DOPO IL REFERENDUM

Neppure il tempo dei risultati ufficiali e già molti, dentro e fuori il PD, chiedono il conto alla Schlein, a Landini ed allo stesso istituto referendario. Un conto che arriva a mettere in discussione le strategie ed il posizionamento del partito e della sua segreteria. Forse non è il caso, ma ragioniamoci senza chiusure, oltre dubbi, rancori ed autocommiserazioni di maniera.
Il quorum è rimasto lontano ma nessuno, forse neppure i promotori, sperava davvero di avvicinarlo, tantomeno di raggiungerlo. Altri erano gli obiettivi, altre le percentuali su cui fissare l’asticella, altri i calcoli e le scommesse, altre le valutazioni e le conclusioni.
Certamente, la CGIL ha voluto battere un colpo per riportare il tema del lavoro e delle sue tutele al centro dell’attenzione nazionale. Una vicenda che viene da lontano, dal referendum di Rifondazione del 2003, passando dal tentativo di Camusso nel 2016, a segnare una distanza strutturale, di valori, proposta e storia, tra la visione cosiddetta “riformista” e quella cosiddetta “massimalista”, tradizionale ma ancora attuale per molti aspetti. Dei quattro quesiti sul lavoro, peraltro due non riguardano specificamente il JOBS ACT, ma norme (sicurezza e causale sui contratti a termine) che ne condividono il principio ispiratore, ovvero la torsione neo datoriale del diritto del lavoro, orientamento spesso non condiviso dalla Corte Costituzionale che ha bucherellato il JOBS ACT in molti aspetti.
In ogni caso, a cose fatte, per alcuni è prevalsa un’inefficace strategia identitaria, per altri il segnale di attenzione è arrivato anche ai lavoratori poco o nulla garantiti e molto molto dimenticati. Non pochi poi avanzano il sospetto che Landini abbia voluto crearsi un consistente bottino di consensi per il suo futuro politico. Si vedrà. Resta il fatto che dei 24 milioni di lavoratori italiani solo una minoranza ha risposto alla chiamata della CGIL. Su tutto questo si deve riflettere, senza troppo indulgere alle tesi del “quorum Boccia”.
Altrettanto certamente, Elly Schlein (**) ha visto nel tema referendario una buona occasione per imprimere una decisa accelerazione alla sua strategia politico sociale, da un lato provando a riconnettere il Partito Democratico al mondo del lavoro, alle forze sindacali e soprattutto alla CGIL, dall’altro riaggregando attorno a questa piattaforma la parte maggioritaria del “campo largo”. Una visione di cui si possono condividere i contenuti, ma ci si chiede se non vi sia stata una sovraesposizione personale della segretaria su questioni che parevano fatte apposta per riaprire antiche “querelle “ con i centristi ex PD e con i “riformisti” nel partito, oggi all’attacco ma dimentichi della decisione unanime a favore dei referendum in Direzione Nazionale.
Sembra prevalso in Schlein, a due anni e mezzo dalle prossime elezioni nazionali, un calcolo inteso a mettere “fieno in cascina”, ricostruendo fasce di consenso perduto e con queste anche relazioni politiche con forze come M5S, tuttora di incerto destino ma essenziali per fare maggioranza. Come dire, il consenso raccolto oggi sarà capitale per meglio trattare domani con le forze di opposizione centriste rimaste fredde. La questione è molto complessa e rimanda alla dialettica che sempre un dirigente politico deve saper maneggiare tra visione di lungo respiro e gestione delle alleanze
Qui un certo cinismo potrebbe anche essere utile: paradossalmente, proprio la sconfitta referendaria sarebbe buon argomento per sminare la questione, togliendola dal centro di future trattative. Ogni cosa a suo tempo e forse oggi per ricucire gli strappi del “campo largo” potrebbe essere efficace un referendum propositivo sul “salario minimo”, tema unificante, scommettendo questa volta sul maggior coinvolgimento dei giovani e dei lavoratori a precari e a basso reddito. E anche su questo si deve riflettere
Il mancato raggiungimento del quorum rimette in causa l’agibilità dello stesso strumento referendario che vive tempi difficili per diverse ragioni intrecciate.
I padri costituenti lo pensavano come risorsa “residuale”, potente ma eccezionale, nel quadro di un solido e prevalente costrutto parlamentare. La democrazia rappresentativa e quindi il voto ai partiti costituiva l’anima del sistema politico italiano, mentre quella diretta dava voce al popolo, ma “con juicio”.
Ed in effetti la storia dei referendum accompagna la mutevole storia della rappresentanza parlamentare. Dopo il 1946, quando il popolo, non senza qualche mugugno monarchico e forzatura giuridica, scelse il regime repubblicano, per quasi trent’anni ha trionfato la rappresentanza partitica. Solo nel 1974 il popolo si è ritrovato ai seggi referendari, quando la DC chiamò il paese contro il divorzio. Prese allora il via la stagione dei referendum a gogò che, fino all’infelice “andate al mare” di Bettino. vedeva le forze politiche impegnate in modo trasparente in difesa dei sì o dei no e dove gli italiani partecipavano con entusiasmo a decidere sui quesiti più svariati come “gli orari degli esercizi commerciali” (1995), o le “competenze USL” (1993) o la “responsabilità civile del giudice” 1987, senza farsi intimidire, come pare ora avvenga secondo alcuni, dalla complessità tecnica o dalla ridotta rilevanza del quesito da sciogliere.
È del 1997, infine l’inclinare negativo della partecipazione quando gli effetti delle indecorose ed opportunistiche strategie antireferendarie dei partiti si combinano alla stanchezza partecipativa popolare. Fatto stà che solo i quesiti sull’acqua pubblica e sul nucleare del 2011 sfuggono al macero e segnano l’ultimo momento di vitalità referendaria (a parte quelli sui quesiti costituzionali confermativi, dove come noto non si prevede quorum). Tutto questo per dire che l’astensione referendaria attuale sembra rientrare nel mainstreaming più ampio della “disillusione “democratica che pervade tutto l’Occidente. Schlein ricorda che “le ragioni dell’astensione sono profonde, risalenti negli anni e quella di oggi ci dice che la sfiducia non è solo verso i partiti ma proprio nei confronti del voto: in troppi credono non serva a nulla”. Ed anche su questo si dovrebbe riflettere.
Fra pochi giorni dei referendum non si parlerà più. Sullo sfondo si avvicina la scadenza regionale di settembre, snodo politico rilevante in avvicinamento alle politiche del 2027. Le opposizioni ed il PD soprattutto, che come maggior partner porta la responsabilità complessiva, dovranno trovare approccio e formule adeguate allo sviluppo della proposta e della visione. Un fallimento in Campania o in Puglia, non parliamo della Toscana, potrebbe questo sì dare solidi argomenti e spinta a cambiamenti di strategia politica, riportando all’attualità una visione che vorrebbe ricalibrare il posizionamento del PD verso il voto centrista e moderato.
Nel Partito Democratico i congressi non finiscono mai ….
Giuseppe Ucciero
(*) “i referendum toccavano questioni che riguardano la vita di milioni di persone ed era giusto spendersi. Lavoro e cittadinanza sono temi costitutivi per una forza progressista come il Pd”

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