“E GUIDARE COME UN PAZZO A FARI SPENTI NELLA NOTTE” *, OVVERO IL NUOVO PGT

Come tanti (credo) ho accolto con grande speranza l’avvio, da parte dell’Amministrazione Comunale, della revisione del PGT. Ritengo infatti (a differenza di altri commentatori e sembrerebbe anche di alcuni magistrati, che parlano di “varianti” e di “deroghe” per gli attuali interventi edilizi messi sotto inchiesta, senza capire che i veri problemi nascono proprio dal PGT.
È la vecchia idea per cui i Piani Regolatori sono per definizione “buoni” e che solo le varianti siano “cattive”: be’ per il PGT di Milano non è proprio così), che molti degli attuali problemi urbanistici milanesi (il traffico, la mancanza di case a buon prezzo, ecc) discendano proprio dall’attuale pessimo PGT 2020 (e ancora prima dall’altrettanto pessimo PGT 2012), e che fosse finalmente venuta l’ora di intervenire almeno sui suoi errori più macroscopici: le norme scritte con i piedi (per usare degli eufemismi), infarcite di trucchi e trabocchetti; i conti tutti sbagliati; la domanda abitativa non solvibile del tutto sottovalutata (così come sopravvalutata è l’efficacia dei relativi provvedimenti in proposito); i nuclei storici periferici dimenticati; i servizi non valutati, eccetera, eccetera (non si smetterebbe più). Insomma, ci si aspettava l’avvio di un grande e ragionevole lavoro di miglioramento del piano.
Invece, dalle intercettazioni apparse sui giornali (che non so quanto siano rilevanti da un punto di vista giudiziario, né quanto sia opportuna la loro pubblicazione) sembra emergere quello che – sempre con un eufemismo – potrebbe essere definito un grave anzi gravissimo malcostume: l’ex presidente della Commissione Paesaggio ad esempio sembra che ricevesse privatamente gli operatori per decidere le volumetrie da mettere nelle aree di intervento (non so neanche se sia un reato e neanche mi interessa, è una porcata e basta), il dileggio dei dirigenti verso i consiglieri comunali (che non capiscono nulla…), le bozze di delibere comunali preparate dagli operatori, e tanto altro ancora.
Francamente stento a crederci perché pur avendo molte perplessità sulle politiche urbanistiche di questa Amministrazione e pur sapendo che nelle chat private si finisce per essere più “sciolti” nel linguaggio (o forse è stato il senso di impunità, chissà), davvero non mi immaginavo che si fosse arrivati a questo punto.
Ai problemi giudiziari ci penserà la magistratura. Ma qui sembrano emergere due ordini di problemi fondamentali, uno di tipo culturale e uno di tipo politico, su cui sarebbe bene fare una riflessione.
Da un punto di vista culturale, dieci professori del Politecnico sono al momento indagati per scorrettezze di varia natura (non risulta che l’Università abbia ritenuto opportuno esprimersi in qualche forma sul tema). Un ex presidente e un ex vicepresidente dell’Ordine degli Architetti sono indagati per conflitto di interessi (l’Ordine perlomeno è riuscito a commentare in extremis). Dunque: ci fanno fare i corsi deontologici e guai se non raccogliamo i crediti richiesti, ma della deontologia (che comprende anche la tutela del pubblico interesse e non solo quella del committente) evidentemente se ne fregano.
Un simile ipocrisia peraltro è presente anche nel PGT: la salvaguardia del diritto all’abitazione per carità è fra gli obiettivi principali dichiarati; peccato però che non si sia fatto nulla in proposito, neanche studiare adeguatamente il problema. Per quanto riguarda i servizi, una norma dichiara di aver svolto quanto richiesto dalla legge (ovvero la valutazione dell’adeguatezza dei servizi esistenti, il calcolo del numero degli utenti…), peccato però che negli elaborati non ci sia traccia di tutto ciò.
È come se bastassero le dichiarazioni e la retorica, e la sostanza potesse essere un’altra, ben nascosta. È come se, superata la cultura dei maestri (i Campos, i Secchi…), l’avesse sostituita il nulla. O come se l’avesse sostituita un ritorno agli anni ’50 (come piace dire a certi professori), quando non c’erano oneri, non c’erano dotazioni standard di servizi, non c’erano obblighi di case popolari e altre seccature del genere.
Tant’è che in verità l’ex presidente della Commissione Paesaggio già citato non ha fatto altro che mettere in pratica quello che era il sogno del suo mentore buonanima: mettersi a un tavolo con gli operatori e decidere lui le volumetrie – ma per fortuna a suo tempo era stato stoppato da anticorpi istituzionali che evidentemente adesso non ci sono più (ricordo di aver sentito molti anni fa un intervento del mitico ex Assessore Hazon, che raccontava con raccapriccio il terrore, l’esultanza e gli svenimenti degli operatori attorno a un tavolo mentre grandi architetti spostavano su un plastico le volumetrie… mai più, aveva detto! Ma evidentemente si è stati capaci di regredire anche su questo).
E il fatto che emeriti professori universitari si siano prestati a mettere la loro firma sotto documenti la cui unica finalità era di aumentare gli indici edificatori e abbassare i servizi (tipo il famigerato documento sui PII) certo non ha aiutato (c’è chi dice che però così la città è cambiata in meglio, ma meglio per chi, c’è da chiedersi).
Il simbolo più chiaro di questa collusione, del corto circuito professionisti-politici-funzionari-operatori, mi sembra il cosiddetto “Tavolo della filiera” che ha svolto un importante ruolo nel definire l’attuale PGT. Lì Assimpredil con i suoi avvocati (poi diventati assessori…) ha avuto gioco facile a scrivere le norme urbanistiche, avendo come controparte a tutela del pubblico interesse solo i funzionari comunali, in verità non particolarmente competenti e capaci (se non a garantire le proprie carriere) ma peraltro presuntuosissimi (secondo il noto effetto Dunning-Kruger), e comunque non eletti e non rappresentativi di nessuno.
C’erano forse a quel tavolo le organizzazioni ambientaliste, i sindacati inquilini, i comitati dei cittadini? No, per carità, quelli sono rompiscatole, il Tavolo era riservato a “quelli che contano”: lì sono state prese le decisioni che il Consiglio Comunale (che pure è eletto dai cittadini) è stato chiamato poi alla fine semplicemente a ratificare.
Da un punto di vista politico, c’è un concetto chiave, abbastanza orribile ma terribilmente efficace, che descrive questa nuova forma di consociativismo (o forse anche di corporativismo): la “coalizione di interessi”. Fateci caso, quando mai il centrodestra ha contestato le scelte urbanistiche di questa amministrazione? Praticamente mai, e per un motivo semplicissimo: che gli vanno più che bene, quel PGT l’hanno impostato loro e la politica di Sala è la stessa che farebbero loro.
In altre parole: quelli che contano decidono e si mettono d’accordo fra loro. Quelli che hanno qualcosa da obiettare, anche garbate critiche come quelle che per fortuna sono apparse su Arcipelago (grazie!) sono solo dei rompicoglioni e vanno ignorati e basta.
E questo è il “sistema Milano”, ci piaccia o meno. O meglio: ci piace? Le forze progressiste vi si identificano?
Qui c’è un tema politico importante, quello del potere. Ovviamente le forze politiche devono aspirare a una qualche forma di potere, se vogliono incidere sulla società secondo le loro aspirazioni. Ma non il potere a ogni costo. Non il potere che diventa un fine e non un mezzo. Ma se si segue la parabola di certe avvocatesse venute dal nulla e trovatesi da un giorno all’altro a decidere affari per miliardi, l’ubriacatura di potere è forse la parola giusta (tralascio invece i commenti sessisti degli operatori e dei suoi stessi dirigenti).
E se si arriva a nominare sindaco un ex direttore generale, e questo a nominare assessori gli ex dirigenti, senza più dialettica di controllo fra politica e burocrazia (l’abc minimo istituzionale), il cerchio si chiude e il rischio del “circolo ristretto” diventa quasi inevitabile.
Meno Tavoli e più piazze (nel senso metaforico di agorà, di spazi anche virtuali aperti alla discussione) potrebbe essere allora lo slogan.
Ma la domanda, quella iniziale, resta: ce la possiamo fare? Ce la possiamo fare mantenendo il “sistema”, le stesse persone, la stessa organizzazione, gli stessi centri studi farlocchi e le stesse agenzie infarcite di portaborse?
Temo che se non ci saranno cambiamenti drastici, un sergente di ferro all’Urbanistica per dire, un robusto rinnovamento dei funzionari (che magari sono lì dal tempo di Masseroli) con forze nuove e capaci, con magari la supervisione di qualche grande professionista (posto che ce ne siano ancora), non se ne verrà mai fuori. Mi spiace essere pessimista, ma meglio essere realisti.
L’Osservatore attento
(*) EMOZIONI Lucio Battisti

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