27 Maggio 2025

PD, DOVE VANNO I “RIFORMISTI”?

Nasce a Milano il Comitato del “dare” ….


Copia di Copia di ARCIPELAGO MILANO (11)

Il PD vince il test elettorale di questi giorni. Genova torna a sinistra, Ravenna trova l’erede di De Pascale, non era scontato, a Taranto e Matera è in pole position. Ma non basta: Schlein vince, ma non convince. Non tutti.

Certamente il successo è circoscritto e la strada davanti lunga e accidentata ma si può star certi che una sconfitta a Genova le sarebbe stata messa in conto, come pure a Ravenna, dovendosi dimostrare che le sue scelte, la sua “torsione” a sinistra, portano il PD verso le secche dell’ininfluenza politica e sociale. Alcuni, molto attivi nell’area “se diseant” riformista, insoddisfatti della debole dialettica di Stefano Bonaccini, esule a Bruxelles, scorrono i grani del rosario penitenziale e contano le sofferenze “inflitte” da Schlein sul lavoro, il riarmo, la famiglia e perché no, sulla Salva Milano.

I prossimi referendum sul lavoro riaprono le ferite di una vicenda che a posteriori ciascuno rivendica come può e come vuole: per la sinistra PD, il JOBS ACT fu la pagina disastrosa dove si consumò la rottura del rapporto di fiducia, fondativo, tra il partito, il sindacato ed il mondo del lavoro. Per altri, fu il tentativo di modernizzare, con, nuove “relazioni industriali”, il profilo politico del PD ed il suo insediamento sociale. Comunque la si legga, una questione tutta politica, tutta ben dentro gli schemi di analisi e lettura del miglior punto di equilibrio tra diritti del lavoro e gestione dell’impresa. 

Una questione tutta “pubblica”, non privata, soggetta ai vincoli della disciplina di partito, che decide a maggioranza ed obbliga alla decisione, pur non condivisa. Ma la minoranza cosiddetta “riformista” non ci sta, non se la sente di recidere, neppure ora per allora, il cordone ombelicale che ancora la tiene vicina alla stagione renziana ed invoca la “questione di coscienza” (sic!!) per nobilitare la sua distanza dalla cancellazione completa dell’art.18. Si rinnova qui un cleavage, una spaccatura interna, ideologica, politica e sociale, su di un punto essenziale dell’identità democratica, e si rinnova l’attitudine propria di questa formazione a tollerare masochistici margini di anarchia interna.

Così, mentre Schlein si presenta davanti alle fabbriche per dire “abbiamo sbagliato e rimettiamo a posto le cose”, importanti esponenti del suo partito segnano distacco e contraddizione, indebolendo credibilità ed efficacia dell’operazione. Soprattutto la credibilità, perché del successo dei quattro referendum è legittimo dubitare, nel momento in cui anche le più importanti cariche dello Stato (poteva mancare Ignazio?) chiamano senza vergogna all’astensione. E forse, aldilà del merito della questione, varrebbe la pena di riconsiderare lo strumento referendario, spesso sovrautilizzato su questioni che non coinvolgono il sentire più profondo del popolo elettore, come in passato per divorzio, energia atomica, aborto ed acqua pubblica.

Ma se sul lavoro, le distanze sono ampie, il tema del riarmo divarica ulteriormente ed in termini quasi dirompenti le rispettive posizioni. Per Schlein, che pure deve fare sintesi, Rearm Europe è una visione della sicurezza europea fondamentalmente sbagliata e molto pericolosa, dove l’errore consiste nel ridare fiato ai nazionalismi armati invece che puntare sulla difesa europea comune, privilegiando la sicurezza fondata sulla politica piuttosto che sulle armi.  È noto, la posizione “unitaria” del PD a Bruxelles è stata l’esito faticosissimo e malfermo di una reciproca elisione, o se si vuole, dell’amputazione delle espressioni più rigorose e conseguenti dei rispettivi punti di vista, ma anche qui non si sfugge alla constatazione che sul tema la destra riformista del PD si trovi più vicina a Calenda e Renzi, piuttosto che a Bersani e Provenzano.

Insomma, sembra prendere corpo nel dibattitto del PD, e su alcune delle questioni più essenziali dell’identità politica, un comune sentire dei “riformisti”, quasi un “richiamo della foresta”, vicino a chi abbandonò il PD, perché “irriformabile”, piuttosto che verso gli attuali compagni di partito. Una dialettica che scorre nelle vene della sinistra da sempre, rinnovando oggi, per certi versi, le antiche dispute tra riformisti e massimalisti.

Milano aggiunge ulteriori occasioni di differenziazione: la vicenda del Salvamilano ha visto particolarmente attivi nella difesa delle politiche che hanno portato al “sacco urbanistico” della città alcuni esponenti locali del riformismo PD alla milanese, e d’altra parte è di pochi anni orsono il tempo in cui la maggioranza renziana piantava sotto il Duomo una delle sue principali bandierine.  Un sentire anche qui vicino a quello degli esponenti locali di Azione e di Italia Viva, a formare un orientamento elettorale stimato attorno al quindici per cento, pronto a divenire, con la benedizione di Beppe Sala, pesante ipoteca sul profilo del prossimo Sindaco. Majorino è avvisato, Capelli pure.

L’operazione, oramai già alle viste nonostante manchino due anni alle prossime elezioni comunali, cerca una legittimazione ideale, e la trova spericolatamente nel nome di Giacomo Matteotti, pur tanto lontano dalla geografia ambrosiana come dall’ideologia del riarmo che il nascente Comitato sostiene senza se e senza ma, mischiando sotto un unico paradigma riarmo, difesa dei confini e lotta alla crimilnalità.  

Come che sia, lo scorso 15 maggio è stato costituito il Comitato “Giacomo Matteotti”, promosso, regista Claudo Martelli, da Picierno, Guerini, Quartapelle, Malpezzi, Bonetti, Noja, Della Vedova, Taradash e altri (*) Un luogo aperto alla discussione, si dice, non come il PD s’intende, senza steccati, ma, come dire, “in nomina sunt rerum”, i nomi sono il suo programma, senza con questo voler dire null’altro che la biografia e le posizioni politiche dei suoi promotori formano il suo più profondo significato e direzione di marcia.

Non vi è spazio per un’analisi del “Manifesto del Dare”, e certamente la parte introduttiva è condivisibile in diversi passaggi, Quando però si afferma che “bisogna riaccendere tutti i circuiti della cittadinanza attiva, nei corpi intermedi, associazioni, sindacati, volontariato, e soprattutto strutture di base” vien da sorridere di fronte ai molti nomi che si compiacevano in tempi ancora vicini della loro dissoluzione. 

E neppure, può essere condivisibile l’irrisoria faciloneria con cui oggi si afferma che “Pensare il bene comune non significa inventare nuovi dogmi o imporre obiettivi irrealistici come è avvenuto con la transizione ecologica declinata senza tenere conto della crisi industriale e dell’impatto sociale “, mentre ieri si battevano le mani, e come, alla Greta. O peggio dove si legge che “La priorità delle priorità è la sicurezza”, poveri noi che ancora pensavamo ad eguaglianza e libertà come i mattoni su cui costruire benessere e sicurezza.  Da “meriti e bisogni” alla sicurezza uber alles, che triste fine. Una piattaforma programmatica per la prossima campagna elettorale comunale, dove gli appetiti sperano di trovare un buon posto a tavola.

Nato per “dare”, questo luogo del dibattito disinteressato forse non sarà alieno dal “prendere”…..

Giuseppe Ucciero

* I promotori del circolo Matteotti: Piervito Antoniazzi, Francesco Ascioti, Pietro Bussolati, Francesco Caroli, Paolo Costanzo, Benedetto Della Vedova, Alessia Del Corona Borgia, Emanuele Fiano, Massimo Ferlini, Dario Forti, Marco Ghetti, Claudio Martelli, Lisa Noja, Alberto Pontara, Lia Quartapelle, Christian Rocca, Mario Rodriguez, Sergio Satriano, Sergio Scalpelli, Augusto Schieppati, Elisabetta Strada, Marco Taradash, Simona Viola, Luca Zambon.



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  1. attilioGrazie per l'articolo Possibile che i 'riformisti' siano così chiusi nel loro piccolo mondo, di veri 'radical chic', senza accorgersi di diseguaglianze crescenti, calo di socialità e di ideali .'umani' tra un po' si accoderanno alla corrente che nega l'importanza dell'ambiente ( vedi Trump e soci), ai 'cattolici' (vance) che sostengono la fratellanza principale con i vicini ( se poi uno cambia casa/nazione/ ecc. si troverà spaesato !), ecc.
    29 Maggio 2025 • 11:28Rispondi
  2. Gianlucatriste punto di vista. un mischione di teorie che portano a dare della destra ai riformisti. se vogliamo ragionare per schemi i consevartori sono i sedicenti sinistri che riesumano il centralismo democratico e ragionano con i criteri dell 800. andiamo bene! probabile e necessaria una bella batosta per tornare a ragionare guardando avanti e far politiche di partecipazione, di rieducazione alla responsabilità sociale di strati enormi di popolazione che, in passato educti ai soli diritti, oggi votano a destra, quella vera.... perche credono ancora all'individualismo dei diritti privati e basta. coraggio.
    31 Maggio 2025 • 19:05Rispondi
  3. giuseppe uccieroRingrazio Attilio ed anche Gianluca, che mi attribuisce tristezza e mischione di teorie ottocentesche. Il tema che ho sollevato, tra gli altri, è quello della democrazia del partito. Per alcuni, il PD è una sorta di allegra compagnia dove non esiste la decisione a maggioranza e dove la segreteria esprime pareri non vincolanti. Personalmente credo invece che, come in qualsiasi altro momento associativo, il dibattito del PD debba essere pieno e libero, ma che la decisione presa a maggioranza obblighi anche la minoranza E' un concetto ottocentesco? Davvero? E cosa ha a che fare con il "centralismo democratico" , il metodo elaborato da Lenin 120 anni fa al tempo della feroce autocrazia zarista e poi perpetuato fino ai primi anni settanta? Partiti e parlamenti, o se si vuole le assemblee condominiali, si reggono su questo elementare principio di libertà e di disciplina, sul applicazione della decisione a maggioranza, e non ha nulla a che fare con la "partecipazione", tema a me personalmente molto caro ma che non può, non potrebbe, legittimare la politica dei "due piedi in due scarpe". Ricordo una volta di più che la "disintermediazione" , la prevalenza della decisione del soggetto politico sulla mediazione con i bisogni rappresentati dai corpi sociali, fu il cavallo di battaglia di Matteo Renzi e che vent'anni prima Bettino Craxi governò il suo PSI con mano di ferro, altro che partecipazione. Trovo poi davvero "triste" far coincidere "le politiche di partecipazione" sulla "rieducazione alla responsabilità sociale di strati enormi di popolazione che, in passato educati ai soli diritti", rappresentando il sindacato come una sorta di irresponsabile agit prop. Le parole hanno un peso ed è meglio lasciare la "rieducazione" al lessico totalitario. Quanto infine all'augurio di belle batoste, mi permetto di ricordare che il "tanto peggio tanto meglio" era diffusissimo presso la sinistra comunista, sempre in attesa dell'occasione rivoluzionaria, ma molto poco, anzi per nulla, tra i rifomisti.
    1 Giugno 2025 • 12:11Rispondi
  4. Alessandro ZemellaBeh, insomma, il parterre dei fondatori lascia davvero senza fiato: mi spiace solo per il sig.Fiano: avrebbe dovuto scegliersi una compagnia migliore. Eh sì, perché questa lista puzza di destra, molto di destra (da qui il mio restare senza fiato). Dovrebbero avere almeno la decenza di non usare la parola "riformista", o quanto meno di lasciar stare Matteotti: molti di questi "riformisti", al tempo del fascismo, sarebbero certamente stati tra i primi a salire suil carro di Mussolini. Per cui, falsi riformisti, lasciate riposare in pace quelli veri (che erano tesi comunque alla costruzione di una società socialista, mentre a voi la sola idea fa schifo).
    1 Dicembre 2025 • 12:36Rispondi
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