9 Dicembre 2025
LA PRIMA ALLA SCALA PER RICCHI E FUTURI OLIGARCHI
Un nuovo corso che dimentica il passato
9 Dicembre 2025
Un nuovo corso che dimentica il passato

Qualcuno – magari il sindaco di Milano, che è per storia prima che per Statuto Presidente del Teatro dei milanesi – avrà detto al Sovrintendente Ortombina che sbandierare il record di incasso per la Prima della Scala è stato, soprattutto in questi tempi, un autogol inutile nel migliore dei casi?
Voleva forse sottolineare che siamo tornati alla Prima dei “ricchi” come negli anni Sessanta, con i “gran borghesi” e signore con la pelliccia di volpino a girocollo sostituiti dai mega ricchi internazionali foderati Armani che affollano il foyer pagando biglietti a prezzi allineati al Metropolitan?
È molto probabile che nessuno abbia spiegato al nuovo sovrintendente come la Prima della Scala sia da molti anni l’occasione nella quale Milano si specchia nel suo tempo corrente e proietta una “sua” immagine nel mondo molto più che in cento campagne promozionali e nel tempo di una polemica sull’inaccessibilità per motivi economici della nostra città, questo tasto proprio era l’ultimo da pigiare il 7 dicembre.
I sovrintendenti della Scala dovrebbero come prima cosa annotarsi la responsabilità morale e politica di rappresentare un patrimonio inalienabile dei milanesi, quel teatro che il sindaco Greppi ricostruì prima delle case bombardate e dal quale partì con le note della Gazza ladra di Rossini diretta da Toscanini, lo spirito ambrosiano della città che risorgeva.
Come fece il Sovrintendente per antonomasia Antonio Ghiringhelli che, appena nominato, ebbe come prima preoccupazione quella di dare lavoro a tutti gli uomini del teatro: andò di persona a richiamare esponenti del corpo di ballo che per campare facevano la rivista, rivolle in azione coro e orchestra già nell’estate del ‘45 con spettacoli al palasport milanese; la stagione proseguì con i concerti in autunno e, al teatro Lirico, con la rappresentazione delle opere. Lavoro per tutti subito, per sempre e al meglio: era quello che si chiedeva a quel tempo.
Come fece Paolo Grassi, dopo l’edizione del 1968, in cui alcune centinaia di studenti del Movimento Studentesco della Statale attesero all’ingresso del Teatro il pubblico “vestito a festa” per ricoprirlo di uova e pomodori, volendo in tal modo richiamare l’attenzione sul salto di qualità esistenziale che c’era tra chi poteva ostentare tanta opulenza e chi, invece, due giorni prima aveva perso la vita negli scontri tra polizia e braccianti che erano avvenuti ad Avola.
Negli anni successivi Paolo Grassi aprì al mondo del lavoro andando a cercare spettatori nelle fabbriche e negli uffici con la vendita di biglietti a prezzi contenuti, spiegando che non andava portata la musica della Scala nelle fabbriche ma si doveva aprire la Scala all’accesso degli operai che avrebbero dovuto potersi presentare con il vestito della festa nel tempio della musica, che era e rimane profondamente “loro”.
La Prima diffusa, ultimo retaggio di un’altra stagione, non basta se viene relegata a una sorta di girone cadetto, magari dando ai dipendenti dei fondi americani che si sono presentati in smoking in bella evidenza nel foyer l’idea di poter comprare, dopo la Scala del calcio, anche quella…vera.
La Giunta Pisapia non utilizzò come la precedente amministrazione i circa 200 biglietti del Comune per invitare gente famosa ma mandò in undici sale periferiche un assessore/a ciascuna offrendo una visione gratuita: fu un grandioso successo con signore di Porta Genova o del Gratosoglio che si presentarono al Mexico e alle altre sale in abito lungo e undici foyer diffusi nei quali gli esercizi commerciali della zona garantirono le “bollicine” come al Biffi Scala.
E anche la vendita dei biglietti di diritto del Comune con asta extra botteghino, che garantirono 200 mila euro da destinare a iniziative culturali fuori teatro e che vide, non a caso, Giorgio Armani tra i primi a passare da essere destinatario di ingresso omaggio ad acquirente con generoso sovrapprezzo, è stata “normalizzata”, nel senso che è stata inserita nel bilancio ordinario della cultura, in pratica riducendo l’impegno del Comune in cultura di quella stessa cifra, che era extrabilancio e straordinaria.
Ma forse è stata anche definitivamente abolita come è successo per i biglietti dello stadio che prima erano distribuiti alle associazioni del terzo settore – tranne due a consigliere comunale, che spesso peraltro seguivano la stessa strada – ed ora sono “andati” con la vendita del Meazza.
Quando si parla di una inversione di politica da condivisione a privatizzazione, si intende anche questo. E non va bene.
Franco D’Alfonso
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