2 Settembre 2025

MILANO, IL BAMBINO E L’ACQUA SPORCA

La crisi di un modello fondato su rendita e appropriazione dei beni comuni


Credits Esmeralda Spitaleri

Girata la metà della terza sindacatura, il centro sinistra si trova impantanato nella crisi del cosiddetto “Modello Milano”. Una crisi grave, politica, sociale, etica prima ancora che giudiziaria. Per molti inattesa, anche se Alessandro Capelli, segretario metropolitano del PD, ricorda che lui l’aveva detto già l’anno scorso, che non ci si doveva crogiolare sugli allori, che crescevano fattori e motivi di insoddisfazione e distacco.

Una rivendicazione orgogliosa che chiama partito e società civile alla presa d’atto delle difficoltà ed alla ripresa di un cammino unitario verso nuove prospettive, ma che inevitabilmente sconta, nei toni prudenti ed “ecumenici”, la contraddizione irrisolta tra chi vorrebbe cambiare passo e quanti nel PD, e sono tanti ancora, quel “modello Milano” l’hanno voluto, condiviso, difeso, fino a portare il partito nelle secche della “Salvamilano”.

Un cosiddetto “modello” ma facciamo chiarezza anche concettualmente. Meglio sarebbe parlare di esperienza. Del modello l’essenziale sono originalità e trasferibilità ad altri contesti, ma mentre la Milano post Expo condivide la condizione delle tante metropoli globali che competono nella sfida dell’attrazione dei capitali e dei flussi turistici, non trova, proprio per questo suo carattere, altri luoghi possibili in Italia dove replicarsi. 

Un unicum sul territorio nazionale, radicato nell’essere Milano luogo “apicale”, centro di direzione e di rappresentazione, delle piattaforme e delle filiere produttive, tecnologiche e commerciali. Lasciato indietro il “triangolo industriale”, oggi Milano è divenuta semplicemente “the place to be”, il luogo dove stare sulla scena internazionale. Ma a quale prezzo, lo vediamo finalmente nella compromissione dei beni comuni, l’assalto al territorio, la gentrificazione massiccia ed escludente, la torsione verso rendita immobiliare ed overtourism, pilastri di una crescita che lascia indietro non solo i ceti medi e popolari, ma anche e diremmo soprattutto il carattere della città come luogo di produzione ed innovazione. 

Oggi, oltre il trenta per cento delle imprese si occupa di immobili, ed il peso del commercio legato al turismo e ristorazione è aumentato a dismisura, mentre latitano una visione ed una politica che assecondino lo sviluppo fondato sull’innovazione nei servizi alle imprese, sulle tecnologie applicate alla salute, la casa e la mobilità. In breve, una crescita basata sulla rendita, immobiliare e commerciale: questo è il problema, e se ne preoccupa anche Assolombarda.

Avviare una nuova fase del centrosinistra milanese, allora, ma per capire e rigenerarsi bisognerà pur fare i conti con questo lascito e questa struttura di interessi. Un punto pare certo. Non ce ne vogliano i democratici, ma la visione dello sviluppo centrato sulla valorizzazione delle aree urbane e sulla funzionalità del “brand Milano” come cifra estetica per piazzarle sui mercati globali era già scritta, tutta, nella proposta del centro destra, EXPO compresa. 

Se Pisapia non poté fare altro che dare seguito al PGT di Moratti e Masseroli, Beppe Sala lo fece decisamente suo: estrarre valore dai beni comuni della città, grandi aree urbane e piccoli cortili, pochi vincoli e tanto laissez faire. Oneri e Piani attuativi? Residui di una visione superata, viva la normativa regionale in salsa ambrosiana. Ma c’è un giudice a Berlino….

La partita di una Milano attrattiva perché “rigenerata” e rigenerata perché “attrattiva” ha visto le due squadre, le due giunte, le due maggioranze e minoranze, condividere in sostanza il medesimo schema e giocarlo, ciascuno nel suo ruolo, protagonisti e comprimari di un approccio di cui si vede sempre meglio il profilo bipartisan. E, proprio per questo, il centro destra si inceppa quando chiede le dimissioni di un Sindaco che non ha fatto altro che proseguire la sua visione originaria, e per fare che cosa poi se non ripeterne l’azione. 

Ma allora, qualcuno potrebbe ben dire, non vi è stata e non vi è alcuna differenza tra la Milano del centrodestra fino al 2011 e quella del centrosinistra fino ad oggi?  Non vi è stata discontinuità, è stata tutta finzione, la rivoluzione arancione è stata non solo inutile ma addirittura funzionale a realizzare, sotto altre vesti, il disegno di chi conta davvero in città?

Alcuni arrivano a queste amare conclusioni e buttano il “bambino con l’acqua sporca”.

Una conclusione assai rischiosa da un lato, ed ingenerosa dall’altro. Ingenerosa perché la stagione democratica che dura da ormai quindici anni ha portato con sé anche un profondo cambiamento socio culturale, di sensibilità al disagio sociale, di rispetto delle diversità, di libertà, di moltiplicazione dei luoghi e delle forme della produzione culturale, alimentando, qui sì, un unicum di Milano, quella geniale e partecipata modalità di contaminazione e scambio tra mondo della produzione e creatività sociale che tuttora innerva e pulsa nelle vene cittadine. 

Di questa Milano innovativa, dinamica perché libertaria e socializzante, il Fuori Salone è stato tra le spinte più autentiche, fornendo lo stampo originario attorno a cui si sono via via moltiplicati i tanti saloni e le tante Week, un cliché di successo pur consumato dalle tante manipolazioni. E non si può dire che questa prodigiosa innovazione sia avvenuta senza e contro il contesto politico istituzionale che l’ha promossa ed accompagnata.

Senza indugiare troppo, la lunga stagione del centrosinistra milanese appare essersi retta finora su di una sorta di doppio registro, da un lato mani libere ai processi di valorizzazione immobiliare e dall’ altro grande apertura socio culturale, ed è anche vero che, quest’ultima, nella sua autonomia, si è rivelata un ingrediente prezioso per la costruzione e promozione del prodotto immobiliare da vendere sui mercati, internazionali e nazionali. Ma se quei processi, in quei modi, alla fine si sono rivelati “l’acqua sporca”, è pure vero che quell’apertura è un’innovazione di grande valore, il “bambino” che bisogna salvare.

Dove allora fare cambiamento e nuova sintesi, dove e come togliere di mezzo l’acqua sporca e crescere il bambino?  Dove e come invertire o quanto meno riequilibrare i processi di scambio tra valorizzazione immobiliare (che non sono il male in sé), bisogni sociali ed innovazione socio culturale? È triste constatare che la via maestra non è stata dettata finora dalla politica ma dalla magistratura, quando ha ribadito l’indisponibilità dei beni comuni per estrarre valore economico e profitti per pochi. Una via maestra che fissa nel concetto di “bene comune”, assistito dal dettato costituzionale e, perché no, da normative risalenti al Ventennio, il principio valoriale di riferimento per uno sviluppo più equilibrato della società.

Ed allora, se un’idea può essere qui avanzata, il suggerimento potrebbe consistere nel trovare le forme con cui la politica riattualizza il suo ruolo e chiama la società civile tutta, portatori di interesse e competenze, a rigenerare Milano attorno al concetto di “città ideale” del nostro tempo, ridimensionando la filiera immobiliare, e riportando al centro della dialettica cittadina, con la forza sociale dei bisogni, la capacità visionaria e tecnica di intellettuali, urbanisti, designer, “architetti” del terzo settore, donne e uomini della scuola.

Contro il rischio concreto che il sottile filo che tiene ancora uniti Sala ed il PD si laceri senza rimedio, serve un grande atto di coraggio visionario, senza mettere nessuno sotto processo ma anche senza lasciare ancora al margine del campo di gioco le energie che possono cambiare le dinamiche in atto.

Coraggio Capelli e coraggio tutti.

Giuseppe Ucciero



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  1. Annalisa FerrarioL'idea del "Modello Milano" è di Maurizio Lupi e del centrodestra. Vuol dire favorire la rendita fondiaria e i costruttori edili in cambio di una spruzzata (perlopiù retorica) di valori ipoteticamente sociali o ambientali (tutta fuffa). Che il centrosinistra da Pisapia in poi abbia fatto proprio questo modello farlocco, è il vero scandalo. E finché ci saranno i ciellini in giunta e nei ruoli apicali comunali (tipo la direzione generale) non ne usciremo mai fuori.
    2 Settembre 2025 • 20:49Rispondi
  2. michelaCondivido tutto di questo articolo. Mi associo all'augurio che Alessandro Capelli continui con coraggio. Noi tutti dobbiamo attrarre efavorire le energie che sono sul territorio
    2 Settembre 2025 • 22:07Rispondi
  3. MarioIn conclusione all'articolo, che condivido, si parla della scuola; il Comune di Milano che possedeva un grande patrimonio in questo ambito l'ha completamente dismesso. Agli inizi degli anni 2000 con una fondazione che fra poco andrá in scadenza, e che ha raccolto le cosiddette "scuole atipiche"( cinema, teatro, ecc. E per il resto del patrimonio disinveste di e lasciando al privato tutto lo spazio. Nel 2006 il comune aveva 35 scuole oggi siamo molto meno di 10. Il presidio sulla formazione è scomparso e il ruolo del comune è inesistente.
    5 Settembre 2025 • 08:14Rispondi
  4. Targetti UgoCondivido appieno l’articolo di Giuseppe Ucciero. Da una parte il mercato immobiliare e una gestione urbanistica debole, ovvero non adeguata a governare l’impeto dello sviluppo e degli interessi immobiliari, hanno fatto di Milano una città che esclude i ceti a reddito basso e medio basso. Dall’altra la città continua ad attrarre attività, cultura, ricerca, a livello internazionale, anche per l’azione dell’amministrazione che garantisce un elevato livello di Welfare, se si esclude il servizio abitativo. Inviterei il PD a organizzare un “meeting” (termine scelto non a caso) per fare il punto sulla città: sugli errori ma anche sui risultati positivi e per dare una prospettiva per il fine mandato e per la prossima legislatura, chiamando al confronto la società milanese. Milano deve restare il polo attrattivo delle forze produttive (ricerca, innovazione, cultura, professioni, ecc.) e non più il campo libero della rendita urbana. Ma quando dico città intendo città Metropolitana, dove già stanno avvenendo trasformazioni che vanno conosciute, discusse e indirizzate. La sola critica indignata aiuterà a consegnare la città al centro – destra cioè a chi ha fondato il modello immobiliarista e continua a sostenerlo.
    7 Settembre 2025 • 08:44Rispondi
  5. Chiara VogliattoL' uscita di oggi di Letizia Moratti (che invita Forza Italia a votare la vendita di San Siro contro i "talebani" e i riformisti del PD ad "alzare la testa) conferma in modo esplicito tante cose: 1) i riformisti del PD e Forza Italia sono la stessa cosa; 2) chi si oppone ai loro voleri è un pazzo talebano (compreso Corbani, da sempre riformista ma oggi contrario alla vendita); 3) Sala continua ad essere il maggiordomo della Moratti. Ricorderei anche un' altra cosa: 4) i talebani hanno battuto l' Unione Sovietica e gli Stati Uniti d'America. Ci andrei piano con i paragoni...
    18 Settembre 2025 • 21:22Rispondi
    • Pietro VismaraCome volevasi dimostrare, Forza Italia è corsa in aiuto del loro vecchio e fidato maggiordomo. D'altra parte, quando si tratta di vendere proprietà pubbliche ai privati per fare un po' di speculazione edilizia, sempre pronti! A chiamata, rispondono.
      2 Ottobre 2025 • 10:22
    • Annalisa FerrarioDunque il consiglio comunale è stato fatto correre in modo da evitare che passati i settant'anni, ci fosse bisogno del parere della soprintendenza per procedere alla demolizione dello stadio. Strana maniera di procedere: fino a sessantanove anni, undici mesi e ventinove giorni il bene non vale nulla, il giorno dopo è tutelato. In realtà non è così: in base all' articolo 13 del testo unico beni culturali, infatti, la soprintendenza può intervenire anche prima dei fatidici settant'anni. E meriterebbe anche una riflessione il comma 10 dell' articolo 12, quello che dice che le scadenze si applicano anche al mutare della natura giuridica della proprietà. Insomma correre per evitare i settant'anni sembra la classica "furbata", il cavillo burocratico per evitare di affrontare il tema vero, ovvero: san Siro merita di essere abbattuto? E questo a prescindere dai settant'anni o meno. Saluti
      4 Ottobre 2025 • 11:49
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