2 Settembre 2025
DIMENTICARE IL RITO AMBROSIANO 2
C’è un futuro

Nell’articolo “Dimenticare il rito ambrosiano” in ArcipelagoMilano dello scorso 25 febbraio proponevo una riflessione sul percorso giudiziario avviato dalla magistratura versus imprenditori, pubblici amministratori, consulenti, ecc.., il cui vettore sostanziale è la non virtuosa interpretazione della legge urbanistica generale del 1942. In quell’articolo ricordavo il ruolo agente che la legge affidava e affida alla pubblica amministrazione e la risposta sostanzialmente consociativa – conservativa che le parti chiamate in causa dalla magistratura hanno dato nel tempo.
Un atteggiamento che, risvolti giudiziari a parte (di cui non mi occupo), ha portato un’allarmante caduta della capacità del contesto ambrosiano di affrontare i cambiamenti rapidi e dirompenti che stanno coinvolgendo l’ambito urbano, sociale ed ambientale. Una estraneità che nel tempo ha portato ad ignorare: i limiti ambientali del contesto, le opportunità/contraddizioni generate dalle nuove tecnologie immateriali che andavano trasformando l’idea di città da esclusivamente fisica ad un insieme complesso (fisico-neuronale-immateriale), le esigenze di rinnovo del sapere legate alle nuove opportunità di natura biologica ed ubiqua, e di rinnovo di un sistema infrastrutturale urbano ormai obsoleto. In sostanza abbiamo assistito al chiudersi dell’élite ambrosiane nel “sand box” del piccolo territorio comunale, gratificate da una folle politica estrattiva (di risorse naturali e finanziarie), incapaci di affrontare i nuovi alfabeti dettati da dinamiche di sviluppo esponenzialmente cangianti.
In questo scenario la carenza di creatività e di capacità di innovazione dell’ecosistema culturale ambrosiano è rilevante e riconducibile soprattutto all’incapacità di sviluppare nuove convergenze.
A mio parere questo si verifica in tre momenti principali:
Una rappresentazione avvilente dello stato della nostra società.
Con questo voglio ricordare che se è giusto denunciare e mettere in discussione la politica ‘estrattiva’ praticata dal capitale finanziario in sintonia con la pubblica amministrazione, è anche doveroso ammettere che questo è stato favorito dal non adeguato contributo innovativo dei nostri ambienti culturali (con la doverosa eccezione di pochi, per lo più migranti, che operano nelle reti internazionali) e dallo scarso livello dell’educazione civica, nel momento in cui si andavano ribaltando i paradigmi scientifici, si andavano diffondendo a scala urbana europea regolamenti edilizi fondati su regole biologiche e l’uso dei finanziamenti pari a quelli di cui disponeva e dispone il nostro paese non per sperperi in ristori ma per la costruzione di reti tecnologiche e sociali innovative. Onestamente, non sarebbe utile una seria valutazione della coerenza della qualità e dell’organizzazione ed efficacia dell’insieme dei programmi di ricerca e didattica in tema di sviluppo urbano promossi dalle Università milanesi rispetto ai cambiamenti dirompenti che dobbiamo affrontare?
In sintesi le inchieste giudiziarie sono doverose, la loro ciclicità dovrebbe sollevare qualche seria riflessione, ma se la nostra società ha lacune sostanziali nel processo formativo e di crescita del capitale umano non andremo da nessuna parte. E questo è il problema: Milano ha dato centralità alla crescita del capitale fisico, alla quantità di metri cubi, anziché dare centralità allo sviluppo del capitale umano, ossia al sapere e coesione per metro cubo.
Così il territorio milanese è stato sottoposto alla pressione di un abnorme carico ambientale in assenza di adeguate politiche di sistema. Infatti il fenomeno di trasformazione urbana si manifesta su un territorio ben circoscritto, con attenzione esclusiva al solo capitale fisico, nel momento in cui le tecnologie sono ubique, e quindi i loro effetti non dipendono dai tradizionali confini e proprietà fisici ed i modelli gestionali gerarchici della burocrazia sono soppiantati dai modelli ‘agenti’ delle imprese che gestiscono l’intelligenza artificiale.
In sostanza siamo in guai seri, non solo dal punto di vista economico – ambientale, ma anche della gestione democratica perché il ruolo agente della burocrazia, affidato con lungimiranza (o per casualità?) al settore pubblico dalla legge del ‘42, è diventato un ruolo esclusivo dei privati delle Telecom, per inettitudine dell’ecosistema politico-sociale-economico-culturale milanese.
Il risultato è che siamo non solo più poveri patrimonialmente, ma anche con meno diritti.
Bisogna prendere atto che la situazione attuale non si affronta con modifiche lineari alle normative esistenti e con l’insistere con politiche ormai fuori dai tempi, ma con un radicale reset che consideri realisticamente le regole di spazio in cui agisce il contesto milanese, quindi affrontando la questione della sua dimensione metropolitana, e del rinnovo radicale del modello di governance, perché quello attuale è la coda di un modello basato sulla stabilità, mentre l’attuale momento è dominato da shock geopolitici, tecnologici, ambientali e sociali a cascata.
La questione metropolitana: l’essere metropoli di Milano non si identifica con l’espansione concentrica dal centro verso l’esterno, come nelle metropoli di matrice anglosassone. Con queste Milano ha in comune l’essere ‘machine learning’, ma storicamente la sua espansione è di natura relazionale, con il sistema policentrico delle città padane per quanto riguarda le relazioni a breve e medio raggio, e con il sistema dei fondaci (finanziari e sanitari, ricordate Lombard Street piuttosto che Rue des lombards o presidi sanitari di Milano a Londra, Bellinzona…) per quanto riguarda le relazioni strategiche. Un ruolo che oggi è assolto da Singapore piuttosto che dal reticolo urbano che segna la nuova via della seta, piuttosto che dalle nuove reti di città guidate da paesi emergenti. Ripensare la metropoli in termini di geopolitica anziché in termini di espansione fisica locale sarebbe il primo atto di rinascita del nostro contesto.
Quale modello di governance: ormai i modelli correnti sono dettati da regole biologiche, come ho ricordato più volte, e da comportamenti relazionali governati dalle major della cibernetica. Sono assetti complessi che richiedono nuove infrastrutture cognitive, oltre che fisiche, enormi investimenti finanziari e generano considerevoli impatti ambientali. Il dubbio è che i ‘distratti’ da questi processi, coloro che si limitano ad invocare semplici assestamenti delle normative, stiano di fatto consegnando la governance ai suprematisti ed ai loro referenti locali. È quanto succederà con le prossime elezioni amministrative?
Ritengo quindi che il reset della governance debba essere rapido e severo (in coerenza, finalmente, con lo spirito del PNRR, fino ad oggi poco furbescamente eluso). Il risultato dovrebbe essere un modello di governance ‘neuronale’ ispirato alla cibernetica, articolato in nodi capaci di sviluppare intensi processi di feedback, si verrebbe così a creare un sistema coeso di livelli gestionali interconnessi ed agenti (in coerenza con la visione ‘cognitiva’ della dimensione metropolitana), in cui ogni livello si basa sulle capacità di interagire dinamicamente con tutti gli altri. Gli elementi qualificanti di tale modello potrebbero essere:
Giuseppe Longhi
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