MILANO INIZIA A DARE I NUMERI

Credits Esmeralda Spitaleri (7)

Attraverso un gruppo di amici mi sono imbattuta nella ricerca di Claudio Rossi Oldrati, appassionato da sempre di storia locale, che getta luce su un aspetto di storia cittadina poco noto, ma significativo per la nostra Milano.

Punto di partenza un interrogativo: cosa rappresentano quegli eleganti numeri incisi all’ingresso dei palazzi storici di Milano, sopravvissuti alle ristrutturazioni, alle demolizioni, ai bombardamenti e all’inesorabile scorrere del tempo. Rossi Oldrati, naso all’insù e cartina alla mano, ha percorso le vie cittadine entro la cerchia dei bastioni, e anche oltre, e ha identificato i numeri civici teresiani, incisi in un fregio o nel blasone sovrastante il portone, metallici incastonati nella facciata del palazzo, scolpiti nel marmo o sulla pietra dei profili dell’ingresso…, testimonianza di un’epoca fautrice di rilevanti trasformazioni urbanistiche. 

Risultato: il censimento puntuale dei 101 numeri civici teresiani (97 del vecchio Comune di Milano e 4 dell’ex Comune dei Corpi Santi di Milano).

Nel suo accurato lavoro “Quando Milano dava i numeri. La numerazione civica teresiana della città di Milano”, basato sulle indicazioni desunte da manuali, guide e piante cartografiche e numeriche, Rossi Oldrati ha realizzato per ogni numero civico teresiano una scheda con la descrizione tecnica e storica dell’ubicazione e dell’edificio, corredata da immagine del portone d’ingresso del palazzo e dettaglio del numero civico teresiano.

Prima di allora Milano era un disordinato ammasso di costruzioni e di strade senza nome e non è difficile immaginare quanto fosse complicato dare una precisa collocazione a un luogo, avendo come punto di riferimento e orientamento soltanto le porte cittadine, le pusterle, i palazzi nobiliari e pubblici e le chiese, oltre duecentocinquanta in tutta la città.

In alternativa ci si affidava alle indicazioni dei cosiddetti “servitori di piazza”, esperti conoscitori di Milano che non per caso si appostavano nelle vicinanze dei principali alberghi e si offrivano di accompagnare nel luogo, turisti e viandanti, naturalmente in cambio di un compenso. Altro supporto poteva essere la guida,” Il Servitore di piazza”, pubblicata per la prima volta nel 1782 dalla stamperia di Gaetano Motta, dove venivano segnalate le abitazioni dei personaggi più illustri della città.

Durante la dominazione austriaca l’imperatore Giuseppe II estese anche ai territori del suo impero la numerazione civica “teresiana” della città, chiamata così, perché per volontà della madre Maria Teresa d’Austria la pratica era già in uso a Vienna. Nel 1786 il ministro plenipotenziario austriaco della Lombardia J. J. Maria Graf von Wilczek avviò il censimento delle vie della città di Milano e fece introdurre a ogni angolo di strada targhe di legno imbiancato con i nomi delle vie a caratteri cubitali e dispose di assegnare i numeri civici su tutti gli edifici accanto ai portoni d’ingresso, ad eccezione di chiese, monasteri e conventi. Contemporaneamente ci si prese cura anche della collocazione di lampioni ad olio per l’illuminazione. 

La classificazione iniziava dai numeri 1 e 2, assegnati rispettivamente al Palazzo di Corte (oggi Palazzo Reale) e all’Arcivescovado, e arrivava al 5280 di piazza e canonica di Sant’Ambrogio; il numero civico più alto, che si riferisce al totale delle porte degli edifici, cifra statisticamente superiore al numero delle case esistenti.

Per quanto non tutti i milanesi avessero accolto con favore la riforma che, oltre ad attribuire i numeri civici alle porte, impose l’utilizzo della lingua italiana, cambiando alcuni appellativi dialettali di contrade e strade propri della tradizione popolare, questa numerazione restò in vigore per quasi ottant’anni, dal 1787 al 1865.

Attualmente il vecchio sistema di numerazione civica austriaco, adottato per alcuni decenni anche dalla città di Parigi, è in vigore solo nel Comune di Venezia, ripetuto con sistema progressivo per i sei sestieri della città e per l’isola della Giudecca.

Ogni numero civico teresiano, pur seguendo le normative, fu realizzato con tecniche, caratteri, dimensioni e materiali del tutto differenti, dando spazio alla creatività dell’artigiano cui era affidato il compito. La numerazione fu denominata “numerazione nera”; in seguito, nel 1830, furono aggiunte le lettere e nel 1857 fu introdotta la “numerazione rossa”, che restò in vigore sino al 1865, quando la “numerazione bianca” – introdotta a partire dal 1866 – sostituì le due precedenti.

I vecchi numeri teresiani non fanno parte solo del passato, ma sono tuttora esistenti sulle facciate e sui timpani dei portoni di alcuni palazzi e dimore del Settecento e Ottocento milanese, dove possiamo osservare due numeri civici, uno quello attualmente valido e l’altro, invece, anche di tre o quattro cifre, che è il vecchio numero civico teresiano rimasto segnato nonostante i cambiamenti dell’urbanistica.

La zona con la più alta densità di palazzi che portano queste testimonianze storiche del nostro passato è il cosiddetto Quadrilatero della Moda. Le altre zone più rilevanti sono le vicine Porta Nuova e Brera, quindi piazza della Scala, Magenta, Cinque Vie, Vetra e Ticinese, fino a corso San Gottardo.

Qualche esempio: Palazzo Trivulzio attuale sezione del Museo Poldi Pezzoli, Palazzo Bagatti Valsecchi, Palazzo Melzi d’Eril, sede della Fondazione Cariplo, Palazzo Leoni Calchi detto Casa degli Omenoni, Palazzo Belgiojoso, Palazzo della Congregazione dei Mercanti e Biblioteca Ambrosiana, per citarne alcuni.

Non resta che andare a vedere con i vostri occhi quanto vi ho raccontato e, se interessati alla ricerca, potete consultare il saggio alla Biblioteca Trivulziana di Milano (collocazione: STMIG.107 / serie e inventario: ARC 18047).

Rita Bramante

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