11 Novembre 2025

DAL FANGO AL FIORE

La bellezza del male per Baudelaire e De Andrè


Quando Charles Baudelaire pubblica Les Fleurs du Mal nel 1857, l’Europa letteraria scopre con sgomento che la poesia può abitare l’inferno. L’opera, accusata di oscenità, si impone come manifesto della modernità e segna una frattura irreversibile nel rapporto tra arte e morale. Baudelaire non celebra il male in quanto tale, vi riconosce una verità nascosta. La bellezza, per esistere, deve confrontarsi con la corruzione che la genera. Il fiore che nasce dal fango diventa l’emblema di una nuova sensibilità, in cui l’arte trasfigura ciò che il mondo rifiuta e restituisce senso al disordine dell’esistenza.

Baudelaire coglie con lucidità la tensione che attraversa la modernità. L’anelito al divino convive con la caduta nell’abisso della carne e del vizio. Parigi si trasforma in un immenso laboratorio dell’anima, un luogo dove l’ideale e la degradazione convivono senza soluzione. Il poeta attraversa la città come un flâneur che osserva e registra il movimento dell’umanità. Nella folla riconosce la vertigine della bellezza che si manifesta nel peccato, nella noia, nella morte. La poesia diventa il solo strumento capace di restituire unità a questa molteplicità inquieta. L’arte, per Baudelaire, non redime l’uomo e non lo libera dal male. Gli consente però di contemplarlo e di riconoscervi una forma di verità.

Un secolo più tardi, Fabrizio De André, che è tra i musicisti che nella storia più hanno fatto della poesia un elemento chiave dei propri lavori, riporta la stessa intuizione nel linguaggio della musica. La sua voce attraversa la tradizione popolare e ne rinnova i significati. Nelle sue canzoni vivono prostitute, ladri, folli e diseredati, figure che sembrano uscite dalle pagine di Les Fleurs du Mal. De André analizza il mondo dal margine, dove la società borghese non vuole guardare. Non a caso per Non al denaro, Non all’amore, Né al cielo ha scelto come ispirazione l’Antologia di Spoon River, raccontandone i personaggi con testi che sono sostanzialmente epitaffi. In Via del Campo canta che dai diamanti non nasce niente e dal letame nascono i fiori. La purezza si genera nel fango, la grazia si rivela nel dolore, la bellezza si sprigiona dalla ferita. La musica diventa così una forma di conoscenza dell’imperfezione umana e una pratica di pietà laica.

Baudelaire e De André condividono la stessa etica dello sguardo. Entrambi cercano una bellezza che non rifiuta la contaminazione. L’artista non si pone come giudice e non pretende di purificare il mondo, assume invece la funzione di mediatore tra la sofferenza e la sua rappresentazione. In questo gesto risiede la forza dell’arte moderna. La compassione che li anima non coincide con il perdono. Si manifesta come disponibilità ad accogliere il dolore nella sua nudità e a conferirgli una dignità estetica.

Nella loro produzione artistica il male non si limita a essere un tema, diventa un metodo di conoscenza. Guardare l’ombra significa comprendere l’essere umano nella sua interezza. La bellezza si costruisce attraverso questa consapevolezza. La musica di De André, come la poesia di Baudelaire, conserva un senso tragico dell’esistenza che, tuttavia, non sfocia nel nichilismo. L’artista trasforma la disperazione in materia sonora o verbale e riconosce in essa un riflesso dell’assoluto.

Per Baudelaire l’arte è una religione senza dogmi. In essa si ricompone la frattura tra l’ideale e la realtà. De André eredita questa visione e la traduce in una liturgia profana, la canzone assume il valore di rito collettivo in cui la voce umana diventa spazio di memoria e di riscatto. Entrambi gli artisti rifiutano l’idea di una redenzione morale. Il riscatto si compie soltanto nell’atto estetico; il male non viene sconfitto e neppure dissolto, rimane, e proprio in questa permanenza trova la sua trasfigurazione.

Il dialogo ideale tra Baudelaire e De André riflette la parabola della sensibilità moderna. Coi retaggi romantici che sublimano il dolore si è sviluppata una diffusa identità artistica che lo accoglie come fondamento della propria identità. La loro lezione si rivolge al nostro presente. Gli artisti di oggi sanno trarre il bello dal male? La necessità della scrittura è ancora uno dei principi cardine della creazione di materiale poetico, oppure chi si lancia in carriere musicali lo fa per imitazione di modelli di fama e lusso? La bellezza del male non è un ossimoro. È il miglior espediente, reale, per l’arte. Sono stufo di sentire musica vuota. Qual’è l’espressione creativa, il guizzo mentale, nella narrazione di qualcosa che non richiede uno sforzo per essere narrato? I testi della nuova scena potrebbero essere scritti da chiunque, nessuno ha più un’identità

Tommaso Lupo Papi Salonia



Condividi

Iscriviti alla newsletter!

Per ricevere in anteprima sulla tua e-mail gli articoli di ArcipelagoMilano





Confermo di aver letto la Privacy Policy e acconsento al trattamento dei miei dati personali


Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. Tutti i campi sono obbligatori.

Questo sito utilizza Akismet per ridurre lo spam. Scopri come vengono elaborati i dati derivati dai commenti.



Ultimi commenti