PER UNA URBANISTICA MILANESE

La più importante tra le diverse ragioni della speciale attrattività di Milano per gli investitori immobiliari è la grande quantità edificabile che ha caratterizzato i maggiori interventi di trasformazione.
La facoltà di recuperare la SL (superficie lorda di pavimento) già esistente è il nodo della questione, che rende ininfluente, in gran parte delle maggiori trasformazioni, il cosiddetto “indice unico” di edificabilità, virtualmente esteso in modo eguale a tutti i sedimi, ma di fatto di gran lunga inferiore a quello dell’edificazione preesistente, che era destinata ad attività non residenziali oggi dismesse.
L’esito delle trasformazioni d’uso in residenza proposte in queste aree attraverso la demolizione e ricostruzione – che sarebbe comunque tale anche se gli investitori avessero pagato gli oneri e seguito le procedure nel modo più corretto – non ha sconvolto il paesaggio soltanto nelle parti periferiche della città, dove la presenza di attività non residenziali dismesse è notevole, ma anche nelle aree semicentrali, nella città disegnata dai piani Beruto, Masera e Albertini.
Gli esempi sono innumerevoli, uno per tutti è il complesso di edifici recentemente ultimati in via Compagnoni, tra piazza Dateo e piazza Susa, in sostituzione di un insediamento produttivo che occupava tutta l’area. Qui è stata riconnessa la cortina allineata alla strada, ma all’interno l’area è stata completamente saturata da blocchi di appartamenti distanti tra loro e verso il contesto il minimo regolamentare. Qui l’idea di continuare e riprodurre il carattere della città novecentesca, formata da isolati compatti e continui, disegnati dalla geometria della maglia stradale, e da grandi cortili (che talvolta ospitavano edifici minori destinati a servizi e attività artigianali) è contraddetto in modo eclatante.
Come uscire da questa situazione di stravolgimento degli assetti precedenti senza un disegno alternativo?
Bisogna progettare un nuovo PGT con un impianto normativo radicalmente rinnovato, non limitarsi a variare qualche parametro per soddisfare le critiche più diffuse. Ma non credo che l’attuale amministrazione possegga la forza politica e l’energia intellettuale sufficiente per organizzare un nuovo piano che rappresenti una chiara idea di città. Una città che si trasformi valorizzando il suo forte carattere concepito nel novecento.
Negli ultimi decenni è avvenuto il contrario, è stata consentita e cercata la discontinuità e la rottura con il carattere di Milano. Vale per tutti il caso di Porta Nuova. Il tracciato dell’asse storico di corso Garibaldi, che ha origine al Cordusio e che unisce il centro alla seconda stazione ferroviaria (che per i trasporti regionali e metropolitani è più importante della stazione centrale), poteva concludere il suo corso davanti alla stazione formando uno spazio pubblico importante, come avviene in tutte le città europee. Invece la sezione dello spazio pubblico è stata contraddetta in corso Como dallo spigolo di un edificio storto, disallineato rispetto al corso, un edificio dal fronte estraneo al contesto, dotato di balconcini da lungomare.
Il disallineamento invita il pedone a salire di quota per accedere senza barriere stradali a piazza Gae Aulenti e poi alla Biblioteca degli Alberi, mentre chi dal centro è diretto alla stazione e vuole avvicinarsi alla grande tettoia predisposta per accoglierlo, deve superare lo spigolo, attraversare un giardinetto e un’arteria di grande traffico. Lo spazio a fondo cieco davanti alla stazione, da sempre malmesso e abbandonato, è oggi oggetto di un cantiere che (a giudicare dai render esposti sulla recinzione) produrrà un altro giardinetto con laghetto e fontanelle. La grande tettoia è rimasta dove era, in periferia, separata dalla storica strada che porta in centro.
Piazza Gae Aulenti è uno spazio di grande successo popolare, perché asseconda il diffuso sentimento antiurbano: lassù, lontani dal traffico della quota zero, ci si sente in vacanza.
Nel 2012 il sindaco Pisapia, nel dubbio se aggiustare con varianti il PGT ereditato dalla sindaca Moratti, fino ad allora contestato dall’opposizione di sinistra, oppure concepirne uno nuovo con obiettivi diversi, scelse la prima strada, più veloce e di maggiore consenso, lasciando di fatto inalterato l’impianto normativo pensato per una città programmata per crescere indefinitamente, anche e soprattutto su se stessa.
Un PGT che, grazie alla norma che consente di recuperare dovunque la SL esistente, contiene le condizioni perché gli episodi urbani importanti non siano previsti e disegnati dal pubblico, ma proposti dai privati, ai quali vengono offerte quantità edificabili straordinarie, distribuite sul territorio a caso, secondo la distribuzione delle aree dismesse grandi e piccole situate nella città dagli accidenti storici. Così è iniziata l’attrattività e si è aperta una competizione immobiliare che la città non aveva mai visto prima.
Tra parentesi: rimane aperta e irrisolta la questione sociale, la necessità di costruire edilizia sovvenzionata da parte dello Stato per far fronte ai fabbisogni più gravi. Una necessità che siamo costretti a rinviare perché il governo ha priorità opposte e in ogni legge finanziaria sottrae risorse ai comuni.
A Milano le risorse intellettuali per costruire un nuovo piano ci sono, ma per mobilitarle, creare le condizioni per un confronto costruttivo e poi fare sintesi in tempi ragionevoli, ci vuole l’autorevolezza culturale che l’attuale amministrazione ha perso per strada. L’ha persa prima con la svendita delle aree degli scali ferroviari (occasione storica per realizzare uno straordinario sistema di aree pubbliche), poi con la vicenda dello stadio anch’esso svenduto e infine con le paradossali Olimpiadi invernali 2026.
Una città lontana dalle montagne – il cui profilo viene scorto dai milanesi nelle giornate più limpide – ospiterà le residenze degli atleti, che gareggiano a molti chilometri di distanza, in brutti edifici destinati successivamente ad ospitare gli studenti, escludendo quelli dai redditi più bassi. Per organizzare in modo più veloce le iniziative immobiliari, le Regioni ed i Comuni organizzatori delle Olimpiadi hanno creato e finanziato una società di diritto privato, che ha distribuito gli incarichi professionali direttamente, senza le gare previste dalla legge per i lavori pubblici. E non parliamo dei concorsi di progettazione, riguardo ai quali rimpiangiamo il tempo nel quale era assessore competente il democristiano Gianni Verga.
Eppure, approvare un piano che preveda indici di edificabilità davvero estesi a tutto il territorio, favorendo soltanto chi recupera e trasforma i manufatti esistenti senza abbatterli e ricostruirli, come avviene in tutte le città europee che nel ‘900 hanno assistito allo sviluppo industriale e oggi riusano quegli immobili anziché cancellarli, non sembra un compito impossibile. Sarebbe un piano fondato su una idea di città non competitiva, coerente con la sua storia e la sua geografia. Un compito possibile per chi possiede forza politica e capacità di dotarsi degli strumenti culturali e amministrativi adeguati per governare il territorio. È su questo tema che, fin da ora, dobbiamo chiedere che si esprimano i candidati Sindaci ed i gruppi politici e sociali che li propongono.
Alberto Caruso

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