11 Novembre 2025

MILANO CAPITALE DELL’ANTICOMUNISMO DEMOCRATICO

Il passato della “sinistra” Milanese


70 anni fa al Museo della scienza e della tecnica il sindaco di Milano Ferrari inaugurava un convegno che faceva di Milano la capitale dell’anticomunismo.

Così scriveva in prima pagina il Corriere d’informazione: “Ferrari ha aperto stamattina la conferenza intitolata l’avvenire della libertà sono presidenti d’onore Karl Jaspers, Salvator de Mandariaga, Jacques Maritain, Reinhold Niebuhr e Bertrand Russel che ha riunito oltre 150 economisti, sociologhi, storici e filosofi provenienti dai paesi liberi di cinque continenti”.

Ospite d’onore principale G. Kennan “il padre della politica del containment” e del piano Marshall, già ambasciatore a Mosca e premio Pulitzer, figura chiave negli anni della guerra fredda, sua la famosa definizione: “«... l’elemento principale della politica degli Stati Uniti nei confronti dell’Unione Sovietica deve essere un lungo, paziente ma fermo e vigile contenimento delle tendenze espansioniste russe… la pressione sovietica contro le istituzioni libere del mondo occidentale è qualcosa che può essere contenuto dall’abile e vigile applicazione di contromisure che rispondano alle manovre politiche dei sovietici» e poi sostenitore di Kennedy che lo nominò ambasciatore in Jugoslavia.

Tra gli italiani parteciparono tra gli altri: Ferruccio Parri, Ernesto Rossi, Ignazio Silone, Leo Valiani, Luigi Barzini jr, Gino Cassinis (futuro sindaco di Milano), Franco Ferrarotti, Aldo Garosci, Libero Lenti, Adriano Olivetti, Geno Pampaloni, Bruno Visentini. La conferenza era organizzata dal Congresso per la libertà della cultura (Congress for Cultural Freedom CCF), fondato nel 1950 a Berlino (presieduto da Benedetto Croce) e seguiva quelle di Bombay 1951, Parigi 1952, Amburgo 1953. Il 1° dicembre 1951, a Roma era nata per iniziativa di Silone l’Associazione Italiana per la Libertà della Cultura.

Ferrari sostenne che Milano aveva titolo di ospitare la conferenza perché aveva dato prova dieci anni prima di riconquistare la perduta libertà e così bisognava continuare a fare perché “le libere istituzioni devono essere difese contro coloro che se ne servono per soffocarle…soffermandosi in particolare su quella che chiamò la libertà dall’inganno …con l’inganno si sono fatte le guerre, si sono costituiti e si costituiscono ancora movimenti che costano lutti e sangue senza fine, si crea il fanatismo e si tengono in vita regimi ormai condannati da ogni norma di convivenza civile”. intervento meno retorico quello che seguì di Sidney Hook, in passato protagonista della sinistra americana che sostenne. “è un pregiudizio ritenere che le nazioni economicamente arretrate non possono arrivare alla libertà se non in uno stadio successivo…la principale minaccia alla libertà è costituita dallo spirito di Monaco, con la credenza che si possa ottenere la sicurezza attraverso il sacrificio delle libertà fondamentali”.

A seguire e prima del buffet a Villa Palestro intervennero l’ex cancelliere dello scacchiere del governo laburista Hugh Gaitskel, Raymond Aron, Von Hayek; tra i presenti Willy Brandt non ancora leader della SPD, Roger Caillois, il futuro ministro inglese Crossman (presentato come amico di Nenni e ammiratore di Togliatti), John Kennet Galbraith, Dennis Healy, Betrand de Juvenel, il francese Andre Philip già ministro socialista, Hanna Arendt. Grande l’imbarazzo dei socialisti del PSI che dedicarono all’evento sull’Avanti, definendo i partecipanti italiani “rappresentanti di movimenti di cosiddetta terza forza” meno spazio che al sequestro di alcuni milioni all’allenatore del Milan Bela Guttman, sintetizzando i lavori con questa frase: “molte parole ma poche conclusioni concrete”.

Scrive Michele Cento a proposito della conferenza milanese: “In questa sede, alla luce della minaccia politica che l’ideologia rappresentava per il futuro della libertà, si tentò di elaborare un discorso complessivo mirante a porre fine all’età delle ideologie. La dichiarazione di intenti della conferenza asseriva che certe idee, benché formulate da una prospettiva liberale, si sono rivelate inadatte a interpretare la realtà politica. Ma quel che è peggio è che esse si sono facilmente prestate a un uso perverso da parte di ideologie totalitarie…”.

“The End of Ideology?” era l’interrogativo che riecheggiava nelle sale del Museo della Scienza e dell’Industria di Milano, dove gli intellettuali del CCF dibattevano sul futuro della libertà. Alla fine del convegno, Shils, uno dei relatori, scriveva su Encounter, organo anglo-americano del CCF diretto da Irving Kristol (il padre dei neoconservatori ndr), che “quasi ogni paper costituiva in un modo o nell’altro una critica del dottrinarismo, del fanatismo e della possessione ideologica”. Oggi l’intelligenza artificiale di Google mi dice che: “La presunta fine delle ideologie è stata interpretata come un modo per contenere le spinte socialdemocratiche e progressiste a favore di tendenze neoconservatrici e neoliberiste.

Al termine dei lavori, fu eletto il comitato esecutivo del Congresso per la libertà della cultura dove vennero riconfermati gli Italiani Ignazio Silone e Nicola Chiaromonte. Uno degli effetti della conferenza fu la nascita l’anno dopo della rivista Tempo Presente diretta da Ignazio Silone e Nicola Chiaromonte cui collaborarono in anni diversi Italo Calvino, Leo Valiani, Vasco Pratolini, Libero De Libero, Albert Camus, Alberto Moravia, Leonardo Sciascia, Enzo Forcella, Nelo Risi, Elsa Morante, Altiero Spinelli, Giulio Guderzo, Codignola,  Elémire Zolla, Sergio Quinzio, François Fejtö, Raymond Aron, Andrea Caffi, Paul Ignotus, Georgy Paloczi-Horvath, Maria Potoczky Strasser, Ernesto Rossi.

A proposito della rivista, scrive Cesare Panizza: “Essa – come è noto – faceva parte del network internazionale delle pubblicazioni del Congresso per la Libertà della Cultura… (cui Silone aveva partecipato direttamente) come antemurale delle iniziative assunte dal comunismo internazionale con il movimento dei Partigiani della pace, già prima che la “guerra fredda” imponesse definitivamente agli intellettuali europei la logica di una scelta dicotomica. Strumento della «guerra fredda culturale», la cui posta in palio erano gli orientamenti politici degli uomini di cultura – soprattutto di quelli di sinistra – nei Paesi dell’Europa occidentale e poi successivamente di quelli in via di decolonizzazione, la vicenda del Congresso non è però riducibile solo alla questione del supporto determinante che nella sua genesi e poi nei suoi sviluppi ebbero i servizi e il Dipartimento di Stato statunitense, peraltro all’oscuro della maggior parte degli intellettuali che vi parteciparono.

Ciò è tanto più vero quando si valutano le sue incarnazioni italiane. A condizionare la situazione nel nostro Paese, rendendola eccentrica rispetto a quanto accadesse altrove – anche in Francia – era la strutturale debolezza dell’anticomunismo democratico – largamente minoritario anche fra i socialisti – e la presenza del più forte e radicato partito comunista d’Occidente, nobilitato dal ruolo che esso aveva avuto nella costruzione di istituzioni democratiche, avvertite peraltro dai più come incompiute e fragili, date la complessiva arretratezza economica del Paese, i suoi squilibri sociali e le inquietanti eredità della dittatura appena trascorsa. Questo stato di cose rendeva impossibile sovrapporre compiutamente le divisioni che si generavano all’interno della vita politica e intellettuale italiana agli schieramenti prevalenti sul piano internazionale, esponendo chiunque compisse la scelta, per quanto “critica”, dell’atlantismo all’accusa di acquiescenza nei confronti della politica dei governi democristiani.”

Tra le vittime collaterali, accusato di acquiescenza ai moderati, anche il sindaco di Milano Virgilio Ferrari che, quando si trattò di essere confermato a sindaco fu bocciato dai socialisti in quanto troppo di destra. La rivista che voleva dare voce “a quella parte della cultura italiana che non si era sottomessa alle chiese cattolica e comunista” e che proprio per questo, dalla cultura ufficiale italiana fu sempre guardata con sospetto, risultò successivamente essere stata finanziata. sia pure in forma indiretta e all’insaputa dei suoi direttori e collaboratori. dalla CIA, generando una caccia alle streghe, cioè ai “servi degli USA” durata anni”.

Come scrisse Massimo Teodori: “Si può sostenere, come hanno fatto alcuni sedicenti storici, che le grandi personalità che patrocinarono a pieno titolo la Libertà della cultura impegnando il loro nome, Bertrand Russel, Julien Huxley, Leon Blum, Raymond Aron, Carlo Schmid, John Dewey, Eleonor Roosevelt, Arthur Schlesinger, Salvador De Madariaga, Jacques Maritain, Benedetto Croce, Wilhelm Roepke, furono tutti strumentalizzati al soldo della Cia?

Come i tempi siano cambiati lo conferma un articolo di Pierluigi Battista sul foglio di qualche giorno fa dove scrive “quando gli Stati uniti erano e volevano essere un faro di libertà, ora non più, durante la guerra fredda fiumi di danaro finanziarono la cultura europea: artisti scrittori, musicisti pagati spesso a loro insaputa nientemeno che dalla CIA”, lamentando con nostalgia che nell’America di Trump questo non succeda più.

Walter Marossi



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  1. Andrea VitaliSul tema suggerisco di leggere "La guerra fredda culturale" di Saunders, basato sugli archivi della CIA (che ha confermato sul suo sito la correttezza di quanto riportato). Si scoprono cose pazzesche: che chi finanziava congressi come questo era lo stesso che finanziava la mafia marsigliese per bastonare i portuali in sciopero, o l' uccisione dei governanti iraniani, o che pittori come Rothko sono stati completamente creati dalla CIA che ha finanziato musei che ne comprassero le opere e critici che le elogiassero solo perché russo ma non comunista. È davvero una lettura interessante, consiglio.
    12 Novembre 2025 • 22:11Rispondi
    • Pietro VismaraAnche Pollock risulta sia stato (inconsapevolmente) finanziato dalla CIA. La logica era questa: vedete? In Urss è obbligatorio il realismo, solo qui l' arte è veramente libera. La cosa curiosa è che, sconfitto il comunismo, Trump sta tornando al tradizionalismo in arte e architettura: la modernità andava bene finché si trattava di rinfacciarla agli "altri", adesso si può tornare indietro (che potrebbe anche non essere male, per carità). Stessa cosa per la politica: socialdemocrazia e libertarismo andavano benissimo finché c'era la paura del comunismo. Finito quello, si torna alle simpatie per i reazionari (tipo la Meloni e compagnia bella). È questa una cosa che i sedicenti riformisti non hanno ancora capito: il mondo è cambiato, stanno arrivando (o sono già arrivati) i reazionari.
      13 Novembre 2025 • 10:40
  2. Andrea VitaliRicorderei anche che Ignazio Silone è stato oramai riconosciuto come spia dell' OVRA (la polizia segreta fascista) quando era dirigente comunista. Non lo citerei proprio come "democratico"!
    12 Novembre 2025 • 23:06Rispondi
  3. Annalisa FerrarioIl termine "caccia alle streghe" mi sembra però usato in modo improprio nell'articolo. Con questa infatti si intende normalmente indicare la persecuzione subita da esponenti di sinistra - sospettati di filocomunismo - in particolare negli ambienti culturali al tempo del maccartismo negli Stati Uniti. Non è quindi una caccia ai "servi degli USA" ma proprio il contrario, la caccia ai presunti simpatizzanti dell'URSS
    13 Novembre 2025 • 10:20Rispondi
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