11 Novembre 2025

SANITÀ PUBBLICA

Una battaglia di sinistra


Quella per la sanità pubblica (e, quindi, per garantire a tutti e tutte il diritto alla salute) è una delle grandi battaglie della sinistra contemporanea.

Forse la più importante.

Una battaglia che ha un obiettivo preciso: ridare dignità alla sanità pubblica e uscire dalla trappola di una sanità che non può che essere gestita dal privato (bontà sua, a volte convenzionato) perchè il pubblico non ce la fa.

E’ il grande inganno della destra, il modello celeste della Lombardia di Formigoni: si tolgono risorse al pubblico, lo si impoverisce, lo si rende inefficiente e brutto e, a quel punto, si chiede al privato di intervenire per garantire (non necessariamente a tutti) quel diritto che il pubblico ha scelto di non garantire.

Il paradosso è che è esattamente la strategia che, forse senza rendersene conto fino in fondo, una parte del centro(sinistra) porta avanti in materia di politiche abitative.

Il diritto alla casa

Un altro diritto negato in nome della presunta inefficienza del pubblico e della fiducia incondizionata in un mercato che, come è ovvio che sia, fa gli interessi del capitale, non quelli della collettività.

Ma facciamo un passo indietro e ricostruiamo i capisaldi delle politiche abitative degli ultimi decenni in Italia

Progressivo ritrarsi del ruolo del pubblico (basti pensare che di edilizia pubblica, in Italia, non si parla più da decenni e che i fondi Gescal, pensati proprio per costruire e assegnare case ai lavotarori, sono dimenticati ormai da più di 30 anni).

Politiche, quelle di abbandono dell’edilizia pubblica, perseguite indistintamente da destra a sinistra, passando per il centro.

Ora, se a destra la scelta è totalmente ideologica, a “sinistra” la scusa (o l’alibi) è spesso quella dei conti pubblici (quella “responsabilità” pragmatica che i sedicenti riformisti contrappongono all’ideologia della giustizia sociale, rivendicata invece dalla sinistra cosiddetta radicale) 

Sostegno al privato, fosse anche sociale – basti pensare ai milioni di euro investiti nel social housing dal 2008 in poi (e in buona parte sottratti all’edilizia pubblica) per arrivare a realizzare 20.000 alloggi in tutta Italia.

O ai miliardi di euro del superbonus, che solo in minima parte hanno contribuito al miglioramento del patrimonio pubblico.

Politiche volte a incentivare la proprietà dell’abitazione (a partire dal Fondo prima casa)

Gli esiti sono gli stessi della sanità.

Il patrimonio pubblico viene dismesso, il pubblico, svilito e impoverito, si ritrae, è visto sempre più come inefficiente, come brutto, come “quello dei poveri”; le case popolari smettono di essere le case di tutti e diventano le case di quelli che non ce l’hanno fatta – e non ce la faranno mai.

Si fa spazio all privato, un privato che, nel settore immobiliare più che altrove risponde sempre più a logiche di rendita finanziaria più che di profitto economico; un privato che non è in grado di rispondere alla domanda diffusa di abitazioni (di case per viverci non per investire) e che, in ultima istanza, non ha nessun interesse a farlo.

Con buona pace di quella funzione sociale della proprietà sancita dall’art. 42 della nostra Costituzione e che è sempre più difficile da garantire in un mercato immobiliare dove i protagonisti non sono neanche più costruttori locali ma grandi fondi internazionali.

E, esattamente come succede nella sanità dove, di fronte a un pubblico che non riesce più a garantire il diritto alla salute e a un privato che non ha (come è ovvio) alcun interesse a farlo, si ricorre al privato convenzionato (cioè al privato finanziato dal pubblico), in materia di politiche abitative si ricorre al social housing.

Con gli stessi risultati.

Scarsi e per pochi

E con il risultato di togliere ulteriori risorse al pubblico (che sia sanità o edilizia popolare) e di penalizzare le fasce più fragili della popolazione, quelle che non riescono ad accedere nè alla sanità convenzionata nè al social housing

Con l’aggravante che, quando si parla di politiche abitative, si finisce per snaturare il ruolo dell’housing, nato per garantire l’accesso alla casa a chi è troppo povero per il libero mercato e troppo ricco per le case popolari, e destinato a offrire casa a un ceto medio che, per reddito e continuità lavorativa, dovrebbe essere in grado di soddisfare autonomamente la domanda di abitazione. 

Non è un percorso inevitabile, è una scelta politica ben precisa, quella che ormai da decenni ha intrapreso la sanità lombarda (e non solo), e che viene raccontata come l’unica alternativa possibile in materia di casa da molte amministrazioni di centro sinistra alla guida delle grandi città.

Solo che questa volta la storia era (ed è) già scritta.

La sfida allora, per chi ancora crede che il compito del pubblico sia quello di garantire diritti soprattutto a chi fa più fatica, è quella di leggerla questa storia, e di scrivere un altro finale, in cui non è il mercato a dettare le regole ma è il pubblico. Un pubblico che guarda lontano e che sa bene che ogni euro investito oggi per garantire diritti e ridurre la forbice delle diseguaglianze significa ben più di un euro risparmiato domani per mettere una pezza ai pasticci e alle distorsioni del mercato.

Elena Comelli



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  1. Maurizio+SpadaHai fatto bene a collegare la sanità con la casa perché quest' ultima contribuisce alla salute dei cittadini. Casa e salute dunque costituiscono il famoso diritto al piena realizzazione della personalità citato all' art. 3 della Costituzione ma mai esteso alla casa. Del resto anche una sanità diffusa per funzionare bene ha bisogno di case più che ospedali.
    13 Novembre 2025 • 19:25Rispondi
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