OMAGGIO AD ARNALDO POMODORO

Arnaldo Pomodoro, Sfera n. 1, 1963 bronzo, ø 120 cm (foto Aurelio Barbareschi). Courtesy of Palazzo Reale
Arnaldo Pomodoro, Sfera n. 1, 1963 bronzo, ø 120 cm (foto Aurelio Barbareschi). Courtesy of Palazzo Reale

Ha vissuto per quasi un secolo attraverso le sue opere, in particolare attraverso la forma più iconica della sua produzione, la Sfera. Arnaldo Pomodoro, arrivato nel 1954 da Montebello di Romagna, dove era nato nel 1926, in una Milano ancora in ginocchio per i bombardamenti, ma piena di fermento e desiderio di ricominciare, qui ha deciso di restare a vivere e lavorare. Perché Milano? Perché gli sembrava che la provincia non potesse dare spazio ai suoi sogni e ai suoi progetti e che Milano fosse già allora la città italiana più cosmopolita: la immaginava come un ponte verso “la sua America”.

Si sente un artigiano, più vicino ai falegnami e ai saldatori, che non agli intellettuali e agli accademici e per lui l’arte affonda le radici nel mondo fisico tangibile, usa i sensi e parla ai sensi. Utilizzando bronzo, piombo, stagno e cemento crea dischi, colonne, bassorilievi e forme geometriche solide, piramidi, cubi, cilindri, coni e sfere. La storia della Sfera, l’oggetto più amato tra i solidi della geometria euclidea, comincia nel 1960 e l’Artista la descrive come “un oggetto meraviglioso, che viene dal mondo della magia, dai maghi, e che sia di vetro che sia di bronzo, che sia piena d’acqua, riflette ciò che ci circonda, creando tali contrasti che a volte si trasforma, diventando invisibile, lasciando solo il suo interiore, tormentato e corroso, pieno di denti”. 

Spiega in molte occasioni che ciò che lo ha spinto a fare sfere è un desiderio di rottura di questo elemento perfetto. L’atto dello scultore è quello di rompere queste forme perfette e magiche con un interno misterioso e vivo, mostruoso e puro per creare un conflitto con la lucentezza: un’unità composta di incompletezza. Nella mia scultura – precisa – la forma del mondo contiene in sé la forma della ‘città ideale’ come concepita dagli artisti del Rinascimento italiano. Questa, a sua volta, contiene le mie speranze e i miei sogni e quelli di innumerevoli altri cittadini del mondo. 

Il suo stile inconfondibile è ricordato da monsignor Gianfranco Ravasi nel racconto a “Avvenire” sulla forza dolce di Arnaldo Pomodoro, in cui rievoca una visita nel suo atelier ai Navigli, accompagnato dal regista Ermanno Olmi e le parole dell’Artista, che gli illustrava il senso di quelle sue creazioni dalla “pelle” così sensuale e vellutata, eppure così ferite dall’“erosione” e dagli squarci: «Durante il giorno, alla luce del sole o all’ombra, le mie sculture cambiano. Gli effetti specchianti includono l’orizzonte esterno e lo spettatore che nella sfera si riflettono in un’immagine inedita e distorta. Questo rende la scultura viva, parte di noi e della natura». 

Benché teologo, Ravasi non orienta a scorgere in quelle ferite delle feritoie che infrangono la superficie per svelarci il mistero che si annida nell’essere e nell’esistere, ma lascia cogliere la “drammaticità” che alle sue sfere Pomodoro assegna quando in quelle spaccature delle sue grandiose sfere bronzee intravede invece il potenziale distruttivo che emerge nel nostro tempo di disillusione.

Nell’atto scultoreo l’artista riesce a collaborare con la natura nell’erosione, nello scavo, nella penetrazione della realtà e a far dialogare la sua opera con l’ambiente e l’architettura urbana.  

Proprio sulla Sfera si concentra l’attuale appuntamento di Open Studio, lo spazio espositivo in via Vigevano dedicato alla riscoperta dell’opera e del percorso artistico di Arnaldo Pomodoro e sede attuale della Fondazione che porta il suo nome. Dopo le prime due mostre, dedicate rispettivamente alle ricerche spazialiste della fine degli anni Cinquanta e al quinquennio americano 1966-1970, durante il quale Pomodoro affronta forme di sperimentazione in direzione della Minimal Art, viene affrontata, approfondita e riletta la Sfera, sotto molteplici punti di vista attraverso un percorso tra opere, documenti e materiali d’archivio originali e inediti. 

La mostra permette al visitatore di scoprire le diverse tipologie di Sfere realizzate da Pomodoro negli anni, la storia della loro ideazione, della realizzazione e del successo di queste opere, dalla Sfera n.1 del MoMa di New York alla Sfera grande del lungomare di Pesaro e della Farnesina di Roma, passando per la Sfera con sfera dei Musei Vaticani e del Palazzo delle Nazioni Unite di New York, fino a quelle del Trinity College di Dublino e del The Hakone Open-Air Museum di Kanagawa in Giappone.

Un’altra forma archetipica dell’alfabeto visivo di Arnaldo Pomodoro è il Labirinto, maestosa installazione ispirata all’ epopea di Gilgamesh, realizzata dallo scultore nell’ambiente sotterraneo dello stabilimento Riva Calzoni, che si insediò nell’area industriale in via Solari 35 nel 1884 e continuò la sua attività fino al 1998, quando gli spazi degli storici capannoni furono riconvertiti prima nella sede espositiva della Fondazione Arnaldo Pomodoro (2005- 2011) e successivamente in showroom e uffici di grandi marchi della moda. 

Il Labirinto è una sintesi perfetta del percorso artistico e creativo che Arnaldo Pomodoro ha sviluppato nel corso di una vita: una riflessione su tutto il suo lavoro a partire dall’elaborazione delle forme arcaiche della scrittura, fino allo sconfinamento nella dimensione architetturale e nello spazio scenico. Dietro il portale di ingresso rotante si accede a tre stanze, piene di bassorilievi e elementi scenografici che tracciano un percorso, dove il tempo è trasformato in spazio e lo spazio a sua volta diventa tempo.

Dal mese di marzo di quest’anno, grazie alla collaborazione tra la maison Fendi – che ha trovato dal 2013 la propria casa milanese nello spazio di Via Solari 35, e la Fondazione Pomodoro, è di nuovo possibile visitare il Labirinto, rimasto chiuso per anni.

In occasione della visita a tutti i partecipanti viene consegnato un biglietto omaggio per la mostra Open Studio #4 allestita nello Studio dell’artista in Via Vigevano 3, a partire dal 4 ottobre 2025. 

Arnaldo Pomodoro si è spento a Milano il 22 giugno scorso, il giorno prima di compiere 99 anni. Nella rubrica delle lettere al “Corriere” Giangiacomo Schiavi ha raccolto il rammarico di un lettore per il fatto che Milano non abbia predisposto una camera ardente istituzionale a Brera o in Triennale.

La cugina Livia Pomodoro, già presidente del Tribunale di Milano, ha detto al momento delle esequie che “gli artisti, come tutti gli uomini che hanno visione di futuro, vivono attraverso le loro opere. Milano per ricordarlo può fare molte cose, il rischio è perdere la memoria”.

Recarsi negli spazi dell’Open Studio e del Labirinto per godere delle opere del Maestro può essere un modo per rendergli omaggio e non dimenticarlo. E anche per accogliere l’appello che ha lui stesso rivolto a Giovanni Caccamo in occasione di un recente incontro: Voi giovani dovete alzare lo sguardo verso il cielo e con forza accartocciare questo velo nero che sta schiacciando e oscurando il nostro tempo, per ridare spazio ai sogni e speranza alle stelle”.

Rita Bramante

 

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