25 Novembre 2025

L’ARCIVESCOVO E GLI AMBROSAURI

Aspettando la predica di S. Ambrogio


Mons. Delpini sta per rivolgere il Discorso alla Città per Sant’Ambrogio dopo un anno di indifferenza ai suoi richiami alla solidarietà e l’essere andato alla CGIL (bersaglio di Meloni e Salvini)

Prepariamoci: tra dieci giorni è Sant’Ambrogio; alla vigilia, nella Basilica del Patrono, converranno tutti per ascoltare l’Arcivescovo che tiene il discorso alla città. Ci saranno Sindaco, Presidente della Regione, Assessori, Parlamentari, vertici di banche, mercati finanziari, enti e categorie produttive, responsabili della salute pubblica e privata, della scuola, della cultura, delle Forze dell’Ordine. 

Quando, ultimato il rito religioso, mons. Delpini avrà impartito la benedizione, tra le Autorità d’ogni ordine, grado, appartenenza sarà una contesa a chi riuscirà ad esprimere «il più convinto apprezzamento» per le parole dell’Arcivescovo nelle quali «difficile non ritrovarsi», a ringraziarlo per aver ribadito «i grandi valori di una Milano che cresce nonostante le difficoltà del Paese», ad assicurare l’impegno personale e dell’istituzione di cui l’autore del commento-stampa è ai vertici «perché i richiami del Pastore abbiano un’eco concreta in provvedimenti e iniziative che confermino la realtà del “modello Milano” e l’insostituibile ruolo di traino della città». Spenti i riflettori non cambierà nulla. 

L’idea che possa andare come Mina cantava, «Parole, parole, parole…», mi viene dal confronto con quanto non è accaduto dopo il discorso di Sant’Ambrogio 2024, uno dei più duri e impegnativi tra quelli tenuti dall’Arcivescovo. 

Era arrivato a porsi una domanda terribile: «Perché i giovani dovrebbero desiderare di diventare adulti?» davanti agli esempi di disinteresse, di declino della società, di invisibilità delle manifestazioni solidali, di educazione che si esaurisce in addestramento invece d’essere formazione della persona a realizzare sé stessi e a pensare concretamente agli altri. 

Mons. Delpini aveva prospettato la stanchezza della città e della gente, le ingiustizie, le mancanze di prospettive per i giovani e di accoglienza per gli anziani, i grattacieli a scapito di case per il ceto medio e di edilizia popolare, le insufficienze dei servizi per mamme, bambini, famiglie, anziani; aveva dato nome e cognome a meccanismi che minano il bene comune e la convivenza ordinata, cioè secondo criteri di giustizia sociale puntando d’indice su un sistema creditizio che pensa a profitto, utili, dividendi per gli azionisti e produce disperazione nella gente; aveva denunciato l’attivazione di meccanismi che determinano situazioni favorevoli a usurai, immissione di danaro sporco, criminalità organizzata camuffata nelle divise dei colletti bianchi: un sistema che produce «ricchezze maledette».

 Sono temi, difficoltà, ingiustizie, comportamenti al limite del criminale di cui le cronache quotidiane certificano il permanere oggi.

Per attitudine personale oltreché per il ruolo mons. Delpini non è solito usare solo lo staffile del suo antico predecessore Ambrogio che risalta anche nel Gonfalone esposto nella Sala dell’Alessi a Palazzo Marino, più con funzione decorativa che come monito per gli amministratori e per la città visto le diffuse, pervicaci resistenze al cambiamento. Uomo timido, ma determinato e insistente le dice forte e chiaro a chi di dovere, con la preoccupazione però di accompagnare le sue pesanti critiche con la speranza che autorità e persone comuni rivedano pensieri e comportamenti. 

Anche nel 2024 aveva intravisto e riproposto un’umanità effettivamente stanca, delusa, disorientata ma non arresa, capace di ostinarsi nel credere che si possa far qualcosa perché le cose cambino. Così aveva ricordato che esiste la «ricchezza onesta» e questa sa di avere una responsabilità sociale (gli utili da reinvestire non come dividendo che arricchisce); che le tasse vanno pagate per finanziare i servizi di cui poi tutti usufruiscono (anche evasori e corrotti): il contribuente onesto applica la Costituzione (non corrisponde affatto un “pizzo di Stato” come Meloni invece a affermato per raggranellare consensi che forse le rimangono attaccati anche per questi atteggiamenti deprecabili in chi è Premier).

Delpini era allora sceso anche nel dettaglio delle criticità che minano una vita accettabile e sostenibile se non vengono seriamente affrontate e risolte: la sicurezza sul lavoro; gli orari compatibili con la vita familiare e sociale (il tempo dei pendolari!); il recupero sociale delle aree dismesse. E, in una visione più generale di quanto il mondo – e noi in esso – sta vivendo tra Gaza e Kiev, Delpini era stato chiaro: «L’educazione alla pace è possibile per un’alleanza educativa che sappia coinvolgere famiglie, espressioni aggregative della società civile, della comunità cristiana, delle confessioni cristiane presenti nel territorio, dei fedeli di tutte le religioni. Ha bisogno di nuovi pensieri e di nuovi sogni, di nuove politiche e di nuovi profeti per rimuovere le cause dei conflitti che si annidano nelle ingiustizie, nelle violenze, nella corruzione, nell’abuso dell’ambiente, nella disumanizzazione del nemico». 

Delle quattro “novità” auspicate da Delpini – pensieri, sogni, politiche, profeti – nessuna, invece, ha avuto modo di esprimersi a Milano nell’ultimo anno, purtroppo. Anzi, si son viste numerose, reiterate riproduzioni di eventi, modi, procedure proprio in molti ambiti nei quali l’Arcivescovo, accanto alla denuncia, sollecitava trasformazioni, cambi di mentalità, di approccio, di scala di valori, di comportamenti nel pubblico e nel privato.

Basterebbe pensare ad alcuni dei settori che qualificano il bene comune di una metropoli: la casa, dove si infittiscono le fila degli esclusi tra studenti, giovani, famiglie, ceto medio, con conseguente emigrazione in altre città e nei paesi dell’hinterland; l’urbanistica, per la quale Palazzo Marino ha rischiato grosso e se se l’è cavata sinora sotto il profilo giudiziario non ha certo brillato quanto  a “buon governo” nel concepimento di un’idea di territorio su cui è il pubblico a far politica e non gli interessi di varia natura e appartenenza, fondi di investimento, capitali spesso d’incerta tracciabilità a dettarla; il welfare, che continua a dover far conto sul “privato sociale” e sulle famiglie (a incominciare dai nonni baby sitter, per non chiudere; la salute, per la quale il Comune resta inerte nei confronti d’una Regione sempre più condizionata da una visione privatistica della cura e dimentica della prevenzione, a cominciare dalla medicina del lavoro, del disagio minorile, della salute mentale. 

Vien da scomodare le Scritture associando a Delpini il vissuto della “voce che grida nel deserto”, pastore di un “piccolo gregge” di cui fan parte altri come lui, ma ininfluenti, almeno al momento, sui destini generali. 

Pensiamo alle schiere di volontari dell’associazionismo cattolico, ma non solo, e in generale alle tante persone oneste (delle quali Milano è piena!) che vorrebbero una città diversa, ma che non incontrano una politica credibile, capace di motivare, aggregare, essere punto di riferimento. Se son fondati i sondaggi riferiti in questi giorni che il Pd starebbe perdendo consensi nella zona 1 per decenni roccaforte di quella forza politica, non si sa cosa pensare: se bene, cioè finalmente frustrazione e delusione possono provocare una sorta di operazione-verità foriera di cambiamento; o se temere che omologazioni, appartenenze, astensioni mentali prima che elettorali, stiano facendo emergere anche a Milano un’uniformazione ad un clima del Paese in cui chi può cerca di far valere gli interessi propri, di clan, di bottega. 

Per dare un’immagine degli scenari che si stanno delineando sembra che Delpini si trovi a combattere contro avversari dai modi all’apparenza non pericolosi, in realtà agguerriti e capaci di farsi valere nei loro affari (dimenticando gli altri). Li definirei: gli Ambrosauri.

Questi sono nemici della città e incarnano un insieme variegato molto trasversale di egoismi, interessi, convenienze, occasioni da cui trarre profitto, collusività. Un “incrocio” di caratteristiche che inducono a immaginare quel tipo di appellativo. Infatti, gli Ambrosauri assumono i tratti di alcune delle “virtù ambrosiane”, tipo: inventiva, operosità, laboriosità, sollecitudine, intraprendenza, pragmatismo, oculatezza, discrezione, però le volgono a proprio vantaggio, le mettono al servizio di alcune attitudini dei “sauri”, i rettili o lucertole dell’immaginario collettivo (non seguiamo le catalogazioni scientifiche) che dal bagaglio preistorico alle mitologie moderne sono i simboli di talune attitudini specifiche. 

Le sintetizzerei in: pronunciata voracità; di taglia minuta (si pensi alla piccola furba lucertola o al geco), ma anche di dimensioni più imponenti, addirittura ingombranti mastodonti (alla pari degli storici antenati “dinosauri”); attaccamento (adesività talora, con ventose o unghioni) alla terra, sicuri che da essa e da chi la abita trarranno risorse stimate come inesauribili (e “dovute”); congenita disposizione a “cambiar pelle”, a mimetizzarsi, a rigenerare pezzi di corpo amputati e persi nel corso di battaglie; adattamento a vivere in strette aggregazioni sociali che non confligge con l’istinto a lavorare in proprio, per sé, se del caso aggredendo e distruggendo anche l’alleato; indifferenza verso il contesto di altri esseri che non siano possibili prede. 

Può sembrare un gioco, allenamento della funzione immaginativa, in realtà è un esercizio istruttivo, utile sforzo di comprensione della realtà ambrosiana (ma non solo!) cercar di riconoscere negli Ambrosauri alcuni dei tratti di categorie professionali, interessi costituiti, personaggi esposti sui palcoscenici o molto attivi nelle retrovie, in luoghi appartati, compagni di ombre e di insondabili o indicibili coinvolgimenti.    

Il 10 ottobre scorso Mons. Delpini s’è recato alla Camera del Lavoro di Milano per un dialogo/confronto con il Segretario generale della Cgil Luca Stanzione. Non era mai accaduto che un Arcivescovo varcasse la soglia dello storico edificio di corso di Porta Vittoria. 

Martini aveva partecipato ad assemblee di lavoratori (si pensi alla Pirelli che stava per mandare a casa le “tute bianche” e a trasformare la Bicocca in quartiere residenziale); Tettamanzi s’era fatto carico di ricevere in Duomo gli operai dell’Alfa Romeo, dopoché Prefetto e Questore non sapevano come trattenerli dopo l’imbroglio del rilancio dell’azienda promesso da Formigoni & C., dalla giunta lombarda e da qualche complicità romana. 

Ci voleva il mite, semplice, senza neanche la porpora di Cardinale (non s’è mai capita la scelta di Francesco di privare la Chiesa di Milano d’un tale titolo per “don Mario” come all’Arcivescovo piace farsi chiamare), per recarsi nella sede della CGIL di Landini e dire: «Il sindacato è un qualcosa che merita la stima di tutti e un ruolo dentro la dinamica della società». Parole da far venire il mal di pancia a molti. 

In quegli stessi giorni Meloni e Salvini tuonavano contro la CGIL e il suo Segretario Generale. La Milano degli Ambrosauri non ha battuto ciglio davanti a Delpini in corso di Porta Vittoria. Un segnale positivo? Fanno gli affari propri, ma in fondo non sono di destra destra come Palazzo Chigi e i suoi Ministri? Sarebbe bello crederlo. Soltanto che neanche ciò che ha detto Delpini alla Camera del Lavoro è servito almeno ad attivare un dibattito su Milano, su un’idea di città, sul futuro della gente e in particolare dei giovani. 

Forse un motivo c’è. Gli Ambrosauri hanno radici antiche in questa terra di Lombardia, dove “il cielo è bello quando è bello”, non è mai morta la voglia di collusione tra poteri: da una parte la percezione diffusa che i pastori della Chiesa siano come il Padre Provinciale dei Cappuccini che ne I Promessi Sposi accetta il ricatto di allontanare Frate Cristoforo proposto/imposto dal Conte Zio, potere politico e di casta insieme: «Veda vostra paternità; son cose, come io le dicevo, da finirsi tra di noi, da seppellirsi qui, cose che a rimestarle troppo… si fa peggio.

Lei sa cosa segue: quest’urti, queste picche, principiano talvolta da una bagattella, e vanno avanti, vanno avanti… A voler trovarne il fondo, o non se ne viene a capo, o vengono fuori cent’altri imbrogli. Sopire, troncare, padre molto reverendo: troncare, sopire” “sopire e troncare”». 

“Tra voi non sia così” Delpini ha invece titolato la Lettera Pastorale di quest’anno, a settembre. E In effetti alla CGIL poco più d’un mese fa ha ripreso e sviluppato il discorso di Sant’Ambrogio del 2024: «Occorre contrastare il sistema economico finalizzato unicamente al profitto. La tendenziale riduzione dell’economia alla finanza e la concentrazione delle risorse finanziarie in poche mani potenti dà vita a un meccanismo di accumulo e di saccheggio: per accumulare ricchezze sono derubati i più deboli, i lavoratori, i pensionati, i giovani. Si producono scarti, quando lo scopo del sistema è incrementare il profitto, e si mettono nelle mani di poche persone ricchezze immense. 

La geopolitica avveduta riconosce lo spietato sfruttamento delle risorse che sono sul pianeta per necessità di puro profitto. Si tratta non di una questione locale, ma di un sistema e questo dobbiamo sentirlo come inaccettabile». Concetti non diversi da quelli che ha scritto Leone XIV in La forza del vangelo, primo libro di Robert Prevost da Papa: «Non possiamo più tollerare che chi più ha, ha sempre di più, e chi meno possiede, sempre più diventa impoverito». Avremo modo di riprenderlo. 

Chiudendo l’intervento alla CGIL Delpini ha condiviso un messaggio di speranza: «Non sono venuto per insegnare, ma per condividere un desiderio: quello di prenderci cura, insieme, del bene che vogliamo a questa città, alla sua gente e al futuro che costruiremo con il lavoro e con la solidarietà». 

Aspettiamo il Discorso alla Città del 2025, tra dieci giorni. E i commenti-stampa compìti delle Autorità presenti e plaudenti in Sant’Ambrogio.

Marco Garzonio



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