8 Luglio 2025
ORECCHIE PER ASCOLTARE, LINGUE PER CAMBIARE
La pedagogia di Paulo Freire

In un’epoca segnata dalla disuguaglianza strutturale, dalla crisi della partecipazione democratica e dalla manipolazione emozionale operata dai media e dalle piattaforme digitali, il pensiero di Paulo Freire risuona con una forza rinnovata. La sua idea di educazione come atto politico e pratica di libertà rappresenta oggi un’alternativa potente a una cultura che, spesso in modo invisibile, produce disattenzione civica, passività e individualismo competitivo. La pedagogia dell’oppresso, l’opera più celebre di Paulo Freire (pubblicata nel 1968), non è solo un modello educativo: è una visione etica e politica del mondo, fondata sull’idea che ogni persona, anche quella più emarginata, ha diritto alla parola, alla riflessione, alla trasformazione della propria realtà.
Freire denuncia la “pedagogia bancaria” che domina i sistemi educativi tradizionali: una forma di insegnamento in cui l’alunno è visto come un contenitore vuoto da riempire, un oggetto passivo, privo di voce. Questo modello non educa alla libertà, ma addestra alla subordinazione. Al contrario, Freire propone una pedagogia dialettica, in cui docente e discente imparano insieme attraverso il dialogo. L’educazione diventa un processo di “coscientizzazione” (conscientização): lo sviluppo di una coscienza critica che permette di leggere il mondo, comprendere le ingiustizie, agire per cambiarle. Infatti, educare, per Freire, significa aiutare l’altro a diventare soggetto della propria storia. È un processo che nasce nella relazione, nella reciprocità, nella capacità di ascolto e di parola condivisa. Ecco perché, in questa visione, l’educazione è intrinsecamente solidale.
Nel pensiero di Freire, solidarietà non è carità. Non è “aiutare i poveri” con spirito paternalistico, ma camminare insieme verso l’emancipazione, riconoscendo l’altro come uguale, come essere umano capace di pensiero e trasformazione. “Nessuno libera nessuno, nessuno si libera da solo: gli uomini si liberano nella comunione”, scrive Freire. La solidarietà diventa così un atto politico, fondato sul riconoscimento reciproco e sulla convinzione che tutti possono partecipare alla costruzione della realtà sociale.
In un mondo in cui la cultura dominante promuove il successo individuale, la performance, la competizione e la logica dell’“ognuno per sé”, Freire ci invita a pensare in termini di comunità, dialogo, cooperazione. La sua pedagogia non è astratta, ma radicata nella concretezza della vita delle persone, nei loro bisogni, nelle loro esperienze, nei loro territori. Questo studioso ha sempre concepito la parola come atto trasformativo. Parlare, per lui, non è semplicemente descrivere il mondo, ma intervenire in esso. L’educazione alfabetica, nei suoi progetti con i contadini del Brasile, era strettamente legata alla presa di coscienza delle condizioni di sfruttamento, e quindi al risveglio di una cittadinanza attiva.
In questo senso, le discipline umanistiche come la filosofia, la letteratura, la poesia e l’arte, assumono un ruolo centrale. Sono strumenti per sviluppare immaginazione politica, sensibilità sociale, capacità critica. Non servono solo a “capire il mondo”, ma a reinventarlo, rendendolo più giusto e umano. Le scuole, le università, i centri educativi dovrebbero essere spazi del possibile, dove si apprende a convivere, a pensare collettivamente, a immaginare forme alternative di organizzazione della vita comune. Il pensiero di Freire ci insegna che non può esserci vera uguaglianza politica senza giustizia educativa. E che non basta l’intervento delle istituzioni o delle politiche pubbliche: occorre anche una cultura della cooperazione, un’etica del legame che nasce dal basso, nella relazione tra i membri della società.
La scuola e l’università, allora, non devono preparare solo “risorse umane” per il mercato del lavoro, ma cittadini capaci di critica, dialogo, responsabilità. Non si tratta di idealismo: è una scelta di campo. Perché ogni sistema educativo risponde sempre a una domanda politica implicita: “quale società vogliamo costruire?”
Il pensiero di Paulo Freire ci aiuta a immaginare una società in cui nessuno debba smettere di pensare per sopravvivere. In cui le condizioni materiali, il lavoro, il reddito, la salute, siano garantite in modo tale da permettere a ogni persona di sviluppare il proprio potenziale umano, culturale, creativo. Una società davvero democratica è quella in cui nessuno è escluso dalla parola, dove la conoscenza non è un privilegio, ma un diritto condiviso, dove l’educazione non è uno strumento di selezione, ma una pratica di liberazione.
Educare, secondo Paulo Freire, significa sperare attivamente. Non una speranza ingenua, ma una speranza radicata nell’azione, capace di denunciare l’ingiustizia e insieme di annunciare il possibile. In un mondo segnato dalla solitudine sociale e dalla manipolazione emotiva, ripensare la cooperazione e la solidarietà richiede un’educazione che sia anche poetica e politica, critica e affettiva, individuale e collettiva. Per questo, oggi più che mai, abbiamo bisogno della sua voce:
“L’educazione non cambia il mondo. L’educazione cambia le persone. Le persone cambiano il mondo.”
Yuleisy Cruz Lezcano