LEONCAVALLO E DEMOCRAZIA CONFLITTUALE

Non a caso accade spesso d’agosto, il mese delle ferie e delle vacanze: dalle stragi eseguite da gruppi nazifascisti e poteri deviati agli sgomberi di centri sociali.
Era il 19 di agosto 1969 quando venne sgomberato l’ex Hotel Commercio di proprietà comunale, abbandonato al degrado. Recuperato, nel culmine del movimento del 68, dai giovani bisognosi di avere un luogo in cui abitare e studiare e fare attività sociali e culturali, lo stabile diventò per nove mesi (novembre 1968-agosto 1969) la Casa dello studente e del lavoratore.
Nel “cuore della città capitalistica” (così era scritto nel volantino che motivava l’occupazione di uso abitativo), in Piazza Fontana, a pochi passi dalla sede universitaria di Via Festa del Perdono, alle spalle del Duomo e accanto al Palazzo arcivescovile e di fronte alla Banca dell’Agricoltura, dove venne fatta esplodere la bomba fascista che provocò la “strage di Stato” il 12 dicembre 1969. Il potere, non solo quello locale che pure col sindaco partigiano Aldo Aniasi aveva all’inizio posto attenzione ed aperto alle istanze degli studenti /lavoratori, decise che il centro storico di Milano non poteva e non doveva essere abitato da giovani proletari. Neppure da studenti della vicina Università statale.
Sei anni dopo, il 18.10.1975, in un’area dismessa della zona nord-est di Milano, nasce il centro sociale che prende il nome dall’omonima via: il Leoncavallo. E diventa subito un porto di mare, uno spazio libero e autonomo in cui confluiscono gruppi di giovani impegnati a produrre forme e atti sociali e culturali alternativi e di interesse generale: musica e concerti indipendenti, arte e teatro, scuola popolare e asilo nido per i bimbi di mamme bisognose e impegnate, lotta alla droga pesante e allo spaccio di eroina in cui caddero assassinati Fausto e Jaio. Il 16 agosto 1989 arriva il primo sgombero, che incontra la resistenza degli occupanti, ai quali nella sentenza del giudice si riconosce, come “attenuante” della loro azione oppositiva, di “aver agito per alti valori morali e civili”.
Il Leoncavallo espande ormai la sua notorietà all’estero e, ritornato nella sua sede originaria, diventa location di artisti e performer di livello internazionale. Nel gennaio del 1994 approda, con un corteo molto partecipato, nell’ex cartiera dismessa (oltre 4.000 mq) di proprietà dei Cabassi. Qui prende il nome di Leoncavallo Spazio Pubblico Autogestito (LSPA). E aggrega alcuni altri centri sociali con i quali redige la Carta di Milano, un documento politico sociale e culturale che mette al centro programma e obiettivi che riguardano la lotta alle droghe pesanti e la liberalizzazione delle droghe leggere, l’amnistia per i detenuti politici, le condizioni del lavoro precario e il reddito individuale di base. Oltre alle iniziative artistiche e musicali, promuove laboratori artigianali e agricoltura biologica. I murali dipinti nell’ex cartiera di Via Watteau vengono riconosciuti nel 2006 dall’ allora assessore alla cultura del Comune di Milano Vittorio Sgarbi come una “Cappella Sistina della contemporaneità, un luogo d’arte permanente da visitare come il Pac, la Triennale, Palazzo Reale”.
Il 21 agosto 2025, dopo una trentina di ordini di sfratti come spada di Damocle sulla testa del Leoncavallo dal 1975, arriva lo sgombero anticipato (rispetto alla data stabilita del 9 settembre) su ordine del Ministro dell’ Interno: una prova di forza e un atto repressivo che mettono in evidenza la non volontà e l’incapacità delle classi dirigenti ad affrontare con spirito democratico e costituzionale una vicenda ricca di storia e di partecipazione alla vita democratica della città e del paese, che poteva essere risolta dalle diverse amministrazioni comunali già da anni, nell’interesse generale e nel rispetto degli articoli fondamentali della Costituzione (art. 3: rimozione degli ostacoli alla partecipazione democratica; art. 9: promozione della cultura libera e tutela dell’ambiente; art. 41: la proprietà, sia pubblica che privata, non deve arrecare danni alla salute, all’ambiente, alla sicurezza, alla libertà, alla dignità umana; art. 42: la proprietà privata può essere espropriata per motivi di interesse generale.).
Il dissenso e il pensiero critico, il conflitto sociale e lo scontro degli interessi di classe, la visione alternativa e lo stile di vita diverso, che dovrebbero essere considerati il lievito di una democrazia adulta e sana, sono visti dalle nostre classi dirigenti con diffidenza e chiusura mentale nel migliore dei casi, e quasi sempre falsati osteggiati e repressi.
Ma si continua a resistere e a reagire, a dimostrare consapevolezza e intelligenza e a manifestare con gioia e con rabbia, con coraggio e speranza di poter creare e vivere un mondo diverso e migliore per ciascuna persona e per tutti e tutte. Sta qui il significato della grande manifestazione del 6 settembre scorso, che va molto oltre la protesta in difesa dello storico centro sociale Leoncavallo SPA. Il lunghissimo corteo, più di 50mila persone, di giovani e di ogni età e colore, è sfilato per le strade del centro di Milano fino a confluire, passando per Piazza Fontana (non ultima ma penultima tappa), in Piazza Duomo: pacificamente e autorevolmente.
Un segno straordinario di vitalità civile e di comunicazione creativa, di autonomia e indipendenza. Striscioni e cartelli e slogan che ammoniscono Giù le mani dalla città, Contro la città dei padroni, Contro i padroni della città – Leoncavallo 50 anni ancora. Tante bandiere della Palestina e scritte e parole e slogan contro il genocidio in corso, le guerre e il riarmo. Secondo me, il corteo ha provato a ribaltare il “mondo alla rovescia”, che il Potere dominante, con pochissime eccezioni di qualche suo rappresentante, vuole imporci: quel mondo orwelliano in cui la guerra è pace, la libertà è schiavitù, l’ignoranza è forza. E oggi si rincara la dose a livello globale e locale, praticando e predicando il genocidio palestinese è lotta al terrorismo, la violenza è sicurezza, la città sostenibile è cemento armato, le torri sono boschi verticali, i grattacieli non consumano suolo, il patrimonio pubblico diventa proprietà privata.
A mio avviso, soprattutto la cittadinanza consapevole preparata e attiva potrebbe essere in grado di mettere questo mondo alla rovescia per i piedi per terra: i centri sociali e i nuovi gruppi per la giustizia ambientale, i comitati di quartiere, le associazioni storiche e antifasciste, culturali, artistiche e di volontariato, il movimento pacifista e i gruppi spontanei, i sindacati e tante altre forze sociali e professionali, i centri di ricerca e le organizzazioni democratiche della comunicazione, le scuole e le università. Sta alle forze politico- democratiche sintonizzarsi con questa parte molto ampia della società civile, e ai rappresentanti delle istituzioni locali e nazionali rendersi conto che non si può continuare a barare e a falsificare, a ignorare e reprimere.
Tornando alla nostra amata città, il Leoncavallo e i centri sociali, il patrimonio pubblico e la proprietà privata e il loro uso, stanno dentro la necessità e l’urgenza di approfondire e riflettere, come si fa sulle pagine di ArcipelagoMilano, a partire da una disamina storico-critica, sul passaggio dalla pianificazione urbanistica al Piano di Governo del Territorio (da quando, come e perché), dallo smantellamento del welfare locale al liberismo sfrenato, dalla finanziarizzazione dell’urbanistica alla gentrificazione, dal diritto all’abitare e dal valore d’uso dell’alloggio alla casa come valore speculativo e di scambio; fino ad arrivare alla forzatura e violazione di leggi e norme, agli abusi edilizi e al sistema di corruzione su cui indaga e avvia processi giudiziari la Magistratura. Tuttavia la prima urgenza concreta sta, secondo me, nell’invertire la rotta politico-amministrativa della Giunta Sala 2, con due atti: riconoscere il valore dell’esperienza del Leoncavallo e lasciarlo in Via Watteau; rinsavire dalla follia di vendere ed abbattere lo stadio Meazza e di cementificare l’area circostante.
Giuseppe Natale

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