25 Novembre 2025
LA DESTRA AL GOVERNO DI MILANO
Emanuele Greppi IL SINDACO “INVERNALE”

Quando si parla dei sindaci milanesi si tende sottolineare gli elementi di continuità delle diverse amministrazioni e ad accreditare l’egemonia di una componente progressista sia nella versione moderata che in quella socialdemocratica che, fatto salvo ovviamente il periodo fascista, ha governato la città.
Forse non è proprio così. La città è stata governata anche da fieri reazionari con una linea politico amministrativa che periodicamente si ripropone: quella della lesina.

Massimo rappresentante di questo filone Emanuele Greppi, conte di Bussero, sindaco di Milano dal gennaio del 1911 (vincendo le elezioni con circa 17000 voti contro i 10000 dei socialisti e i 9000 dei radicali e repubblicani) al giugno 1914 quando i socialisti di Caldara vincono le elezioni con 34596 voti contro i 32117 di Greppi e dei moderati gli 8736 dei radicali e 2077 dei repubblicani.
Il primo eletto non fu un moderato, ma il medico, primario all’Ospedale civile Edoardo Bonardi, socialista votato anche dai radicali con 18469 voti (fosse stato candidato di un’alleanza sarebbe stato sindaco), secondo arrivò Giovanni Celoria, Greppi fu 28°, gli ex sindaci Vigoni 49° Bassano Gabba 63°
Greppi era diventato sindaco dopo un durissimo scontro con la componente progressista dei moderati impersonata dal predecessore Ettore Ponti il sindaco dell’expo, e in quanto esponente principale della corrente liberale moderata, dopo la vittoria della lista dei costituzionali alle elezioni 22 gennaio 1911, venne indicato come sindaco.
Abilmente Greppi aveva operato per raggiungere un compromesso tra le diverse fazioni, così nelle liste liberali, vennero inseriti alcuni nomi della giunta dell’odiato Ponti ma non l‘ex sindaco.
Questa continuità tra antipatizzanti nello stesso schieramento ritornerà più volte nella storia cittadina: si celebra il sindaco uscente del proprio schieramento anche se non lo si sopporta.
Nato nel 1853, di nobile e ricca famiglia nessuna parentela con il sindaco Greppi socialista, consigliere comunale dal 1885, Greppi a 32 anni viene nominato assessore alle finanze per passare poi ad altre responsabilità, restando in giunta con 3 sindaci per oltre 10 anni.
Fin dall’inizio della sua carriera amministrativa scelse una linea che non cambiò mai: il comune non deve indebitarsi, leggibile nel saggio Le opere e le spese edilizie del Comune di Milano nell’ultimo quinquennio, Milano 1890.
Nel 1897 venne eletto deputato per il primo collegio di Milano rieletto più volte.
Dopo la sconfitta del 1914 quando i moderati ottengono solo i 16 seggi comunali spettanti alla minoranza (il sistema era maggioritario) rimanendo esclusi due ex sindaci e una decina di ex assessori, Greppi continua a guidare i “reazionari” essendo stato nel frattempo nominato senatore del Regno.

Durante la Grande Guerra presiedette la commissione esecutiva del Comitato per la raccolta dei fondi pro-assistenza civile, collaborando con l’ex sindaco Ponti e il futuro sindaco Mangiagalli, finalizzati alla fondazione di un ospizio a Gorla per la rieducazione professionale dei mutilati e all’erogazione di finanziamenti agli ospedali e alle famiglie dei richiamati
Fu tra i primi a riconoscere il ruolo di Mussolini e a collaborare con i Fasci di combattimento attraverso il suo Fascio delle associazioni patriottiche milanesi.
Nel volume la Nazione operante repertorio degli “gli uomini spronati e diretti dal Duce; uomini che si sono distinti e si distinguono per volontà e illuminate iniziative” che fornisce circa 2.000 schede biografiche, di personaggi noti del regime, pubblicato nel 1928, Greppi viene così descritto: “rappresentò la Milano patriottica di fronte al disfattismo della rappresentanza comunale. Dopo la guerra aderì subito alla rivoluzione fascista dell’ottobre 1922 e nel periodo matteottiano si segnalò ancora per la sua adesione incondizionata all’operato dell’On. Mussolini”. Come lui, del resto, si comportò quasi tutta la classe dirigente liberal moderata milanese.
Come senatore partecipò ai lavori della Commissione per le riforme nell’ordinamento dello Stato istituita il 31 gennaio 1925 da Mussolini per lo studio delle riforme costituzionali (si trattava in pratica di dare conformazione alle fondamenta dello stato fascista), l’importanza del Greppi e il riconoscimento del suo prestigio è confermato dal nome degli altri partecipanti: Giovanni Gentile presidente, Gino Arias, Enrico Corradini, Matteo Mazziotti, Niccolò Melodia, Edmondo Rossoni, Fulvio Suvich, Gioacchino, Volpe, Domenico Barone, Francesco Coppola, Francesco Ercole, Arturo Rocco, Santi Romano. Dal 1922 in poi fu sempre relatore al senato sul bilancio degli interni.
Nel 1924 divenne presidente della Congregazione di Carità di Milano, cui lasciò nel testamento un lascito di circa 500000 euro.
Fu anche Presidente dell’Opera Bonomelli per la protezione degli italiani all’estero, Vicepresidente della Deputazione di storia patria di Torino, Presidente della Società storica lombarda, Presidente dell’Associazione per l’alta cultura, Presidente degli orfanotrofi milanesi, Presidente del Pio Albergo Trivulzio, e di molte altre istituzioni.
Curò con Alessandro Giulini l’edizione del carteggio tra Pietro e Alessandro Verri, a lui si devono numerosi saggi: Sulle condizioni economiche del Milanese, Nuovi documenti del regno di Ferdinando IV, “gli Ultimi Estensi, Il Banco di Sant’Ambrogio, La dominazione austriaca da Carlo VI a Francesco II, I decurionati nelle città provinciali dell’antico stato di Milano, i Dissidi tra Spagna e Napoli nel 1786, Giuseppe Ricchieri, commemorazione (il Ricchieri fu insigne studioso e parlamentare socialista antifascista), I Decurionati nelle città provinciali dell’antico Stato di Milano, che gli diedero fama anche come storico.
Il 9 gennaio 1931, Emanuele Greppi morì a Palazzo Greppi, sontuoso palazzo del Piermarini, in via S. Antonio 12, all’età di 77 anni, così lo ricordò Mussolini: “Mezzo secolo di vita politica, amministrati-va, culturale milanese rimane legata al suo nome … fu anche tra i senatori che meglio e più prontamente aderirono al regime fascista” meno entusiasta il Corriere che ricordò “la sua amministrazione se non fu contraddistinta da grandi iniziative seppe riportare i bilanci a una tranquilla floridezza”.
Ragione principale della vittoria di Greppi, oltre che la posizione intransigente dei socialisti, fu il compatto schierarsi con la conservazione dei cattolici, come scrisse l’Osservatore Romano il 24 gennaio: “ A Milano come sempre, come ovunque , i cattolici sono apparsi per quello che sono di fatto, un contingente sommamente prezioso e indispensabile del quale ormai non possono fare a meno i partiti costituzionalisti liberali che non vogliono andare travolti e rimanere sommersi nella piena sempre più rigonfia e minacciosa dei partiti popolari.”
Più chiari di così!

Il suo programma fu impostato alla modestia notarile e un po’ gretta della destra lombarda:
“Norma della nostra condotta sarà il paragone costante e accurato fra i vantaggi di una soluzione che importi una spesa, e i danni che qualsiasi spesa talmente arreca, sia che sottoponga una disponibilità del bilancio ad altra possibile destinazione sia che aumenti il debito, sia che renda necessaria una nuova imposta, nelle condizioni nostre attuali la libertà della nostra azione subisce ancora restrizioni maggiori. Molti lavori sono impegnati, i quali debbono necessariamente essere condotti a termine […] Maggior speranze nutriamo nella diffusione del giusto sentimento della impellente e imprescindibile necessità dell’economia e del risparmio in tutti gli ordini dell’amministrazione, dai capi fino ai più modesti funzionari […] Più sicura, più decisa sarà poi la nostra azione nell’opporci a nuove spese. Noi resisteremo alle sirene che volessero tentarci. Dobbiamo imporci la massima che, appunto perché è difficile tornare indietro su spese già consentite, è vero, è necessario non accogliere titoli nuovi di spese”.
Discorso politico? piuttosto un discorso ragionieristico.
Un esponente della sua stessa maggioranza, e non certo un progressista, Beltrami, disse che il comportamento di Greppi gli ricordava più “un buon padre di famiglia, il quale facesse con molta diligenza e molta lucidità i propri conti di casa”. Per Beltrami, se la città versava in quel momento in una “depressione finanziaria” ciò non doveva costituire un ripiegamento, di quella che era la “città più operosa d’Italia”: “Un partito può credersi in diritto di assistere e di tenere il potere, alla sola condizione di avere delle idealità da ridurre in atto, ed io non posso pensare che le idealità nostre debbano ridursi a redigere un bilancio sul scorta degli uffici di ragioneria […] Non li amiamo dunque nessuno debito, ma io preferisco ancora i debiti, e magari molti debiti, quando, bene usa possano giovare al maggiore sviluppo e al maggior benessere della città, piuttosto che le ricchezze della vita porta che arrischino di intristire, di mortificare la vita, e di compromettere l’avvenire”.
Le misure di risparmio, (Greppi definì la sua politica di bilancio “invernale”) colpirono l’istruzione, con l’accorpamento di aule e l’eliminazione delle scuole meno numerose, diminuirono il numero di vie fognarie e tagliarono le spese sulla nettezza urbana (e la città divenne più sporca, soprattutto nei quartieri popolari).

Il corriere della sera così descrisse il programma dei moderati: “ mirano a condannare un passato che non sarà esente da errori ma dal quale complessivamente il partito liberale milanese deve essere fiero…amano Milano ma vorrebbero volentieri che essa non si sviluppasse, non crescesse per ragioni politiche ed economiche giacché non amano contrarre debiti e vorrebbero che tutto o quasi tutto si facesse con entrate ordinarie…l’orrore per i debiti e per le imprese ardite fa loro ripudiare le municipalizzazioni … in questo orrore per le imprese municipali vi è un po’ dello stesso sentimento dal quale nasce l’orrore per la tassa di famiglia: sentimento di classe…che fa parere ripugnanti i tributi diretti e preferibile quelli indiretti.”
Volendo si potrebbe definire la differenza fondamentale tra le diverse amministrazioni milanesi dal 1860 ad oggi non destra e sinistra categorie mutevoli nei decenni ma quella tra indebitatori (riforma-tori democratici e sinistra) e lesinatori (moderati, conservatori, reazionari).
Come già scritto, se dovessi definire grossolanamente la costante delle elezioni comunali milanesi, pur nelle ovvie differenze di sistemi elettorali, platea degli elettori e soggetti politici, direi in sintesi: “I progressisti vincono quando moderati, conservatori e reazionari si dividono e i conservatori vincono quando i progressisti e i radicali si dividono
La giunta Greppi si presentava, pur nella modestia del suo discorso, come giunta d’opposizione alle scelte del governo centrale e del governo Giolitti.
Specularmente i radicali acquisivano, un ruolo fondamentale: quello di rappresentanti della politica del governo Nazionale a Milano, e il Secolo divenne il principale organo governativo nell’area cittadina.

La Milano politica degli anni Dieci davvero in nulla poteva ricordare quella di vent’anni prima. All’epoca v’erano due raggruppamenti, liberali e democratici, le cui distinzioni erano assai spesso sfumate, tanto che i candidati dell’una lista passavano agevolmente nell’altra, e non per trasformismo, quanto per la convinzione, che avevano visto confermato nell’immediato ventennio postunitario, dell’inutilità della politica, del suo carattere tutto sommato accessorio, un’appendice di parole e di discussioni per giovani idealisti o per attempati perdigiorno, mentre gli uomini seri, e soprattutto i lombardi, concreti, dovevano trovare i mezzi per fare al più presto, con maggior profitto e minor dispendio, le “cose”.
Modernità sia, pensavano i moderati lombardi, purché non venisse scalzato il regime proprietario e il suo equilibrio di ordine e di valori, di ascendenza corporativa, in cui il mercante, il contadino, il manovale, il muratore andavano rispettati in quanto “lavoratori” ma finché non deflettevano dal posto assegnatogli dalla rappresentazione sociale della borghesia proprietaria.
Una borghesia proprietaria che per questa ragione non riusciva a rappresentare i ceti imprenditoriali i quali, benché provenienti da quei gruppi sociali erano nondimeno favorevoli a quella “modernità” che prevedeva in primis industrializzazione e democrazia. Per questo, almeno nei primi decenni unitari, gli imprenditori più dinamici, di prima o seconda generazione, li troviamo nelle liste dei radicali.
Una borghesia, altro che borghesia illuminata di cui spesso si parla a vanvera, in maggioranza contraria alle spinte riformatrici che venivano “da Roma”, e soprattutto all’allargamento dell’elettorato, fin dai tempi dall’odiato Crispi, odiato non perché illiberale ma perché troppo centralizzatore e interventista sulle cose milanesi, per il resto il suo pugno di ferro contro le organizzazioni operaie e socialiste appariva persino troppo tiepido ai loro occhi.
I liberali giolittiani non erano molti a Milano. Ponti, che involontariamente fece una politica giolittiana, fu duramente attaccato dalla destra liberale, ma lui stesso non riuscì a capacitarsi della propria posizione, perché il suo programma avrebbe richiesto una maggioranza diversa (quella radicale e socialista) da quella che concretamente sosteneva la giunta.
L’estremizzazione bipolare della politica locale caratterizzò quindi gli anni immediatamente precedenti la guerra: da un lato la giunta dall’altra i socialisti, al centro pochi isolati illusi.
Proposte che ai nostri occhi possono apparire moderate di un Caldara e di un Turati, erano guardate con orrore dai ceti medi e dalla giunta.
Le realizzazioni della giunta Greppi non sono clamorose: assunzione dell’esercizio del nuovo mercato ortofrutticolo in corso XXII marzo e chiusura dei mercati del Verziere, di Corso Vittoria e di Foro Bonaparte; lotta ai “portoghesi sui tram; rifacimento dei mosaici della galleria; intitolazione al Berchet del quarto liceo Ginnasio; apertura della tramvia Milano Bicocca; soppressione dei cimiteri del Ticinese, pta Magenta, pta Garibaldi; nuovo regolamento del servizio di acqua potabile; demolizione del bastione tra porta Vittoria e pta Monforte; elettrificazione dell’illuminazione stradale; riduzione delle roulette (le slot machine del tempo); nuovo ospedale per tubercolotici a Garbagnate; una risistemazione urbanistica le cui maggiori realizzazioni sono il tracciato di Corso Italia e la tra-sversale da Piazza della Scala a San Babila (attuale Corso Matteotti).
Solo nel 1913, risistemato il bilancio, la Giunta cominciò a pensare a nuovi progetti, considerando superato il periodo “invernale” del bilancio.
Il più importante fu la costruzione di una “Città degli studi”, cui in virtù del citato bipolarismo i socialisti si opposero: Bonardi lamentava che “venticinque mila bambini sono privi di assistenza per mancanza di asili e di giardini d’infanzia, un terzo della popolazione formata da famiglie di 4-5-8 persone vive in una o due stanze, la tubercolosi miete non meno di 2.000 persone all’anno”.
Per Claudio Treves “un’università politecnica darà benefici alla classe borghese, che da questi istituti trarrà il vantaggio immediato del rifiorire delle sue industrie. La classe borghese ha molto desiderio di scienza, ma poca volontà di tirare fuori i quattrini, e tutto questo entusiasmo per l’alta cultura da par-te della borghesia è a spese dello Stato, del comune e della provincia”.
Greppi dovette combattere anche contro parte della maggioranza, che disapprovava un impegno economico così rilevante ma vinse sostenendo che: la mia politica “tende a togliere con molta parsimonia il danaro dalle casse del comune ma procura di associarlo ad altre iniziative in modo che se ne moltiplichi il frutto”.
Greppi pur essendo conservatore per non dire reazionario aveva una visione innovativa del municipalismo tant’è che concepì l’idea di un Consiglio superiore dei Comuni, con competenze legislative e di controllo dei municipi, rivoluzionaria per la concezione centralistica dello Stato tipica della sua epoca, che fu proposto alla Camera nel marzo del 1906 nel corso del dibattito sul disegno di legge per la revisione dell’istituto dello scioglimento dei consigli comunali.
Il progetto di Greppi fu riproposto più volte.
Tra i sostenitori del progetto di Greppi era il segretario dell’Anci: Emilio Caldara: “Tutti i partiti […] sono egualmente interessati a che i congegni amministrativi del Comune funzionino con quella libertà di movimenti, che consenta le esplicazioni logiche di un intero programma”. il Consiglio superiore avrebbe attribuito ai comuni l’importanza che effettivamente avevano nella vita della Nazione: “i comuni sono già di per sé, nella loro rappresentanza, una emanazione della sovranità popolare; essi hanno per tradizione e per legge funzioni di Governo”.
Altrettanto lungimirante, ancorché paternalistica la sua visione sull’immigrazione, il sindaco richiedeva l’estensione di un programma di istruzione con modalità didattiche pensate però in modo specifico per l’addestramento tecnico di una manodopera qualificata; il suo intervento al primo congresso Italiano dell’assistenza all’emigrazione continentale tenutosi a Milano nel maggio 1913 presieduto dall’arcivescovo di Milano Cardinal Ferrari potrebbe definirsi senza tema progressista.
I più pensavano che l’attenuarsi della politica “invernale” e la radicalizzazione degli schieramenti dovesse favorire il Greppi.
Invece alle elezioni politiche del 1913, risulteranno eletti 3 socialisti (Turati, Treves, Maffioli) 2 radicali e un liberale.
Il 5 novembre 1913 Greppi e la giunta si dimettono, si insedia il commissario straordinario Filiberto Olgiati i socialisti diffidano e il gruppo consiliare si costituisce in “gruppo di vigilanza” per controllare l’operato del commissario, Greppi con un saggio (come avevano fatto alcuni predecessori e fecero alcuni successori ma non in tempi recenti) nel maggio, quasi presagendo la sconfitta riassumerà la sua esperienza: I problemi municipali di Milano.
La sua stagione di amministratore milanese è finita e del sindaco “invernale” ben pochi si ricordano, certamente non quelli della strada a lui dedicata.
Walter Marossi