9 Dicembre 2025
IL RACCONTO DEL SECOLO CHE CAMBIA (1892–1992… e oltre)
Pensieri sul passato e attese per il futuro
9 Dicembre 2025
Pensieri sul passato e attese per il futuro

Nel 1992, quando la De Agostini sfogliò idealmente le cronache dell’anno 1892, mise a fuoco un’intuizione che ancora oggi lascia un’eco nitida: tutto sembra cambiare, nella vita degli uomini, i mezzi, i ritmi, le abitudini, le tecnologie, eppure qualcosa, nelle profondità dell’animo umano, rimane ostinatamente immutabile. Chi guardava all’Italia del 1892, con le sue speranze e le sue contraddizioni, poteva sorprendersi a ritrovare quei medesimi moti, cento anni dopo, nel 1992. E, se vogliamo essere sinceri, anche nel nostro presente.
Il 1892 era un anno di transizione, come spesso lo sono gli anni che precedono una svolta. L’Italia, giovane e ancora incerta, viveva in equilibrio tra una modernità che bussava energicamente alle porte e un passato che non voleva abbandonare la scena. I vetturini di Roma guardavano con diffidenza i tram che avanzavano come mostri metallici; lo scandalo della Banca Romana rivelava con brutalità le fragilità della classe dirigente; nelle città operaie del Nord crescevano fermenti, proteste, rivendicazioni che avrebbero presto dato vita al Partito dei Lavoratori Italiani, primo vagito di quelle masse popolari destinate a cambiare la storia del Novecento.
Ma il Paese non era soltanto politica, scandali e scioperi. Era anche, e forse soprattutto, un corpo culturale in pieno fermento. Le strade risuonavano di una musica che apparteneva all’immaginario profondo degli italiani: l’Italia di allora cantava, e cantava sul serio. Giuseppe Verdi, ormai anziano, si preparava a chiudere la sua carriera con Falstaff, un’opera che aveva la freschezza di un’opera giovane e l’intelligenza di un monumento.
Nei teatri emergeva la voce limpida e coraggiosa di un giovane Giacomo Puccini, destinato a conquistare il mondo con la sua capacità di commuovere, di raccontare l’amore e la morte con un linguaggio moderno e universale. Arrigo Boito, poeta e musicista, tesseva libretti che sembravano dipinti, pieni di riflessi simbolisti, mentre in Europa si discuteva se l’Impressionismo, quelle pennellate rapide e luminose, fosse un’eresia o un nuovo modo di vedere.
E la letteratura non era da meno. Giovanni Verga fotografava il dolore secco e inevitabile della vita reale; Antonio Fogazzaro cercava dialoghi impossibili tra fede e ragione; Gabriele D’Annunzio, nella sua vita e nelle sue opere, plasmava una nuova idea di estetica, un vitalismo che era già preludio del secolo inquieto che stava arrivando. Intanto, in silenzio, un giovane Benedetto Croce iniziava il suo lungo viaggio nella filosofia, gettando le basi di un pensiero critico che accompagnerà l’Italia per tutto il Novecento.
Erano anni di passioni forti, tanto nella cultura quanto nella politica internazionale. In quell’Europa ancora dominata da imperi, da alleanze rigide e da un equilibrio fragile, la parola “pace” risuonava più come una speranza che come una certezza. Ed è forse per questo che, pochi anni dopo, nel 1907, l’Italia avrebbe visto un suo cittadino, Ernesto Teodoro Moneta, ricevere il Premio Nobel per la Pace. Un patriota diventato pacifista, un uomo che aveva conosciuto il rumore dei cannoni e che per questo aveva deciso di combattere la guerra con la penna, con la diplomazia, con l’ostinazione della ragione. Una figura che sembra uscita dalle pagine di un romanzo ottocentesco, e che invece rappresenta perfettamente le contraddizioni del secolo che si apriva.
Il secolo, però, non avrebbe avuto pietà. Tra il 1892 e il 1992 si spalanca l’abisso della modernità: due guerre mondiali, il crollo degli imperi, il Fascismo, la Resistenza, la nascita della Repubblica, la Costituzione, il boom economico, il terrorismo degli anni Settanta, la Guerra Fredda, la televisione, il consumismo. È un secolo che fa a pezzi tutte le certezze e poi prova a ricostruirne di nuove. Le fabbriche sostituiscono i campi, le automobili sostituiscono i tram, la pubblicità sostituisce i comizi di piazza.
Persino l’architettura racconta questa trasformazione, più di qualsiasi discorso politico. Il Liberty dei primi anni lascia spazio al Razionalismo, così geometrico e asciutto da sembrare una dichiarazione ideologica. Poi arrivano i marmi monumentali del regime, i quartieri del dopoguerra che crescono come alveari, le case popolari e i palazzi borghesi dello sviluppo, l’architettura giocosa, talvolta ironica, talvolta stanca, del postmoderno. Ogni edificio, ogni piazza, ogni angolo di città sembra voler dialogare con un’epoca precisa, raccontando la sua storia senza bisogno di parole.
E così si arriva al 1992, un anno che sembra costruito da un narratore con un gusto particolare per le scene drammatiche. L’Italia vive la frattura più profonda della sua storia repubblicana: le inchieste di Mani Pulite si abbattono come un uragano sulla classe politica, scompaginando equilibri e poteri consolidati da decenni. È l’anno degli attentati di Capaci e via d’Amelio, che lasciano un vuoto nella coscienza civile più che nelle istituzioni. L’Europa si ridisegna con il trattato di Maastricht, la lira crolla, nuovi partiti sorgono dalle macerie di quelli antichi.
Eppure, proprio come nel 1892, anche nel 1992 si avverte una strana sensazione di inizio. Come se due secoli diversi, così lontani, si passassero un testimone invisibile.
Quando guardiamo oggi agli anni successivi al 2000, e ai primi due decenni del XXI secolo, viene naturale chiedersi se non stiamo vivendo un’altra epoca di passaggio, simile a quella di tardo Ottocento. Anche noi assistiamo allo smarrimento delle forme politiche tradizionali, all’ascesa di movimenti nuovi, al ruolo centrale dei mezzi di comunicazione, allora la stampa di massa, oggi i social network. Anche noi viviamo una rivoluzione tecnologica che cambia il lavoro, la socialità, il tempo e lo spazio. Anche noi siamo attraversati da timori: allora era la macchina industriale, oggi è l’intelligenza artificiale. Allora si temevano i vaccini contro il vaiolo, oggi si discutono quelli contro il Covid. Allora si emigrava; oggi si accoglie, si respinge, o si cerca un equilibrio difficilissimo.
È qui che l’intuizione dell’editoriale De Agostini torna ad essere sorprendentemente attuale: cambiano i mezzi, ma l’uomo, nelle sue ansie e nelle sue aspirazioni, rimane un compagno di viaggio molto simile a quello del passato.
E allora, mentre scorrono nella memoria le vite di Verdi, Puccini, D’Annunzio, Croce, le grandi conquiste scientifiche e le battaglie civili, possiamo capire che tutto questo patrimonio di pensiero, arte e coraggio non serve solo a raccontare la storia, ma a indicarci una strada: quella di coltivare l’altruismo, di combattere la cattiveria e la crudeltà, di seminare bontà e giustizia, perché il futuro, soprattutto quello dei nostri figli, dipende dalla nostra capacità di trasformare le conquiste dell’intelletto e del cuore in gesti concreti di umanità.
E così, tra le melodie di Verdi e Puccini, le parole ardite di D’Annunzio e Croce, le scoperte che hanno illuminato il mondo e le battaglie civili che ne hanno plasmato la coscienza, impariamo che la storia non è solo ciò che è accaduto, o soltanto memoria, ma guida a ciò che possiamo diventare. Ci invita a domare la cattiveria, a spegnere la crudeltà, a coltivare l’altruismo, la bontà e la giustizia, perché il futuro, il domani, quello dei nostri figli, il mondo che essi erediteranno, non è scritto nelle cronache, ma nei gesti di umanità che sapremo compiere oggi.
“Per questo, penso e sento che questo messaggio in bottiglia, lanciato da un secolo che cambia ma che continua a interrogarci, dobbiamo ascoltarlo davvero. Non basta leggerlo: occorre sostare, comprenderlo, lasciargli spazio dentro di noi. Perché in un’epoca in cui tutto corre, si trasforma e spesso sfugge, la vera urgenza è ritrovare il coraggio di pensare, di guardare oltre il rumore del presente e di riconoscere ciò che rimane profondamente umano. È da questo ascolto silenzioso, ma necessario, che può nascere un futuro più consapevole, più giusto e più nostro.”
Grazie per l’attenzione.
Carlo Lolla
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