CRONACHE URBANISTICHE 14: LA COMMISS(T)IONE DEL PAESAGGIO

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“Per rispettare i criteri così modificati, in accordo con l’Amministrazione, i componenti dell’attuale Commissione, pur del tutto estranei ai fatti contestati dalla procura di Milano in materia urbanistica ed edilizia, hanno all’unanimità preso atto della necessità di terminare il proprio lavoro per permettere a una nuova Commissione di operare in conformità con il nuovo regolamento, e con senso di responsabilità hanno conseguentemente rimesso il loro mandato nelle mani del sindaco”.

Facciamola breve. Ad oggi Milano non ha una Commissione del Paesaggio. Pochi giorni fa si sono dimessi tutti i componenti della stessa dopo che avevano già rassegnato le dimissioni il presidente e altri tre membri, raggiunti da avviso di garanzia. Se volete sapere i nomi cercateli su Google. Non è quello il punto. Il punto è che questa commissione era fresca di nomina. Entrata in carica il 7 gennaio 2025, dopo che ad ottobre 2024 il consiglio aveva introdotto modifiche al regolamento della stessa. Modifiche “riparative”. Ovviamente senza alcun riferimento a quello che sta e stava succedendo tra Comune e Procura. Ovviamente.

Il bello (si fa per dire) è che in fretta e furia la Giunta ha approvato una delibera di aggiornamento del regolamento appena aggiornato. Il “nuovo nuovo” regolamento (per distinguerlo dal “nuovo” di ottobre) prevede una riduzione dei commissari da individuarsi anche in via diretta e non più tramite ordini e associazioni. Questi professionisti non potranno ricoprire incarichi professionali (firmare progetti) sul territorio Milanese per la loro durata in carica e per i 18 mesi successivi. Immagino la fila per candidarsi… “Questo – spiega il Comune – per eliminare alla radice le possibilità di casi di conflitto di interesse in presenza di professionisti che esercitano nello stesso contesto lavorativo dei progettisti degli interventi che esaminano in sede di Commissione o di eventuali committenti che operano sul territorio comunale”. Com’era? Chiudere la stalla dopo che i buoi sono scappati?

Vedremo che succede. Però intanto possiamo fare qualche riflessione sul tema. 

Credo che la prima riunione della Commissione Paesaggio milanese risalga a novembre del 2009, e a presiederla fu il compianto Pierluigi Nicolin. Di fatto la Commissione Paesaggio andava a “sostituire” la Commissione Edilizia (non solo a Milano, intendiamoci), resa non più obbligatoria (“non indispensabile”) dall’art 96 del DL n. 267/2000 (Testo Unico delle leggi sull’ordinamento degli enti locali) e poi dall’art. 4.2 del DPR 380/2001 (TU dell’edilizia).

In realtà le Commissioni del Paesaggio comunali nascono come organismi atti al rilascio delle Autorizzazioni Paesaggistiche previste dal d.lgs. 42/2004, recepito in Lombardia dalla LR12/2005 che all’art. 80 prevede che “le funzioni amministrative per il rilascio dell’autorizzazione paesaggistica … sono esercitate dai comuni”.  Si intende per autorizzazione paesaggistica un provvedimento amministrativo obbligatorio per intervenire in aree che sono sottoposte a tutela paesaggistica e serve a garantire un controllo sulla compatibilità dell’intervento programmato in quella determinata area con l’interesse paesaggistico tutelato. Quindi non tutti i progetti sono sottoposti necessariamente a questa autorizzazione. Di fatto però i progetti importanti (che una volta erano valutati dalle Commissioni Edilizie) ora vanno in Commissione Paesaggio.

Ovviamente sto semplificando e trascurando volutamente il ruolo della Soprintendenza nell’iter burocratico e nella gerarchia delle responsabilità, ma per comodità di discorso diciamo che è così. 

Riassumo: una volta c’erano le Commissioni Edilizie che esprimevano pareri preventivi consultivi su interventi di trasformazione edilizia e urbanistica, anche nel caso di acquisizione degli stessi in via preliminare alla presentazione di una istanza edilizia. Poi la riorganizzazione degli enti locali (il DL di cui sopra) ne ha permesso la soppressione e i Comuni quasi in modo automatico hanno investito le Commissioni Paesaggio anche del ruolo di valutare temi edilizi ed urbanistici.

Lasciamo perdere per un momento le vicende milanesi che hanno visto la Commissione Paesaggio trasformarsi negli anni in un centro di potere più o meno occulto, distributore di pareri per gli amici degli amici (tutto da confermare nei tre gradi di giudizio, sia chiaro). Chiediamoci però perché i vari PGT con livelli e sfumature diverse hanno negli anni demandato a questo organismo la facoltà di determinare deroghe alle norme morfologiche, stabilire cosa era o meno un cortile e di fatto decidere il destino di importanti progetti sulla base di criteri che nulla avevano a vedere con il “paesaggio” e con il mandato originario della commissione stessa.

Se come sembra il nuovo PGT non prevederà particolari meccanismi derogatori (e questo non è necessariamente un fatto positivo) allora la Commissione Paesaggio risulterà svuotata di parte del suo potere e tornerà ad essere “solo” il luogo deputato al rilascio delle Autorizzazioni Paesaggistiche. Che hanno comunque un ruolo fondamentale nella definizione di quello che è il paesaggio urbano, quindi dell’immagine della città.

Ora io non so se dobbiamo tornare ad un controllo e ad un giudizio puntuale anche degli elementi soggettivi, artistici ed estetici di un progetto, perché si entra in un ambito molto delicato. E non credo che sia nemmeno il caso di ripristinare la Commissione d’Ornato (perché poi chi lo sente Adolf Loos?).

Se non sapete di che si tratta vi rimando all’articolo di Carlo Lolla del 2019 che ben racconta il ruolo di questo organismo.

Qui mi limito a fare un piccolo excursus. Il 9 gennaio del 1807 viene istituita la Commissione d’Ornato per controllare l’edilizia pubblica e privata delle diverse zone di Milano. I membri della commissione sono gli architetti Luigi Canonica, Luigi Cagnola, Giocondo Albertolli, Paolo Landriani e Giuseppe Zanoja. Nel settembre dello stesso anno la Commissione stila il Piano Generale di Milano, detto anche “Piano dei rettifili” (quindi si occupa anche di urbanistica). La Commissione valuta i progetti nei più minuti dettagli compositivi, di stile, di linguaggio, ma anche dal punto di vista tecnico e costruttivo, cercando di mantenere una uniformità e una coerenza tra il costruito e le nuove realizzazioni. 

Concetti affascinanti per l’epoca, ma di difficile applicazione nel contesto attuale, ma anche in tempi più remoti. Muzio avrebbe potuto realizzare l’iconica Ca’ Brutta se il suo progetto fosse stato giudicato della Commissione d’Ornato? Quanti capolavori dell’architettura moderna sarebbero sopravvissuti al severo e rigido vaglio di quegli stimati architetti del tempo?

Dove siamo disposti a mettere il confine tra libertà artistica (anche di rottura) e necessità di governare le trasformazioni?

Io non lo so, quindi chiedo a voi cosa ne pensate.

Pietro Cafiero

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4 comments

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GIORGIO RANIERO AMENDOLA

La commissione è stata da sempre un cappio ai professionisti che, senza alcuna possibilità di interazione, subivano i capricci (!) di altri colleghi. In questi anni i risultati sono stati progetti validi bocciati e progetti di amici passati per buoni. Non è mai stato redatto un vero e proprio indirizzo: per questi motivi anche solo in funzione del professionista di turno, potevano esserci pareri completamente difformi da seduta a altra seduta. A mio modesto parere l’inutilità di tale modalità ha snaturato completamente un possibile valore do questo istituto. Che vengano demandate al singolo professionista, che ha già dovuto subire le tagliole dell’esame di stato e della propria capacità, le responsabilità sulla qualità del progetto. Diversamente le amicizie conteranno sempre di più della qualità. Giorgio Amendola

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Pietro Vismara

A mio parere ci sono due cose che da sempre non funzionavano nella commissione paesaggio: 1) il PGT le assegnava troppi poteri. In particolare le deroghe alle norme morfologiche (giusto peraltro che ci siano, le norme spesso sono approssimative) potevano comportare vantaggi per gli operatori, ovvero volumetrie disposte in modo più appetibile (e remunerativo); 2) non sono previsti compensi per i componenti. Dunque, professionisti impegnati dedicano un giorno alla settimana per quattro anni a valutare i progetti altrui (cosa abbastanza impegnativa), e gratis. La mia mamma diceva: mai lavorare gratis. Uno, perché non è rispettoso di chi non ha soldi e deve lavorare per vivere. Due, perché è falso, nessuno lavora gratis, vuole dire che la sua remunerazione la trova altrove. Il nuovo regolamento risolve questi due problemi? Non mi sembra. E quindi la commissione paesaggio continuerà a non funzionare.

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    Annalisa Ferrario

    il problema però non è solo sugli incarichi a Milano: e per gli incarichi a Cinisello come la mettiamo? E ad Alba? E gli incarichi a famigliari, amici e collaboratori? Non credo che il Comune di Milano possa trasformarsi in polizia segreta e andare a controllare tutto… L’unica, sono d’accordo, è retribuire i commissari, accompagnata da una dichiarazione ferrea di assenza di conflitto di interessi su ogni progetto. E se sgarri, paghi (espulsione dall’ordine, eccetera eccetera).

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GIAMPAOLO ARTONI

Mi sembra chiaro e ben spiegato il meccanismo che ha portato una Commissione costituita con finalità di indirizzo e consultazione a proposito della mutazione dell’ambiente quale bene di tutti, in un momento di mera sostituzione di un’altra istituzione di controllo legislativo, regolatorio e normativo quale quella edilizia. Rispondo invece alla domanda finale dell’articolo: no nessun ritorno a commissioni di ornato! Concordo con Giorgio quanto afferma che ogni professionista si prenda la responsabilità di quello che propone e realizza. Se la nostra città ha una sua importante dignità architettonica, morfologica, compositiva lo si deve a buoni progettisti che qui, bene o male, consciamente o meno, si confrontano, capaci anche di copiarsi riconoscendosi nel bellezza. Certo, alcuni interventi non piacciono ma si lasci il giudizio ai cittadini. Se deve esserci una commissione che si occupi di formazione, indicazione, proposizione, semmai anche di insistente indirizzo. Sia luogo riconosciuto autorevole, aperto e non un anfratto opaco e autoritario così come in questi anni l’abbiamo conosciuto. Direi: così come l’hanno ridotta i burocrati del settore. Non sono le persone e i mezzi da cambiare ma i fini da riformare.

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