9 Dicembre 2025

CARCERI E STUDENTATI Quando studiavo a SciencePo a Parigi vivevo in una camera di 12 mq, compreso il bagno, alla Cité Internationale Universitarie: l’edificio era dotato di un salone d’ingresso molto bello, una mensa dove si mangiava molto bene, e un hamma; ad ogni piano avevamo a disposizione salette comuni perfettamente attrezzate.
Così era stato facile stringere amicizia con una coppia canadese francofona molto simpatica che alloggiava al piano di sopra, e con altri tre ospiti della vicina Maison de l’Italie: due dottorandi in scienza e un borsista del Club di Roma. Dopo le giornate passate nelle biblioteche e nei laboratori della città, la sera ci vedevamo nei piacevoli spazi comuni che erano disponibili in ogni edificio; alcuni erano attrezzati con cucine dove ci preparavamo regolarmente la cena, quando non volevamo approfittare dell’offerta delle diverse mense.
Era molto bello avere la possibilità di frequentarsi nei momenti in cui non si studiava, ed era particolarmente interessante e arricchente il confronto e lo scambio di idee sulle rispettive ricerche, anche e soprattutto perché in campi molto diversi: io mi dedicavo alla ricerca di strumenti per leggere e interpretare lo slittamento di significato e di uso prodotti sullo spazio urbano da una cultura non occidentale come quella egiziana, e mi interessavo alle implicazioni politiche che questi slittamenti potevano comportare; il giovane e brillante borsista del Club di Roma indagava la filosofia di Heidegger; altri conducevano ricerche di laboratorio sugli alimenti prodotti dall’industria; altri ricerche di psicologia sociale.…
Fu un continuo, stimolante e piacevole scambio intellettuale che mi ha segnato molto, reso possibile dall’abitare vicini e disporre di abbondanti spazi concepiti proprio per consentire a 12.000 studenti, ricercatori e artisti provenienti da 150 Paesi e ospitati in 45 diverse “Maison” realizzate anche da grandi architetti dei rispettivi Paesi, distribuite attorno a un parco di 34 ettari e a pochi minuti di treno dalle principali università e biblioteche parigine. Quel meraviglioso campus parigino era stato “Imaginée en 1925 dans le mouvement pacifiste de l’entre-deux-guerres, la Cité internationale universitaire de Paris rassemble et rapproche dans un même lieu des jeunes talents du monde entier. En favorisant le vivre ensemble, les échanges et la compréhension d’un monde riche et complexe, la Cité internationale contribue à la construction d’un monde de paix[1]”.

Ecco, sulla base di quanto ho trovato sul sito dello studentato realizzato accanto alla Fondazione Prada, non sembrerebbe che questo progetto sia guidato dagli stessi obiettivi degli intellettuali, filantropi e altre personalità che idearono e fecero costruire la CiU di Parigi[2] che tanto favorisce ancor oggi stimolanti confronti intellettuali: leggo che dopo aver ospitato 1.400 atleti per qualche settimana, le camerette saranno offerte sul libero mercato. Perciò credo sia plausibile che l’obiettivo dei finanziatori dell’impresa non sia esattamente sovrapponibile a quello dei pacifisti che vollero realizzare un luogo di scambio, tolleranza e collaborazione tra persone provenienti da tutto il mondo. Valori cui si riferiscono i fondi finanziari che agiscono nell’immobiliare parrebbero piuttosto diversi e, in genere, si contano in euro.
Non disponendo di molte informazioni al riguardo, non possiamo che augurare ai futuri giovani pigionanti di avere a loro disposizione quanto di meglio oggi le scienze sociali e l’architettura possano concepire per favorire “il vivere insieme, gli scambi e la comprensione di un mondo ricco e complesso”.
Questo studentato rientra nel piano per la valorizzazione dell’area dell’ex scalo di Porta Romana che, come tutte le ex aree ferroviarie, fino agli anni ’80 erano di proprietà di un’azienda statale: le Ferrovie dello Stato. Fino a pochi mesi fa c’erano ancora i binari e tutto, proprio tutto, era a suo tempo stato comprato, attrezzato, infrastrutturato e mantenuto coi soldi delle tasse pagate dai nostri nonni e dai nostri genitori: perciò avrebbero dovuto essere di noi cittadini, no?
Per uno che crede nella democrazia dovrebbe essere doloroso scoprire che, anche in questo caso, nel riuso di aree in origine pubbliche l’amministrazione Sala ha preferito sorvolare sulla ricerca di un vero e misurabile interesse dei cittadini, per concedere ai privati un’altra occasione di guadagno – legittimo, ma che secondo la nostra costituzione dovrebbe essere subordinato all’interesse generale[3] e che qui si fatica a intravedere.

Sarà anche per questo che, ogni volta che percorro via Lorenzini per andare alla Fondazione Prada, quei sei parallelepipedi con facciate modulari scandite da finestre quadrate, invece che rammentarmi il mio periodo alla CiUP, mi ricordano un complesso che ebbi l’occasione di esaminare moltissimi anni fa in Commissione Edilizia: il carcere di Bollate.
In effetti le facciate di entrambi i complessi, pur realizzati a diversi decenni di distanza, non sono tanto diverse, pur non essendo esattamente uguali: le stesse finestre quadrate, la stessa scansione di pieni e vuoti, la stessa astratta ripetizione modulare. Le differenze sono dichiarate nel sito: questi parallelepipedi non sono di cemento ma in legno strutturale; hanno i pannelli fotovoltaici sul tetto per produrre il 30% dell’energia che consumeranno; sono collegati da passerelle che, nei rendering, dovrebbero ospitare piante rampicanti e che forse, nelle intenzioni dei progettisti, sono un colto omaggio alla milanesissima casa Rustici in corso Sempione ma a me ricordano, piuttosto, certe famose carceri viste in vecchi film americani.
Non so se anche gli spazi interni dei due complessi si assomiglino, ma la scansione delle finestre lo fa supporre: le camerette avranno dimensioni simili a quelle delle celle[4]?
Esisteranno anche qui, come a Parigi, abbondanti e piacevoli spazi e attrezzature comuni che favoriscano l’incontro, lo scambio di idee e lo sviluppo di nuovi rapporti sociali e amicizie?
Di che tipo di servizi comuni disporranno i futuri pigionanti?
Sul sito dedicato non sono riuscito a scoprirlo ma, data la tendenza generale a privatizzare gli spazi e le attrezzature pubbliche, sottraendoli ai cittadini per poi restituirli a pagamento, è possibile che siano ridotti all’osso.
IMPORTANZA DELLE PAROLE Più che il progetto architettonico, è più importante il messaggio che questi edifici trasmettono: massimo sfruttamento delle cubature, ottimizzazione economica degli spazi, apparente mancanza di spazi di socialità. Questo complesso in effetti sembra proclamare: “qui otterremo guadagni allevando più di un migliaio di giovani umani privilegiati, in grado di pagare un affitto che molti altri non si potrebbero permettere”.
Sul sito dedicato al Villaggio Olimpico non ne ho trovato cenno. Ma poi, perché chiamare pomposamente “Villaggio Olimpico” quello che sarà, a tutti gli effetti, uno studentato privato?
Perché, forse, la narrazione sarebbe meno convincente?
Immagino che gli addetti al marketing abbiano calcolato accuratamente il maggior valore economico che gli investitori potranno trarre dal suggestivo nome; il semplice fatto di consentire ai futuri pigionanti di poter rispondere alla domanda: “Dove alloggi?” – “Al Villaggio Olimpico” – probabilmente consentirà di affittare a prezzi più alti le mille e più camerette. Ma soprattutto, presentare un progetto immobiliare evocando ideali sportivi e, addirittura olimpici, con tutto il portato di appello alla fratellanza e alla pace tra i popoli che anche il presidente della Repubblica ha voluto citare recentemente, avrà avuto un certo effetto anche per facilitare l’approvazione di questo come degli altri Masterplan privati, redatti su un milione duecentomila metri quadrati di aree che erano pubbliche e, attraverso una serie di provvedimenti legislativi europei, nazionali e regionali, oltre che di deliberazioni e regolamenti comunali, quasi miracolosamente sono diventate private.
Confesso di provare molta ammirazione per la capacità di colleghi, politici e imprenditori di abbellire la realtà dietro racconti affascinanti come questo. E ritengo certamente plausibile che, nella trattativa con il Comune, la richiesta di realizzare un “villaggio olimpico” (e non, semplicemente, costruire edifici da mettere sul mercato per lucro), abbia favorito l’accettazione di cubature più abbondanti. È solo un dubbio, naturalmente…
Nostalgia per Emilio Caldara
Se gli attuali amministratori fossero degni discendenti del sindaco Caldara e della sua amministrazione socialista essi, vedendo che Milano diventa sempre più cara ed espelle i suoi abitanti più poveri a centinaia di migliaia, avrebbero dovuto opporsi alla privatizzazione delle ultime grandi aree pubbliche, cogliendo l’occasione per realizzarvi nuove case e nuovi servizi per i cittadini, no?
Evidentemente, no. Ma non è una novità.
Negli anni ’90 politici felloni decisero di privatizzare i nostri beni pubblici e comuni, comprese le aree e i beni immobili delle aziende pubbliche. Da allora sono cambiate le persone e i nomi dei partiti, ma non le politiche urbanistiche e sociali: sia i governi e le amministrazioni che si definivano di “centrodestra” come quelle di “centrosinistra” hanno continuato a cedere ai grandi fondi speculativi aziende e aree pubbliche, le case costruite coi soldi dei lavoratori e ad essi destinate, scuole e palazzi pubblici; privatizzando le aziende pubbliche e tutto quello che potevano: in altri termini, cedendo sovranità.
Ma possibile che nessuno, proprio nessuno, compaia all’orizzonte politico di questa città con proposte per migliorare la vita idei cittadini attraverso l’ampliamento, il miglioramento dei servizi e degli spazi pubblici, l’introduzione di criteri urbanistici ed economici vincolanti e favorevoli ai meno abbienti, la costruzione di abitazioni popolari, l’abolizione del traffico veicolare privato, il potenziamento e radicale ripensamento del servizio di trasporto pubblico urbano ed extraurbano, la creazione di spazi gratuiti o quasi che favoriscano la socialità e la solidarietà, la diffusione di una cultura che non sia a pagamento?
Perché non riusciamo a trovare nessuno che voglia imitare ciò che hanno già fatto le città europee con cui ci confrontiamo: Parigi per l’ecologia, Vienna per le politiche di abitazione, Londra per i trasporti metropolitani?
Luca Bergo
[1] https://www.ciup.fr
[2] https://scaloportaromana.com/il-progetto/il-villaggio-olimpico
[3] art. 41 e 43 della nostra Costituzione
[4] https://www.giustizia.it/giustizia/it/mg_1_12_1.page?contentId=SPS1189479#:~:text=Attualmente%20in%20massima%20parte%20negli,di%2020%2D25%20metri%20quadrati.
Un commento