivere ciascuno il nostro Il punto è la responsabilità personale. Nel piccolo e nel grande sarebbe il modo di non prenderci in giro con lo spendere apprezzamenti esteriori al Discorso dell’Arcivescovo, pensando dal fondo delle nostre Ombre soggettive che tocca agli altri, e poi alle istituzioni e alle regole di cambiare (come non fossero opera nostra ma realtà calate dal cielo o rigurgitate dagli inferi). E di riconoscere che, come ha detto mons. Delpini, «La responsabilità personale è il fascino e il rischio della democrazia, della vita in questa terra che amiamo, della continuità di una civiltà di cui siamo fieri».
Marco Garzonio
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