16 Settembre 2025

RINUNCIA ALL’IDENTITÀ SONORA: LE CONFERME DALL’ESTATE 2025

L’incapacità italiana di reinventarsi e la scarsa volontà di contribuire alla biodiversità musicale


Credits Esmeralda Spitaleri (17)

L’osservazione delle produzioni musicali circolanti nell’estate 2025 consente di rilevare la progressiva e consolidata marginalizzazione degli elementi che hanno storicamente definito l’identità della canzone italiana, comprese la ricerca e l’innovazione. Ricordiamo che gli studi Rai, nella seconda metà del secolo scorso, erano avanguardia pura a livello di strumentazioni, ed erano luoghi di sperimentazioni audio a cui oggi abbiamo rinunciato a favore di una più comoda omologazione a ciò che già funziona ovunque. Ci si trova dunque di fronte a un sistema di sonorità fortemente internazionalizzato, dove la riconoscibilità sonora tende a dissolversi in favore di modelli estetici globali.

Le canzoni più diffuse adesso e negli scorsi mesi, come A me mi piace di Alfa con Manu Chao, che reinterpreta un repertorio già pienamente integrato nel canone del main stream mondiale, Neon di Sfera Ebbasta e Shiva e Désolée di Anna, espressioni dirette di una trap che riproduce senza mediazioni le logiche produttive statunitensi e francesi, mostrano con chiarezza questo fenomeno. Anche operazioni apparentemente più legate alla difesa del nostro patrimonio musicale, come Bottiglie vuote dei Pinguini Tattici Nucleari con Max Pezzali, rinunciano a un linguaggio innovativo e scelgono la via, furba, della citazione nostalgica, affidandosi alla memoria generazionale piuttosto che a all’elaborazione autonoma di un sound.

L’ibridazione culturale non è certo un fatto nuovo nella storia della musica italiana. Negli anni Sessanta la bossa nova, negli anni Settanta il rock anglosassone, negli anni Ottanta il synth-pop europeo. Nel corso del tempo, molteplici influenze hanno attraversato il nostro panorama, generando risposte creative di grande rilevanza. Ciò che distingue l’attuale fase è il carattere sostitutivo delle influenze e la risposta ad esse, quindi l’adesione pressoché integrale a un linguaggio importato piuttosto che la rielaborazione. 

La melodia, che costituiva l’asse portante della nostra canzone, è relegata a funzione secondaria rispetto alla base. La lingua, spesso mescolata a frammenti inglesi, francesi o spagnoli, non è utilizzata come risorsa poetica ma come strumento di adattamento commerciale. Gli arrangiamenti privilegiano in modo quasi esclusivo la programmazione digitale, con il conseguente abbandono degli strumenti vivi. Attenzione anche ai più patriottici, gli artisti napoletani, che riescono a mascherare queste dinamiche con il compulsivo utilizzo sciovinista del dialetto ormai divenuto una sine qua non della musica partenopea.

Il rischio è evidente. Rendere la produzione italiana indistinguibile da quella proveniente da altri contesti. La questione non riguarda soltanto il mercato discografico, ma investe la definizione stessa dell’identità culturale nazionale. In assenza di una specificità riconoscibile, l’Italia musicale diventa un attore secondario nel sistema globale, incapace di proporre un proprio contributo originale.

Difendere il patrimonio sonoro italiano non implica una chiusura conservatrice, bensì la consapevolezza che l’identità può essere aggiornata senza essere annullata. La melodia, la lingua, le tradizioni regionali non sono retaggi da archiviare, ma strumenti da utilizzare per costruire nuove forme. L’estate 2025 evidenzia pertanto un nodo irrisolto. La canzone italiana, se ridotta a semplice replica dei modelli globali, perde la propria forza distintiva e la capacità di rappresentare il Paese. La questione non è se aprirsi o meno alle influenze esterne, ma se essere in grado di governarle. Solo così sarà possibile mantenere viva una tradizione che, nel Novecento, ha saputo conciliare complessità melodica, centralità linguistica e diffusione popolare. In mancanza di questa consapevolezza, il rischio concreto è che la voce italiana, pur ancora udibile, diventi ancora più irrilevante nel paesaggio sonoro mondiale.

Tommaso Lupo Papi Salonia

 



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  1. Targetti UgoGentile Tommaso Lupo Papi Salonia, da amante della musica ma non esperto, mi chiedo se sia possibile e comunque desiderabile una forma più italiana, "nazionale" di Rap. A me pare che il Rap sia una forma musicale (?) intrinsecamente incapace di produrre invenzioni e quindi arte. E' una forma di musica intrinsecamente poco intelligente. La comunicazione del messaggio "artistico" al pubblico è affidata in gran parte all'immagine (abbigliamenti ed effetti scenografici) piuttosto che alla qualità della musica e dei testi. Basta provare ad ascoltare senza guardare i video e tutto appare com'è : ossessivamente ripetitivo e povero. Un'espressione compiaciuta ( e ben remunerata) di una simulata emarginazione sociale. Cordiali saluti
    17 Settembre 2025 • 19:31Rispondi
    • Tommaso Lupo Papi SaloniaLa ringrazio per il commento. Indubbiamente il rap inteso come narrazione in rima su base strumentale ha meno possibilità di variare in base alla nazione in cui viene prodotto in quanto necessita di caratteristiche musicali specifiche, come la ciclicità e la semplicità dell’armonia e la prevalenza dell’aspetto ritmico su di essa. Nel rap viene meno un elemento fondamentale per la differenziazione geografica della musica, quale la linea melodica della voce. Basti pensare a come cambino le linee vocali solo dalla musica siciliana a quella milanese. Le possibilità di distinguersi della musica rap di oggi si giocano tutte nei temi trattati nei testi, i quali però sono sempre più inflazionati e oramai divenuti soltanto attitudine estetica. Per apprezzare le peculiarità stilistiche nella musica rap occorre fermarsi agli anni novanta, periodo in cui il rap della costa ovest statunitense aveva suoni e modi completamente diversi da quello della costa est. Anche in Italia c’erano vari modi di interpretare questo genere, soprattutto grazie alle contaminazioni dalla musica punk, che nella scena musicale italiana di quegli anni erano chiare. Tutto ciò che permetteva la distinzione stilistica è venuto meno quando il rap è entrato nelle classifiche. È qui che subentra l’intrinseca incapacità di produrre invenzioni, in quanto gli elementi su cui poter lavorare sono di meno, considerato anche il fatto che gli artisti rap sono sensibilmente meno preparati musicalmente rispetto agli artisti rock o pop.
      21 Settembre 2025 • 13:31
  2. Targetti UgoGrazie della sapiente analisi musicologica. Mantengo un' istintiva repulsione verso il rap. Ho letto l'articolo di Nicola Piovani sulla musica di fondo su "La Repubblica". Mi piacerebbe farle avere un mio commento se mi manda la sua email: la mia è u.targetti@gmail.com Cordiali saluti. Ugo Targetti
    28 Settembre 2025 • 19:16Rispondi
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