9 Dicembre 2025

MILANO E ROMA: DUE STORIE, UNA COMUNE RIFLESSIONE

Le due capitali


La città della Borsa, della Scala, della Bocconi ha sempre mostrato grandi capacità di alimentare il mito della “città veloce”. Vista da Roma, Milano è spesso così sembrata una città d’Oltralpe: pulita e organizzata, pragmatica, fredda. Ma da che la sua corsa è parsa in affanno, sono emerse le tante ambivalenze mascherate dagli stereotipi. 

È successo esattamente un anno fa quando, rilanciato da queste pagine, il Necrologio per l’Urbanistica, rimbalzando tra le Università italiane, ha raccolto in appena un mese 140 adesioni contro il Salva Milano, poi 200 nell’appello di primavera contro le politiche edilizie. 

Sino a quel momento solamente pochi addetti si erano preoccupati per il Decreto in discussione in Parlamento, mentre Roma aveva relegato le cronache milanesi a qualche battuta sul ritorno del “rito ambrosiano”. Eppure proprio in quel periodo, in Campidoglio si avviava la revisione, tuttora in corso, delle Norme Tecniche di Attuazione del Piano Regolatore: uno strumento nodale di governo della Capitale che, senza le inchieste e gli scandali dell’estate, sarebbe passato sotto silenzio. Oggi che il dibattito si è finalmente allargato ai cittadini, i fatti di Milano offrono un riferimento chiaro non solo, o non tanto, sui rispettivi scenari locali, ma per tentare un’analisi delle dinamiche comuni che la rendita e i processi di finanziarizzazione stanno determinando in città storicamente così distinte.

Lascia profonda amarezza osservare Milano svendere i gioielli di famiglia, luoghi che ne incarnavano l’anima popolare, valendole a buon titolo l’appellativo di “Capitale morale”. Penso alle piscine del Lido o dell’Argelati di cui Antonio Longo ha mirabilmente scritto: sorte in periferie allora in formazione, frutto di una concezione alta della redistribuzione e del coinvolgimento delle forze su cui l’economia della città si stava fondando. Colpisce la vicenda del Meazza, trattato come asset prima che un bene culturale, fingendo di ignorare quanto del prestigio che ne costituisce il vero valore risieda nelle generazioni di tifosi che ne hanno gremito gli spalti, o nelle migliaia di giovani che, attratti dalla musica, ne hanno reso iconici i concerti. Stupisce forse più di tutto come ciò accada ammantato da una retorica della “rigenerazione urbana” indifferente al più sfidante dei compiti ormai in capo alle amministrazioni comunali, quello del contrasto alla vulnerabilità climatica.  

Le città che Oltralpe ne hanno assunto le priorità difficilmente avrebbero ceduto le aree verdi del Trotter di fianco a San Siro ad evitare, o almeno compensare, gli effetti dell’isola di calore che il futuro impianto, con annessi commerciali, comporterà per il quartiere. Molti i riflessi su Roma, sedicente “città verde d’Europa”, dove le critiche alle NTA denunciano i rischi di sommare cambi d’uso, premi volumetrici e ordinarie monetizzazioni ammiccanti la spirale dei “grattacieli” milanesi: la favola della città che si addensa per contenere il consumo di suolo, sconfessata dall’erosione delle reti ecologiche ancora presenti nei tessuti edificati, e altrimenti garanti di funzioni irrinunciabili per la mitigazione dei picchi di temperatura, il ricircolo della ventilazione, la produzione di ossigeno, con ciò che a tale sacrificio consegue, specie per i più fragili, in perdita di benessere e salute pubblica.

L’economista Mariana Mazzucato, nelle sue ricerche sul mondo digitale, spiega come la cattura del valore dei risultati che l’ecosistema dell’innovazione produce sia amplificata dalla mancata remunerazione di quanti si son fatti carico dei rischi iniziali, quando nessun soggetto di “mercato” avrebbe investito nel processo innovativo. Un ragionamento che può estendersi alla città, se si considera in che misura la collettività ne accresca il capitale fisso e sociale: in forma di infrastrutture, patrimonio artistico, ricchezza immateriale, conoscenze, immagine. Se, parafrasando Mazzucato, si tratta di riconoscere ai protagonisti dell’innovazione il ruolo svolto, alla scala urbana, la questione verte sul dove e come redistribuire alla cittadinanza i proventi ottenuti dagli accordi con i costruttori. 

 “Capitale della rendita” per antonomasia, Roma ha impegnato vari studiosi sulle distorsioni che il fenomeno reca alle trasformazioni urbane: l’anticittà, la definì Argan, realizzata per brandelli edilizi, senza o contro ogni organica strategia urbanistica; la “città ostile”, povera di servizi essenziali e avara in spazi di relazione, la cui peculiare continuità dall’Unità ai giorni nostri si è riprodotta con una saldezza e pervasività di interessi che Barbara Pizzo attribuisce a un vero e proprio “regime”. Regime che, lungi dall’uscir logorato dalle accelerazioni estrattive delle operazioni finanziarie, trova ora nelle aspettative dei grandi capitali di investimento fresca linfa e inedite alleanze in settori ad alta redditività, bassa concorrenza e scarsa regolazione. Tra i dati delle sue ricerche spiccano gli oneri di urbanizzazione che, a Roma come a Milano, oscillano attorno al 5% contro il 20% della media europea, radice del cortocircuito tra frenesie speculative e carenza di fondi per manutenzione e adeguamento dei servizi cittadini che i sindaci pur lamentano. Ma davvero lo sviluppo dei due principali centri italiani non ha opzioni altre dal mattone? Siamo certi delle opportunità di votarci al traino di eventi estemporanei sul modello Milano-Cortina o del Giubileo? Qual’è la meta, quali i benefici collettivi?

A Roma l’ultimo e più recente spunto di questa riflessione è il Manifesto per non morire di rendita di Walter Tocci. Sottolinea i devastanti effetti che l’eccesso di valorizzazione immobiliare produce, determinando “una selezione negativa delle funzioni urbane”: “la rendita chiama rendita, scoraggia l’ingegno e smentisce la città creativa”. Tocci riprende dal Corriere il rammarico di De Vico per Milano: “Per la storica città della crescita, la vera ferita è una modernità che umilia il merito”. Dalla ripartizione del valore urbano, prosegue Tocci, discendono scelte cruciali per frenare gli usi parassitari a vantaggio di quelli produttivi, supportare l’inclusione, ridurre divari e disuguaglianze: tuttavia “occorre ribaltare luoghi comuni, pratiche pubbliche e private ormai insostenibili”, per restituire alla città “il valore creato dai cittadini”. Riferendosi alla vitalità della Capitale, Tocci però già intravede “le energie morali e sociali indispensabili alla rinascita”: la cultura e progettualità emergenti dalle “tante esperienze di riconversione ecologica, creazione di beni culturali, mutualismo”; l’alleanza tra ricercatori e attivisti, culture d’avanguardia e impegno civile da cui “sgorga un’inedita energia politica, che surroga l’assenza dei partiti nel territorio”. 

Forse è prematuro attendersi da simili energie l’azzerarsi delle tradizionali rivalità tra la Milano “che non si ferma” e la Roma “coloniale”, ma forse nemmeno è vano sperare che in un prossimo domani riconoscendosi complementari, sappiano dare al Paese mete comuni di una visione unitaria con cui superare la gravità della crisi urbana che tutti ci affligge.

Alessandra Valentinelli



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  1. Francesco AngellottiNon è il caso di fermarsi alle tante ed innumerevoli disgrazie incombenti sulla Società: il problema è sbagliato puntualizzarlo ma è di tutto il Sistema; Politico, Comunitario, Urbano, Agroalimentare, strutturale, comportamentale ... e metticele tutte Bisognerà cambiar Sistema per non finire come inizio nei 2 racconti del mio libro MONDI IMPOSSIBILI edito da "il Cuscino di Stelle" quest'anno: auspicando si realizzi la conclusione, almeno del 2°, per tornare ad essere Uomini
    10 Dicembre 2025 • 13:49Rispondi
  2. Fausto+BagnatoLe rivalità tra Rona e Milano hanno danneggiato l'Italia. Sarebbe auspicabile che i "POTERI DECISIONALI" operanti nelle due Regioni, convenissero d'istituire una commissione Parlamentare, allargata ai Presidenti delle due Regioni, assistiti dalle associazioni delle categorie produttive per promuovere Roma e Milano con leggi speciali per diventare complementari e non rivalità. Ci vuole coraggio per cambiare i comportamenti negativi.
    10 Dicembre 2025 • 14:17Rispondi
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