11 Novembre 2025

SPRINGSTEEN – DELIVER ME FROM NOWHERE – 

Un film da vedere e un libro da leggere (e un disco da ascoltare)


Ovvero un film, tratto da un libro che racconta la genesi di un disco (e molto altro in realtà). Una strana matrioska. Che provo a raccontarvi. Negli anni, il genere del biopic musicale ha riscosso un certo successo (da Walk the line, su Johnny Cash, What’s Love Got to Do with It su Tina Turner, Ray su Ray Charles, Bohemian Rhapsody su Freddie Mercury fino al recente A Complete Unknown su Bob Dylan). Ottimi prodotti, ma spesso mirati a privilegiare la biografia dell’artista mediante un racconto a volte agiografico a volte enfatico, quasi sempre orientato ai momenti di maggiore successo.

Nel caso di Springsteen – Deliver me from nowhere, l’approccio del regista, Scott Cooper, è differente. Soprattutto perché la base di partenza della sceneggiatura è il libro di Warren Zanes dallo stesso titolo, che racconta la nascita di uno dei dischi fondamentali nella carriera di Bruce Springsteen. Nebraska (1982). Un disco grezzo, acustico e intimo (più che intimistico). Un disco che non è un disco (il perché lo capirete vedendo il film). 

Non a caso in questi giorni esce un cofanetto celebrativo (Nebraska 82 Extended Edition) che ripercorre in musica lo sviluppo creativo che ha portato alla pubblicazione dell’album, presentando i brani scartati, le versioni reincise in studio insieme alla E Street band e altri documenti sonori degni di interesse, permettendo di sbirciare dietro le quinte di quel biennio fondamentale che porterà al successo planetario di Born in The USA (1984). Il cantautore e rocker americano è noto anche dalle nostre parti soprattutto a partire dal disco del 1984 e per i suoi show di oltre 3 ore, ma al di là dell’oceano era già un artista di livello sin dal 1975 con la pubblicazione di Born to Run. Saranno però il disco del 1978 e soprattutto il doppio The River del 1980 a garantirgli il primo singolo in top ten e la fama a livello nazionale (con qualche riscontro anche in Europa).

Ed è proprio con la fine del tour di The River nel 1981 che si apre il film. La storia a grandi linee è questa. Finito un tour di 140 date, Springsteen si ritrova per la prima volta a fare i conti con il successo e la solitudine cha a questo spesso si accompagna. Con i primi veri soldi guadagnati affitta una casa a Colts Neck nelle campagne del New Jersey, si compra la sua prima macchina, ma non riesce a trovare una serenità e una stabilità emotiva. Sono i primi sintomi di quella depressione (malattia presente, ma mai diagnosticata nel ramo paterno della famiglia) che accompagnerà Springsteen per tutta la sua vita. 

In questo contesto nasce l’urgenza di scrivere nuove canzoni, canzoni oscure, che riflettono la situazione al limite della rottura emotiva dell’artista. Springsteen decide però di incidere questi nuovi brani nel necessario isolamento della sua camera da letto, con un registratore portatile a quattro tracce, una novità per l’epoca (in questo anticipando e ispirando un filone di autoproduzione che crescerà come fenomeno nei decenni a venire). L’idea è quella di preparare dei provini da sottoporre poi alla band per accorciare i temi di lavorazione in studio.  Le cose però andranno diversamente.

Fonte di ispirazione di questi nuovi brani saranno i racconti brevi di Flannery O’Connor, i ricordi del rapporto difficile col padre durante gli anni dell’infanzia (presenti in alcuni flashback in un sobrio bianco e nero) e la visione una sera in tv di Badlands (1973) di Terrence Malick, che racconta la storia drammatica e reale di Charles Starkweather e Caril Ann Fugate, una coppia di giovani resisi responsabili, tra il novembre ed il gennaio del 1958, d’una serie di brutali omicidi nel Nebraska e nel Wyoming. Oltre ovviamente al senso di vuoto e solitudine (che lui prova a lenire cercando il contatto col pubblico dai palchi dei locali dove si suona dal vivo nel vicino Jersey shore) di uno Springsteen non ancora in grado di comprendere quello che gli sta accadendo.

Jeremy Allen White (noto per The Bear) è molto bravo nel ruolo di Springsteen perché riesce ad interpretarlo in maniera realistica senza cadere nel caricaturale, ma concentrandosi sugli aspetti interiori ed emotivi del personaggio. Non va trascurata la notevole performance canora, visto che tutti i brani sono realmente cantati da lui.  Jeremy Strong interpreta il manager/amico/mentore di Springsteen, colui che per primo si accorge del malessere del cantante e che riuscirà alla fine a convincerlo ad affidarsi ad uno specialista per il suo problema. Non voglio andare oltre nel racconto della trama, anche se non trattandosi di un thriller non vi è il rischio di spoiler. Molto bravo anche Stephen Graham nel ruolo del padre di Springsteen.

L’altro attore fondamentale è il paesaggio urbano che fa da sfondo alle vicende, ma anche da specchio che ben riverbera e restituisce i travagli emotivi di Springsteen. Le highway che fendono le zone rurali del Jersey, le stanze di quella casa in affitto, lo studio di registrazione, il lungomare di Asbury Park e lo Stone Pony, mitico locale della stessa località, con la loro presenza creano un contrasto fortissimo col nulla interiore (il nowhere del titolo) da cui Springsteen vuole fuggire.

Ua regia sobria e asciutta racconta la vicenda con la giusta partecipazione offrendo una chiave di lettura interessante e drammatica su un periodo cruciale della vita del cantante, ben lontana dall’immagine tronfia e vitalistica che il pubblico e i fan percepivano durante i suoi live.

Un film fondamentale per i fan di Springsteen, ma un’ottima occasione per conoscere il cantautore americano per chi non lo è. D’altra parte, si sa, il mondo si divide in due categorie di persone: quelli che amano Bruce Springsteen e quelli che non l’hanno mai visto dal vivo. O al cinema, in questo caso.

Pietro Cafiero



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