11 Novembre 2025

IL WELFARE DEL “BARLAFÜS”*

Idee forse troppe ma comunque confuse


Grazie al PNRR a Milano sono attivi diversi progetti con differenti finalità. Nella pagina dedicata ai progetti PNRR in corso; a Milano sembra siano attivi molti progetti elencati nella pagina del Comune all’indirizzo: https://www.comune.milano.it/aree-tematiche/pnrr-fondi-europei-e-nazionali/pnrr. In sintesi, Milano ha ottenuto finanziamenti per oltre 923 milioni di euro nell’ambito del PNRR e del Fondo Nazionale Complementare, di cui circa 812,69 milioni di euro provengono direttamente dal PNRR. 

Fondi destinati a vari progetti di rigenerazione urbana, sviluppo sostenibile, digitalizzazione e miglioramento delle infrastrutture e dei servizi. Tra questi ci sono diversi stanziamenti per il Welfare ed in particolare per la gestione delle marginalità e povertà sociali. Si parla dunque di argomenti trattati e ritrattati per i quali sono stati spesi soldi senza risultati interessanti che invece hanno messo in evidenza quanto sia distante il decisore dalla vita reale delle periferie. 

Evidentemente i nuovi progetti sono da finalizzare in diversi quartieri ed in particolare nei quartieri dove sono presenti edifici del Comune di Milano già in uso al circuito del Terzo settore se non ad altre organizzazioni appartenenti al mondo del volontariato. Uno si chiama: Husing temporaneo e Stazione di Posta. Vediamo meglio di che cosa si tratta. 

La premessa è che molte organizzazioni a Milano lavorano bene e sviluppano progetti interessanti.

Il primo termine è facile: husing temporaneo ma direi silos dormitori. Un termine molto generico che indica un mondo, un enorme e variegato settore in cui si va dall’accoglienza per minori non accompagnati fino a famiglie d’ immigrati o rifugiati o profughi, frequentemente homeless o famiglie in difficoltà. Centri di accoglienza di vario livello, in cui si ospitano persone per un pernottamento ecc. 

Negli anni si è assistito a un assalto alla diligenza in cui certe organizzazioni si sono fregiate di qualità totalmente inesistenti e tuttavia valide per ricevere in gestione o concessione, interi palazzi comunali dove incubare quanti più progetti e persone possibili per intascare il quantum pro-capite e fare del welfare un business. 

S’intende bene che questa non sia la finalità ma fattori diversi hanno dato questo esito con l’aggiunta di un carico sociale severo in quel quartiere dove invece s’intendeva apportare un qualche beneficio. C’è da dire che certi fattori si sono concatenati ed hanno messo a nudo una filiera del Terzo settore impreparata o marginale se non dannosa, complice l’improvvisazione e forse l’emergenzialità se pure del tutto prevedibile in un organismo che vanti competenze vere e non solo sulla carta. 

Il risultato è stato un disastro per il quale quartieri già problematici si sono trovati con un carico sociale insopportabile fino all’esasperazione dei residenti (non parlerei di aggressioni e stupri). Le tensioni sono arrivate ad una condizione di criticità tale da dover ripensare la progettualità facente capo all’assessore al welfare Lamberto Bertolè. Naturalmente l’Assessore ha fatto quanto nelle sue capacità. Intanto è arrivato il PNRR che ha dato una mano, chiedendo alle think thank di mettere nero su bianco dei progetti sostenibili per riorganizzare la macchina della solidarietà e ricevere i finanziamenti dal PNRR con buona pace del Dott. Bertolé.

L’altro termine è favolesco: Stazione di Posta. Termine da narrazione che richiama le stazioni di posta un tempo dette anche caravanserragli, in cui sovente si fermavano le carovane, i cavalli e le carrozze delle belle Signore, per fare una sosta durante un viaggio (spesso c’era una stalla e una locanda oltre alla pesa e ad una guarnigione per riscuotere i dazi o la tassa di soggiorno oltre che per controllare i permessi e i documenti dei passeggeri o dei viaggiatori). 

Con questo termine, s’indica oggi un centro di gestione delle marginalità abitative e sociali che, si legge, riguardino cittadini italiani e no, ragazzi di provenienza cinti o altre etnie presenti a Milano, per i quali s’intravedono condizioni tali da ritenere che si dovesse intervenire in qualche modo. La sensazione è che sia semplicemente un restyling dei fallimentari Centri di accoglienza oramai fuori tendenza a favore di un termine a-la-page, certamente più accattivante e che richiama immagini in cui si rivivono atmosfere edulcorate di locali dove c’era da bere, da mangiare e spesso sollazzo oltre che un giaciglio per ristorarsi. 

Ed ecco la parola chiave con cui si potrebbe filtrare l’idea: il ristoro sociale e dunque un tempo transitorio per recuperare certe condizioni del vivere o correggere soprattutto soggetti minori, per intraprendere magari un percorso d’inserimento sia sociale che scolastico. Si direbbe un progetto di altissimo valore se non prendesse forma, come sempre in contesti urbani già molto problematici ma sacrificabili (vedi il Corvetto in via Barabino) dove è prevista una stazione di posta in un quartiere già colmo di marginalità e criticità sociale (ma davvero si pensa che basti un giorno di fotografie e sorrisi per capire i problemi di un quartiere?) 

Si, perché queste stazioni di Posta si troveranno ad essere inserite in contesti talvolta già contaminati dal disagio sociale (vedi il centro di via Aldini a Vialba/Quarto che si troverebbe a 100 mt da un altro centro di gestione delle marginalità nell’ex scuola elementare General Cantore di Musocco. Per inciso: il centro di accoglienza in via Mambretti 33, Milano è gestito dalla Fondazione Progetto Arca Onlus e offre vari servizi di accoglienza e assistenza a persone senza dimora, famiglie fragili e persone con problemi di dipendenza. 

Attualmente, la struttura ospita anche un Centro Post Acute per Homeless e un “albergo sociale” per famiglie). Quale sia la differenza tra questo centro e una stazione di Posta mi sfugge. In cento metri più di un centinaio di criticità sociali. Certamente questi progetti si possono ritenere di grande importanza e nobiltà per una città come Milano, ma solo se si sviluppano tenendo in considerazione tutti i fattori di calcolo come la densità delle marginalità in quel luogo, ma anche la capacità dei residenti di assorbire (mind Sala del 2015, quando le periferie dovevano essere totalmente ridisegnate). Non si vuole accettare che le periferie non cela fanno più e invece di ridurre le situazioni critiche si aggiungono.                                                                                                                                                                                  

Ammessa la validità del processo di welfare che da sempre ha contraddistinto la città ( l’andante:  Milan col coeur in man‘), nel tentativo di risolvere le molte complessità come la marginalizzazione e la mancanza d’integrazione nel tessuto sociale di diverse realtà etniche, probabilmente con altre cause che vanno a sommarsi e che alla fine pesano alla collettività anche in termini economici, va detto che non si è mai visto uno studio a priori su quanto questi processi siano efficaci e quanto impattino nel tessuto sociale, come si diceva, attualizzato al tempo odierno di un quartiere. 

Esistono strumenti di valutazione indipendente, con il coinvolgimento delle Università, dei Municipi? Uno studio che prenda in carico tutte le condizioni di una zona e la sua capacità di tollerare carichi sociali ulteriori o anche minimi in certi casi quando già molto carico. Non si percepisce la sensatezza di queste operazioni che appaiono più come appendici di un potentato politico centrale, spesso intriso di protagonismo, di assunti, di argomenti letti su testi specialistici e fatti propri. L’idea è che si faccia della mediocrità un valore, assorbendo come una spugna dei linguaggi usati a pappagallo che spesso sono opera di menti brillanti ma nelle mani di chi probabilmente assorbe senza qualità alcuna ma con il potere decisionale di dare forma a postulati elaborati in altre realtà anche molto lontane da quella di Milano. 

Ci si aspetterebbe un percorso anche fatto attraverso gli stessi Municipi che dovrebbero avere voce in capitolo e maggiore senso di responsabilità; dunque, uno studio magari autorevole ma puntuale su cui fare delle valutazioni prima di decidere se andrà bene un certo progetto in quel luogo. Evidentemente alcuni strumenti come una Commissione multidisciplinare che faccia valutazioni con scienza e coscienza, anche attraverso una campagna commissionata a una delle nostre prestigiose Università, non sono bene accette oppure si preferisce fare valutazioni errate attraverso strumenti di comodo. Questo modus operandi può innescare grosse tensioni sociali ma anche il pensare di andare via tra i cittadini che ogni giorno lottano per una vivibilità in contesti critici, compiendo così il paradosso per cui si cura una parte della società perdendone un’altra. 

Il male sul male che porta direttamente alle banlieue dove non ci sono più livelli di separazione tra la cittadinanza e la negazione di essa, presi solo dalla rabbia e il senso di riscatto fino a creare il fenomeno dei casseur francesi che vivono di guerriglia contro chiunque rappresenti la classe dominante e usurpatrice (a loro insindacabile giudizio).

La riflessione che faccio è sul welfare ideologico sconnesso dalla realtà della società, che porta solo una economia di scala in un settore che vive grazie alle povertà di ogni genere, e su quanto questo strumento sia incapace di generare efficaci meccanismi integrativi; dunque, ingenuamente generato da una mediocrità letale devastante e inconsapevole di quanto danno si rechi alla crescita sociale e alla riqualificazione delle periferie sana e capace di generare valore per Milano.

Gianluca Gennai

* barlafüs – Sostantivo – gh’è chì domà barlafus: ci son qui solo cose inutili (per estensione) persona incapace e incompetente, buono a nulla, Wikidizionario



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