NIENTE FAIRPLAY IN METROPOLITANA

Tra le varie tipologie di utenti delle linee metropolitane esistenti a Milano, in particolare la rossa e la verde che sono le più frequentate durante le ore di punta, vale la pena di osservare quasi con attenzione da entomologi quei tipi urbani il cui comportamento risulta apparentemente inspiegabile, o addirittura dannoso.
I più innocui sono gli equilibristi-saltellatori, coloro che, pur di non toccare punti del vagone su cui altri hanno messo le loro manacce, passano il tempo a bilanciarsi per non cadere, ora su una gamba, ora sull’altra, riuscendo a mantenersi in piedi senza dover cercare punti di appoggio: ovviamente sono esposti alle conseguenze di improvvise accelerazioni o frenate, allora li vedi saltellare per non rotolare rovinosamente. Forse la paura di toccare cose “contaminate” è una delle tante eredità lasciateci dall’era Covid, chissà. Ma, come detto, costoro almeno non danno fastidio.
Lo stesso non si può dire per molte altre categorie. Tra i profili da segnalare ci sono, ad esempio, i passeggeri con la sindrome del divano di casa: appena si siedono, allungano le gambe senza considerare che il centro del vagone è un punto di passaggio e, alla richiesta di ricomporsi, magari reagiscono alzando gli occhi al cielo con evidente fastidio.
Oppure i “guardia di porta”, come in Ghostbusters (1984), coloro che appena messo piede sul vagone si fermano inspiegabilmente impedendo agli altri passeggeri di salire: hanno bisogno di stare proprio lì, di fronte alle porte scorrevoli, spesso costretti a spostarsi per far scendere qualcuno nelle varie stazioni, addirittura scendendo per poi risalire subito. Sono sempre in prima fila, come se dovessero saltar giù di corsa alla fermata successiva.
Poi i “cacciatori” di posti, che scattano come un centometrista al via quando si aprono le porte per andare a conquistarsi un posto libero senza badare se passano davanti a qualcuno, magari anziano, magari con problemi.
Ancora, gli onnipresenti raccontatori ad alta voce dei propri affari, gente che aspetta soltanto il momento di accomodarsi lungo il tragitto casa-lavoro o viceversa per elencare rumorosamente tutti i problemi incontrati negli ultimi giorni: molto gettonati quelli relativi alla salute con dettagli sui referti, prenotazioni per visite specialistiche eccetera; anche i figli – disperazione, signora mia – sono un topic ricorrente, così come gli immancabili problemi sul lavoro.
Fin qui nulla di nuovo, si dirà.
Però poi spunta lui, l’uomo-zaino, il vero protagonista di questa noterella polemica. Tralasciamo i sempre più numerosi portatori di zaino normale, delle dimensioni giuste per contenere un pc o qualche libro, come gli studenti. L’uomo-zaino non è un ragazzino, ha già superato abbondantemente la trentina, parla di continuo al telefono con le cuffie e, quanto a dimensioni e – immaginiamo – peso, porta sulle spalle il corrispettivo dell’equipaggiamento in dotazione ai corpi militari speciali, quei soldati che vanno all’assalto delle spiagge controllate dal nemico fin dai tempi di Omaha beach, un equipaggiamento il cui spessore supera spesso le dimensioni stesse del profilo umano.
Lui se ne sta in piedi e, nonostante gli annunci via altoparlante invitino a mettere a terra gli zaini, non fa una piega: continua a parlare al telefono, saldamente in piedi al centro di un vagone in cui bisogna chiedere permesso per spostarsi anche solo di qualche passo. Lo guardi e non puoi non pensare cosa mai si stia portando appresso.
Forse un sacco a pelo e molte razioni K in caso di necessità legate a un improvviso attacco alieno? Un vecchio televisore a tubo catodico da vendere in qualche mercatino dell’usato? Ombrelli pieghevoli e bottiglie d’acqua fanno capolino, ma si intuisce che non sono quegli oggetti e determinare il volume complessivo. Piuttosto, forse, interi reparti del guardaroba completi di galosce e stivali in caso di repentini rovesci temporaleschi.
Non si sa e non si riesce neppure a immaginare che cosa diavolo venga trasportato avanti e indietro in ogni tragitto. L’unica cosa certa è che quello zaino non scende mai a terra, come chiede l’altoparlante e come vorrebbero il buon senso o la buona educazione. Sta sempre su. Sta sempre sulle spalle. A tutti.
Ugo Savoia

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