RAMELLI, TRA PIETAS E MEMORIA PUBBLICA

Copia di ARCIPELAGO MILANO

Il tempo di celebrare il 25 aprile e la destra ricorda Sergio Ramelli, a modo suo però. Le massime autorità del Senato e della Regione, presente il Comune, ne condividono la memoria, povero ragazzo massacrato in tempi furenti. Lo ricordano, ma dimenticano i nomi dei giovani assassinati da mano fascista: Alberto Brasili, Gaetano Amoruso, Claudio Varalli e con loro Antonio Marino, “proletario in divisa” dilaniato nel 1973 da una bomba fascista lanciata durante una manifestazione organizzata dai maggiorenti milanesi dell’MSI, Ignazio La Russa in prima fila. Di quelli e di questo, le istituzioni nell’era della destra al governo non tengono memoria: niente cerimonie, niente ricordo, niente giardini per loro, niente pietà, niente di niente. Silenzio ed oblio nel doppio registro della pietas postfascista.

Nei giardini di Via Pinturicchio, le corone per Ramelli appassiscono come le tante altre disseminate per Milano, quasi alludendo al tempo ormai lontano dei fatti ed al tragico comune destino delle vittime, quasi chiamando ad un riconoscimento reciproco per le violenze, le sofferenze, i lutti, che ciascuna parte “addusse” all’altra negli anni della violenza politica di strada. Tutti figli della stessa violenza, dello stesso odio, della stessa frenesia di estrarre dal ventre della Storia i frutti di un nuovo tempo giusto e felice, o al contrario di impedirne il parto, e tutti, per questa sanguinosa “origine comune”, vittime da condividere nella memoria. Una narrazione che sembra replicare quella cara alla destra missina del dopoguerra, quando Giorgio Almirante chiamava alla “pacificazione nazionale”, ponendo sullo stesso piano i morti fascisti e quelli partigiani, ignorando le ragioni ed i torti che portarono tanti giovani a versare il sangue proprio ed altrui, gli uni per la democrazia e la giustizia sociale e gli altri contro, spalla a spalla con i nazisti.

Oggi, l’operazione sembra ripetersi, imprimendo alla pietas dovuta a Ramelli una torsione simbolica e politica assieme, modellata attorno alla rimozione e mistificazione delle ragioni e dei fatti. A questa trama emotiva, a questo approccio selettivo della memoria pubblica, dà voce anche Beppe Sala che propone una via di Milano per i “Giovani milanesi vittime del terrorismo”, operazione già messa da parte dalla sua maggioranza. Il Sindaco lo immaginava, ma ha voluto segnare un punto per il suo futuro politico di centro.

Non bastasse, tuona il ministro Giuli contro il “povero” Municipio 6. “Chiunque si neghi alla pietà per i Sergio Ramelli ammazzati, soffiando sul fuoco della discordia è già identificabile fin da subito come il mandante morale di ogni violenza a venire.”.  Si resta allibiti di fronte a tanta violenza verbale, ma infine lo si deve pure ringraziare, lui così circonvoluto ed incomprensibile, per aver messo brutalmente in chiaro il mainstream del pensiero post fascista.  Di nuovo, mentre nulla si dice dei morti di parte avversa, mai vissuti e quindi mai morti ammazzati, si confondono deliberatamente i piani della pietà individuale e quelli del giudizio sulla vicenda collettiva e storica. Si lavora di sottrazione e di mistificazione. E del resto, la destra di governo l’8 maggio celebra la “Giornata contro il Terrorismo” nel segno incontestabile di Moro (BR) e di Giovanni Impastato (mafia), ma tace delle stragi (fasciste) di Piazza Fontana, dell’Italicus, di Bologna, di Brescia, di Milano in Fatebenefratelli, di Occorsio …. C’è del metodo in questa smemoratezza.

Da un lato la categoria della violenza politica è elevata a chiave di lettura onnicomprensiva ed equiparatrice, del tutto disconnessa dalle cause e dalle ragioni opposte che, nella Resistenza e negli anni settanta, hanno portato fascisti e antifascisti a farvi ricorso. Dall’altro, non si citano né i morti di parte avversa né i fatti scomodi. Soprattutto non si fanno i conti con i crinali divisivi di quella storia, evitando il confronto sulla responsabilità politica e morale che tuttora ricade sulla destra postfascista. O la contiguità strettissima tra l’MSI, la Repubblica di Salò e le tante formazioni di estrema destra è una fake news, un abbaglio? Fini se ne staccò nel 1994, Meloni no, non del tutto, non ancora.

La vicenda di Sergio Ramelli fu orribile e rileggendo le cronache che oggi paiono incomprensibili, ma erano t, che furono senza freni, talmente divorante  da portare a gravissimi scontri ed aggressioni anche tra gli extraparlamentari di sinistra come in piazza Santo Stefano nel 1973, empi di odio cieco  del tempo i suoi ultimi mesi e giorni appaiono una spaventosa “Via Crucis”: l’antifascismo militante, nato come reazione alle stragi fasciste, era divenuto un’ossessione che alimentava la violenza politica diffusa, di strada, uno stato endemico dove, perso il controllo, si urlava “uccidere i fascisti non è reato”. Cronache che oggi paiono incomprensibili, ma erano di furore ideologico così assoluto, così senza freni così divorante , da “legittimare” in alcuni momenti  l’uso della violenza fisica perfino tra gli stessi extraparlamentari di sinistra. Ed allora come non provare orrore e sgomento per il brutale pestaggio che portò alla morte un ragazzo di 19 anni e come non sentire intima pietà per i genitori a cui fu strappato? Ma questo sentimento è guastato dallo sgradevole retrogusto di un approccio spregiudicato ed ambiguo che, intrecciando la pietas dovuta in morte con gli “ideali” testimoniati da Ramelli in vita, vorrebbe legittimare proprio questi ultimi. Il timore diviene realtà il 29 sera in via Paladini, teatro di una manifestazione orrenda, plumbea, zeppa di simboli di morte, dove la selva di duemila braccia irrigidite nel saluto romano non è pietà per una giovane vita perduta, ma grido animalesco di sopraffazione, violenza e rivincita contro tutto ciò che nel passato ed oggi ha sapore di libertà, giustizia, democrazia. La Russa e Giuli, che giurano fedeltà alla Costituzione, tacciono compiaciuti.

Pietas personale e memoria collettiva possono coincidere nel discorso pubblico se la vicenda individuale trova corrispondenza nei valori della comunità. I valori del povero Sergio Ramelli e di altri fascisti, giovani e meno giovani, non facevano e non fanno parte della nostra vita repubblicana, del nostro sentire democratico, della nostra civile convivenza, ma erano, nella migliore delle ipotesi, retaggio mitizzato di un passato incompreso nel suo effettivo orrore e sciaguratamente richiamato. Per questo, mentre ogni anno si celebra il 25 aprile e con la gioia si ricordano anche gli eroismi sanguinosi che portarono alla Liberazione, ogni anno si rinnova l’incapacità della destra postfascista di superare il suo vizio di origine e di accettare che proprio quella violenza fu levatrice necessaria della nostra repubblica, seppellendo il mondo di cui si sente, se non erede, almeno memore.

Per non saper vivere e condividere questo essenziale passaggio democratico, la destra – post fascista non trova le risorse e le parole per coltivare una memoria comune della Liberazione e dell’antifascismo, e resta come un corpo indigerito nella comunità nazionale. Consapevole di questa sua condizione irrisolta, e volendo trovare una sua legittimità nelle istituzioni che anche da quella violenza sorsero, è costretta a riproporre la pietas come lievito della “pacificazione nazionale”, lavacro dove ragioni e torti scompaiono, dove gli ideali son tutti degni in quanto “ideali”, dove tutti i morti si somigliano nel ricordo e sono degni di memoria pubblica, dove” si ricordano tutti, per dimenticare tutto”. Compensazione simbolica offerta a chi resta irriducibilmente devoto al passato, mentre si governa la Repubblica nata dal sollevamento in armi di quanti non lo sopportavano più.

Tante altre cose ancora da dire: un’ampia riflessione sulla cultura e la pratica della violenza politica in quegli anni sarebbe di grande interesse, nella una sua periodizzazione e distinzione, ma ancora più desiderabile mi pare il ricordo pubblico dell’agente Antonio Marino, povero ragazzo del sud che ha perso la sua vita difendendo la nostra libertà.

E se Ignazio la Russa verrà, potrà spiegare.

Giuseppe Ucciero

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Pietro Vismara
Pietro Vismara
9 mesi fa

Condivido tutto, giusto intervenire su questo. Ricordiamoci anche di Fausto e Iaio del Leoncavallo, verosimilmente anche loro uccisi dai fascisti. Ricordiamoci anche della giovane ministra del governo Berlusconi che come prima dichiarazione se ne uscì con: “adesso potremo onorare i NOSTRI morti”. I “nostri”, capite? Perché gli altri meglio dimenticare che esistono (quella giovane ministra era la Meloni). Non mi è chiaro invece il riferimento agli “extraparlamentari di sinistra che si uccidono fra di loro”: chi sarebbero? Spero che non si pensi ad Alceste Campanile e altri depistaggi (anche lui in realtà fu ucciso dai fascisti, per dire). Ma non basta ricordare l’ agente Marino, Sala se ha il coraggio (non ce l’ ha) dica a La Russa di portare i fiori anche a Gaetano Amoruso, e poi ne riparliamo.

Andrea Giorcelli
Andrea Giorcelli
9 mesi fa

Cosa c’entra Alessandrini?

giuseppe ucciero
giuseppe ucciero
9 mesi fa

Grazie per il suo intervento.
Non ho detto di Fausto e Iaio perchè indicavo i giovani di sinistra uccisi con certezza dai fascisti, mentre la loro uccisione è purtroppo rimasta ancora oggi non del tutto chiarita, nell’intreccio oscuro tra criminalità ed ambienti di destra. Ed infatti La Russa, proprio per questo, li cita nel suo discorso di apertura in Senato
Il ricordo pubblico dell’agente Marino, “vittima istituzionale” dei fascisti di allora, potrebbe essere l’occasione per riportare l’attenzione sulle gravissime responsabilità dell’MSI ed offrire a Ignazio La Russa, ed a quelli come lui, l’occasione per una assunzione di responsabilità sulla violenza della sua parte politica. Qui non si trattò di fascisti contro comunisti, ma di fascisti contro le forze dell’ordine. Naturalmente, condivido la memoria pubblica per tutti gli altri antifascisti
Per gli “extraparlamentari di sinistra”, mi scuso, effettivamente la memoria mi ha tradito. Mi riferivo al gravissimo episodio del 12 dicembre 1973, quando il servizio d’ordine del Movimento Studentesco mandò in ospedale una ventina di militanti di Avanguardia Operaia ed uno, Claudio Varisco in gravi condizioni. Correggo subito l’errore, ma resta il fatto incontestabile che in quel periodo la pratica della violenza fisica portò anche a gravi episodi a sinistra.

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