11 Novembre 2025
WALKIRIA INAUGURA FESTOSAMENTE LA STAGIONE
Auditorium di Roma

Con una sontuosa e sfarzosa messa in scena, l’Auditorium di Santa Cecilia ha inaugurato la stagione concertistica 25-26, negli stessi giorni in cui, nelle sale attigue del grande complesso si svolge la “Festa del Cinema”.
Facile, dunque, il parallelismo con “Festa della Musica”. Anche se siamo ancora lontani dalla risonanza mondiale dell’evento del 7 dicembre a Milano, ma l’intenzione, nell’ambizione inconscia del nuovo direttore artistico, Daniel Harding, è di dare all’evento romano un’importanza memorabile.
Lo spazio scenico della Sala Santa Cecilia e le gradinate del retropalco sono stati invasi dalla costruzione monumentale inventata da Pierre Yovanovitch, che con le sue scale, che partono da ogni dove ed arrivano nel nulla, ha forse tratto l’ispirazione che cercava nella storia iconografica romana negli spazi immaginari di Piranesi.
È la prima volta che l’Auditorium tenta una rappresentazione “in forma scenica”, sinora molte opere sono state date in forma “di concerto”, compresa un’edizione della Tetralogia diretta da Sinopoli nel lontano 1988.
La mirabolante macchina scenica di Yovanovitch, non è però stata valorizzata dalla minimalista regia di Vincent Huguet, nonostante la sua dichiarazione di essersi ispirato alle grandiosità di un’era “imperiale”, retaggio di Roma ma anche, ahinoi, del tempo che stiamo vivendo.
A rendere coinvolgente la rappresentazione scenica è stata l’imponente presenza dei protagonisti, tutti esperti interpreti wagneriani, a partire dal grande Michael Volle, baritono, profondamente immedesimato nella tragica e disperante impotenza di un “Dio” che, a dispetto della sua volontà, si rivela incapace di difendere l’impeto d’amore nato fra i suoi figli (Sieglinde e Sigmund) dalle ferree leggi della religione e della socialità cui sua moglie Fricka lo costringe, ricordandogli l’inscindibilità del vincolo matrimoniale e lo scandalo dell’amore incestuoso.
Ascoltando nel II atto l’appassionante scontro tra Wotan e Brunilde, nel quale il Dio-sovrano cerca, contro la sua stessa convinzione, di indurre la walkiria ad intervenire affinché il figlio soccomba nel duello mortale con il marito tradito di Sieglinde, ricompensandolo dopo la morte con l’ascesa da eroe al Whalalla, il regno trascendente degli dei, mi è venuto alla mente – spero che i puristi wagneriani mi perdonino – la stessa, disperata frustrazione che colpisce Filippo II, re di Spagna, nel suo scontro perdente con il “grande Inquisitore” che lo induce a punire il figlio con la morte nel “Don Carlo” di Verdi.
Prima di chiudere il discorso sulla componente scenica, non posso però trattenermi dal protestare per il modo in cui è stato trattato, nel III Atto, il tema dei cavalli, protagonisti, come noto, della famosa “cavalcata”: ebbene, per alludere alla presenza dei nobili animali il regista non ha saputo inventare altro che, dopo breve gioco di ombre cinesi, un’impresentabile cavallino di neon issato su un oscillante bastone sbandierato da una walkiria: una scena fuori contesto e così disarmante da distrarre dalla trascinante pagina musicale.
L’imponenza della scena di cui abbiamo parlato – sicuramente un voluto “fuori scala” rispetto alla pur grande spaziosità della sala – ha avuto però una conseguenza di cui Harding è certamente stato felice se son pronubo: l’affollato organico orchestrale, dominato da una grande sezione dei fiati, è stato costretto nel residuo spazio della scena, dando vita, così come certamente Harding voleva, a sonorità “compresse” che ne hanno accresciuto l’effetto nei momenti di “fortissimo” di cui la partitura è cosparsa.
Ma Harding è stato capace anche di individuare, scavando nell’amalgama orchestrale, i dialoghi solistici tra le diverse parti dell’orchestra, sottolineandoli con la gestualità elegante ma imperiosa che lo distingue e facendo emergere i momenti in cui a ciascuna di esse è riservata la ripetizione del “leit-motif” che distingue ogni personaggio o momento dell’azione scenica.
Una “cavalcata” di quasi quattro ore di musica ininterrotta, solo in parte sottesa al dialogare dei cantanti ma più spesso fusa in un unicum sonoro, secondo le leggi del wor-ton-drama.
Superando la scarsa familiarità del pubblico dell’Auditorium per la musica wagneriana con il sold out di tutte le tre serate (oltre ottomila spettatori), questa Walkiria ha “ipnotizzato” gli spettatori che hanno seguito in assoluto silenzio – non interrotto nemmeno da un colpo di tosse – la lunga esecuzione, presi da un travolgente entusiasmo non solo per i suoni, primitivi e barbari della complessa partitura, ma anche per lo svolgersi della vicenda: grazie alla maestria convincente di tutti i cantanti-attori, sono entrati in sintonia con i temi della mitologia medioevale germanica da cui è tratta la Walkiria, primo episodio della tetralogia dell’Anello del Nibelungo, scoprendone l’attualità.
Tutto il pubblico ha partecipato con intensa tensione all’insolita durata della rappresentazione, aggiungendo, alla fine, quasi mezz’ora di entusiastiche chiamate di tutti i protagonisti, tra i quali si sono distinte le soprano Vida Mikneviciute (Sieglinde) e Miina-Liisa Varela (Brunilde) e dando, ovviamente, il più caloroso saluto alla prima “premiére” di Daniel Harding.
Andrea Silipo