CITTÀ ALL’ARMA BIANCA

È in atto una mutazione antropologica, con regressione a stati arcaici difensivo-aggressivi: i coltelli sono i protagonisti di non-relazioni e rapporti malati, in centro e in periferia, al Nord e al Sud, tra i giovani ma non solo.
Non ho statistiche, ma impressioni sì, fondate sui disagi che stiamo vivendo e su un senso di impotenza. Mi vado convincendo che è in atto una diffusa regressione a stati emotivi arcaici, da “età della pietra”. Scelgo tale immagine forte proprio per dare un’idea d’un passaggio. Vado all’archetipo, al primitivo nostro progenitore che si fabbrica lame, coltelli, scudi con selci accuratamente affilate e se serve per rendere più letali i colpi si procura un bastone, lo spacca a un’estremità, nella fenditura mette una pietra acuminata e ben levigata che lega con strisce di corteccia. Poi verranno i metalli grazie ai quali costruire lame, coltelli, pugnali lucenti (l’”arma bianca”). Ma il principio resta quello: in un ambiente vissuto come ostile disporre d’un oggetto contundente di offesa-difesa, prolungamento diretto della mano pronta a sferrare il colpo per ferire chi sta di fronte, magari eliminarlo
Avverto echi crescenti di situazioni e componenti affettive primigenie nelle quotidiane notizie di cronaca che han per protagonisti coltelli e che si rincorrono con insistenza, da Nord a Sud, dalle periferie al centro delle grandi città, ai paesi, alle campagne. A maneggiare quegli strumenti d’offesa e di morte in agguato sono italiani e stranieri di seconda generazione, giovani, molti giovanissimi “alla resa dei conti” per sguardi indiscreti a una fidanzatina, sospetti («Passando mi ha urtato»), sgarri, piccoli debiti, ma non mancano anziani.
Riporto alcuni esempi che traggo da un grappolo di notizie maturato in pochi giorni su organi di informazione: «Torino, coppia uccisa dal vicino di casa col coltello da sub». «Recuperata l’arma del delitto, un coltello a serramanico con una lama di 16 centimetri». «Dalle immagini delle telecamere di videosorveglianza si vede l’aggressore colpire la vittima con un coltello». «C.S., 21 anni, [straniero], residente a P. ha ammesso di avere sottratto un coltello da cucina con una lama di 20 cm». «G.L.P ha ucciso con un coltello in casa». «Camminava con la lama in mano, prima di nasconderla nella tuta nera». «Un 34enne con precedenti ha ucciso a coltellate una giovane coppia». «Il giovane avrebbe accoltellato un 24enne e un 20enne: il colpo ricevuto da quest’ultimo si è fermato a pochi centimetri dal cuore».
«Brandendo un coltello, colpisce il volto di un altro uomo provocandogli una profonda ferita alla guancia». «Accoltella i passanti e viene ucciso [dagli agenti accorsi] con otto colpi». «Sarebbe stata “un’aggressione fulminea” – raccontano testimoni – quella compiuta probabilmente con un coltello da cucina. L’assassino ha colpito [tralasciamo particolari su cui i media invece purtroppo insistono, con foto o video di “laghi di sangue”]». «Ritrovata anche l’arma del delitto, un coltello con lama di circa 20 cm nascosto in un campo […]». «80enne arrestato a […] per tentato omicidio: ha colpito sorella e nipote con un coltello da cucina». «Sfregiò un uomo con un coltello in un bar». «L’uomo, di 45 anni, ha colpito la 37enne con un fendente al collo, recidendo in un solo colpo sia l’arteria carotide, sia la vena giugulare». «Ha ricevuto due fendenti al petto dopo una lite per futili motivi».
Intendiamoci, non sono sparite le pistole. Queste continuano ad essere usate per furti, avvertimenti malavitosi, rapine, femminicidi; lacerano quotidianamente la convivenza e fan scattare l’esecrazione a livello collettivo in alcune fattispecie particolari, quando le vittime sono donne o si verificano sparatorie eclatanti ed efferate che provocano autentiche stragi.
Si pensi all’emozione collettiva di fronte a quanto è accaduto a Monreale poche settimane fa, con giovani in motorino che fanno fuoco sulla folla al bar piazza e uccidono senza un perché. Se si può, però, proprio il confronto con l’evidenza anche drammaturgica delle manifestazioni della criminalità organizzata e delle rivoltellate di “insospettabili” contro vittime occasionali o specificamente designate per contrasto mette vieppiù in risalto approcci, modi, substrati psichici ad alta tonalità effettiva nel caso di comportamenti delittuosi agiti con oggetti da taglio delle più diverse fogge portati, materializzati, branditi con familiarità, destrezza, imprevedibilità brutale.
L’insistita ricorrenza di coltelli, a serramanico, da cucina, fatti per attività sportive e convertiti in strumenti d’offesa, specificamente in armi con cui si attacca l’altro, significano un salto di qualità nella cultura, nel sociale, nella psiche individuale e collettiva, nei vissuti; assurgono a modelli, suggestioni da emulare.
L’istintualità arma la mano; la fisicità, il contatto diretto, il corpo a corpo che invade la coscienza come esperienza inusitata del reale in un mondo di relazioni virtuali fanno emergere e caricano la spinta aggressiva, eccitano l’impulso distruttivo di chi colpisce, cerca il fendente che annienta la vittima all’istante o a infierisce su di essa sino a che non viene ridotta in fin di vita. E poi in pratica coltelli si possono portare indosso, nascondere facilmente, non necessitano di esami, licenze, porto d’armi. La tenuta dell’impugnatura restituisce alla mente, al fascio di muscoli e di nervi che stringono il manico, ai turbamenti emotivi di chi estrae l’arma la percezione diretta dell’affermazione di sé, del potere, della supremazia che si conquista soltanto attraverso una lotta diretta, violenta. Nel “tagliare” l’altro si taglia il legame col problema che rappresenta, si ritiene d’averlo eliminato.
C’è un evento tragico nella storia recente del nostro Paese, un evento enorme ed esemplare, che segna un prima e un dopo nell’uso del coltello nei delitti e nell’impreparazione collettiva a farsi più in generale una ragione della mutazione antropologica in atto, a prendere coscienza degli stati emotivo/affettivi. È altamente significativo che l’evento fu l’uccisione da parte del fidanzato della giovane donna che non ne voleva più saperne di lui: Giulia Cecchettin. Mi soffermo su un particolare, relativo all’esito del processo.
Molti si indignarono giustamente quando furono rese note le motivazioni della sentenza con cui la Corte d’Assise di Venezia aveva condannato all’ergastolo Filippo Turetta negando però l’aggravante della “crudeltà”. Secondo la Corte di Assise «l’aver inferto settantacinque coltellate non si ritiene sia stato, per Turetta, un modo per crudelmente infierire o per fare scempio della vittima». I “colpi ravvicinati”, la “rapida sequenza”, l’«estrema rapidità, quasi alla cieca», confermerebbero «la dinamica certamente efferata», ma questa – sempre per i giudici – non sarebbe stata «dettata, in quelle particolari modalità, da una deliberata scelta dell’imputato ma essa sembra invece conseguenza della inesperienza e della inabilità dello stesso: Turetta non aveva la competenza e l’esperienza per infliggere sulla vittima colpi più efficaci, idonei a provocare la morte della ragazza in modo più rapido e “pulito”, così ha continuato a colpire, con una furiosa e non mirata ripetizione dei colpi, fino a quando si è reso conto che Giulia “non c’era più”».
L’arcaicità nell’uso del coltello letteralmente taglia, ferisce le coscienze. Immaginiamoci la Corte d’Assise, composta anche da numerosi esponenti della società civile; uomini e donne non professionisti di codici e aule di Tribunale e Magistrati svolgono la funzione del coro; come in una tragedia greca ascolta, guarda, valuta, sceglie. In tale ruolo la Corte ha un angolo d’osservazione privilegiato sugli avvenimenti, documentato dai diversi punti di vista; ha una posizione naturale che la rende luogo deputato, qualificato nell’esprimere la coscienza critica collettiva constatando quanto orrendo sia stato il delitto commesso; “purifica” da scorie, da dettagli; operando un discernimento tra passioni, sentimenti, vissuti offre al sociale la possibilità che si creino le condizioni per una catarsi, un cambiamento interno e di mentalità in ciascuno e condiviso pubblicamente.
Ebbene, quel coro che si è espresso a Venezia, ma che per tempi e contesti dobbiamo dire “interpreta” il noi nelle espressioni collettive, il sentire comune, quel coro – insisto: il “noi di oggi” – deve avere in luoghi reconditi della psiche, inconsci ma reali, una propensione a “giustificare”; se si preferisce (l’espressione è forte, lo so, ma le parole non devono metter paura) a “comprendere” l’uso del coltello; indulge su ”inesperienza” e ”inabilità” a fronte dell’accanimento, della furia distruttiva del colpevole.
In un’evocazione di tipo lombrosiano vien da dire che un killer incallito può essere ritenuto crudele; mentre in certi recessi della nostra psiche collettiva che la Corte ha creduto di interpretare, un femminicida è sì un assassino, ma gli si può riconoscere la “scusante” di essere un amante maldestro, non opportunamente educato all’arte dell’uso di strumenti di offesa-difesa-offesa diretta, al corpo a corpo.
Commette un delitto il giovane che si placa soltanto quando si rende conto – scrivono i Giudici di Venezia – che «Giulia non c’è più». Ma è “uno di noi”, si direbbe, figlio di un’epoca in cui capita che un uomo non accetti le dinamiche della vita e delle relazioni, che scambi l’amore per possesso esclusivo e sottomissione della donna, che metta la soddisfazione delle proprie aspirazioni soggettive al centro di un rapporto, che se la donna non ci sta più debba essere eliminata perché non accada che possa “appartenere” ad altri o addirittura condurre un’esistenza propria e in tale scelta di distacco e di individuazione vivere la felicità impedita dalla tossicità d’uno stare assieme.
Allora, consolati – si fa per dire! – dall’essere inesperti e inabili nell’uso del coltello, al quale però ricorriamo con disinvoltura, dovremmo considerare che crudeli sono i nostri tempi. Perché, a ‘sto punto, magari, non avanzare l’ipotesi che il coltello possa incominciare a costituire allarme sociale?
È inquietante la metafora del coltello, in bilico tra universo simbolico e realtà. Questa, a propria volta, s’incarica di mostrare come la politica solitamente arriva in ritardo nel cogliere i fenomeni di cambiamento, valutarne gli impatti, discuterne, proporre possibili soluzioni. Nel caso specifico della fase regressiva a meccanismi affettivo-emotivo arcaici, oltreché essere in ritardo ha preso a propria volta una pericolosissima deriva con comportamenti omissivi, scelte culturali ispirate a preconcetti ideologici, interventi specifici inadeguati e fuorvianti. Parlo di politica in generale perché nella fase attuale il Paese appare paralizzato.
La destra che governa e le forze schierate all’opposizione si trovano effettivamente su sponde opposte (ma l’opposizione è perdente in quanto si lascia irretire dalle simmetrie in cui a destra sono maestri), si scontrano ma non dialogano, e i meccanismi assembleari (dal Parlamento a Roma, ai Consigli delle Regioni, a quelli dei Comuni ormai svuotati di ogni spinta culturale e politica), gli esecutivi che attuano i provvedimenti ai diversi livelli, la scarsa cultura istituzionale, la sostanziale immaturità della democrazia dell’alternanza finiscono per rendere tutti i protagonisti coinvolti in un sistema che non riesce a rispondere ai reali problemi del Paese.
Partendo dall’universo drammatico dei femminicidi, di cui il caso specifico della sentenza di Venezia ha rappresentato un segnale forte ed emblematico di tematiche generali, esistenziali, operanti in sottofondo, di una mentalità, dobbiamo dire che gravissime responsabilità si è assunto il governo Meloni nell’opporsi all’inserimento dell’educazione affettiva nelle scuole. La destra è prigioniera di ideologie, di incapacità di confronto, di paure sue, prima fra tutte: il timore di perdere l’occasione di rimanere al potere dal quale, nella sua forma estrema, la destra-destra che reca ancora nel simbolo la fiamma del Movimento Sociale nato dalla sopravvivenza degli ex repubblichini, teme di esserne privata dopo 80 anni di limbo, fuori dal cosiddetto “arco costituzionale”.
L’abbarbicarsi allo slogan Dio, patria, famiglia esprime una gran voglia di rivincita, quasi di risarcimento; è il gesto difensivo-aggressivo volto a barricarsi e a respingere ogni atteggiamento critico, cioè di discussione, ricerca, confronto (crino in greco significa valutare, discernere, scegliere, non dissentire e contrastare) come una minaccia esistenziale alla sopravvivenza dei propugnatori di quel trittico.
Educare agli affetti e ai sentimenti comporterebbe naturalmente arrivare ad affrontare anche le tematiche sociali, delle mentalità che si stanno affermando, dei comportamenti tra cui il ricorso facile ai coltelli, del corpo a corpo cercato nello scontro, della violenza e dell’aggressività nella vita, del ruolo dell’altro, di che cosa noi possiamo fare per metterci dal punto di vista di chi ci sta di fronte per provare a immaginare pensieri, emozioni appunto dell’altro/a.
La maggioranza Melonsalviniana (Forza Italia ha ancora qualche conato liberal, ma il potere concede soltanto velleitarismi, poi fa star zitti o rientrare nei ranghi: vedi la famosa battaglia abortita di Tajani per lo jus scholae) ha la formula ripetitiva bell’e pronta: l’educazione sentimentale a scuola aprirebbe le porte alla cultura gender, alla sessualità fluida, matrimoni gay, famiglie arcobaleno.
Quale visione abbia la destra, sovranista, populista e post repubblichina in materia di umanità, libertà, diritti, rapporti s’è avuta riprova in questi giorni con l’approvazione del Decreto Sicurezza.
S’è visto: faccia feroce, minacce repressive di ogni manifestazione di dissenso anche pacifico, aumento del numero di reati, aggravanti delle pene, porte delle carceri già di loro sature di disumanità spalancate a nuove disperazioni. Con, in alcuni casi specifici, la pura mistificazione: il lavoro precario, la casa che non c’è, i problemi degli anziani che avrebbero bisogno di welfare e sanità sbandierato sotto forma di questioni di devianza e di ordine pubblico, ma, attenzione: ordine pubblico di tipo poliziesco, non ordine pubblico nel senso previsto dalla Costituzione, che vorrebbe dire correzione di ingiustizie, disuguaglianze, discriminazioni.
Non resta che rimboccarsi le maniche, cogliere da mutamenti antropologici regressivi e primitivi vissuti all’”arma bianca” l’occasione per guardare senza paure né infingimenti la realtà che cambia, pensare, riflettere, dialogare, restando saldi proprio in quella Costituzione di cui abbiamo appena celebrato gli 80 anni dell’atto reale di nascita il 25 aprile 1945. Credere nella cultura spes contro spem è rendersi persuasi che dai momenti di buio e di caos, se si è coerenti e fedeli all’umanità propria e dell’altro da noi, sono possibili cambiamenti (nostri e del mondo) riparazioni, ricostruzione, rigenerazione; e senza paura delle parole: fraternità e amore non tossico. Ha scritto un grande poeta del nostro 900, Clemente Rebora:
«Un’immortale bellezza
uscirà dalla nostra rovina»
Marco Garzonio

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