FRANCISCUS

Sulla tomba ha voluto solo il suo nome da papa Sobrio fino alla fine, Bergoglio chiedeva un tono semplice per la sua cerimonia funebre e del resto non aveva mai visto “nessuno fare trasloco da morto”.
Non l’hanno accontentato: non hanno voluto, potuto o saputo, cogliere il suo ultimo segno di contraddizione, rassegnandosi o consegnandosi con entusiasmo, o per calcolo, alla mediatizzazione sfarzosa di un evento esibito di fronte ad un mondo di potenti, prostrato eppure trionfante nella vanità e nei segni del dominio. Una cerimonia ripresa da tutte le angolature, narrata in tutte le lingue, ricercata da ciascuno per il proprio interesse o nella propria visione, e per molti, anche in Vaticano, essenziale per riportare la “Chiesa al centro del villaggio globale”, a che prezzo però.
Papa Francesco, un pontefice che ha cosparso i suoi dodici anni di pontificato con segni, leggeri e pesanti, di “distanza” dall’Istituzione di cui pure aveva accettato la guida. Non dimorava nel sontuoso appartamento papale, aveva sostituito la croce d’oro massiccio con quella di argento, aveva mantenuto abitudini di vita sobrie, fino all’acquisto di scarpe modeste ma comode. Era infastidito dalle forme di una sacralità lontana dalla “Chiesa dei poveri” che desiderava, mentre ricercava in ogni momento, forse anche eccedendo, il contatto diretto con le “persone” più o meno umili, più o meno credenti, più o meno vicine.
Da ultimo, ha preferito la sepoltura in Santa Maria Maggiore a quella nella Basilica Vaticana, rompendo con l’ultracentenaria tradizione papale. Gesti esemplari che mostrano, a chi vuol vedere, un’intima e personale contraddizione tra il ruolo di rappresentante dell’Istituzione Vaticana e quello di guida di un popolo in cammino, sofferente e sempre più lontano dalle gerarchie, desideroso però di trovare, o ritrovare, l’entusiasmo di una fede oltre il perimetro spesso ridotto in Occidente a rituale sempre meno praticato, giaculatorio e formale.
Una distanza, una contraddizione, intima e lacerante, eppure, dobbiamo credere a quello che abbiano visto per dodici anni, sempre tenuta sotto controllo in un equilibrio delicatissimo tra speranza e fatica, intelligenza ed innocenza, rito e sorpresa. Al tempo stesso, origine di un modus operandi percepito da molti nelle gerarchie come poco rispettoso delle procedure e dei ruoli, tanto da avvalorare l’immagine di un papa dialogante solo con il suo “inner circle” e qualche volta sgarbato anche con qualcuno a lui vicino, Si percepiva chiara la diffidenza tra il papa argentino ed una struttura, la Curia Vaticana, da cui pensava fosse meglio tenersi e tenerla lontana nell’esercizio del suo sforzo rinnovatore.
C’è chi ha visto queste rotture della figura “tradizionale” del papa come forma di abbandono di una essenziale dimensione spirituale, come attenzione privilegiata alle cose terrene, sia pure dettate dallo sdegno della sofferenza dei popoli del mondo, rispetto a quelle del ministero del culto. E c’è chi se n’è servito per alimentare la narrazione del doppio papato, o meglio del papa autentico, ancorché dimissionario, e del papa regnante, ancorché “impostore”. La verità è che al “papa venuto dalla fine del mondo” pareva così di rimanere fedele ad un’idea tanto semplice, quanto radicale e profondamente cristiana, di sottrazione del superfluo terreno al divino celeste. E soprattutto di testimonianza nel segno del Santo cui si era appellato per rinnovare il corpo di una Chiesa profondamente turbata, scossa dalle fondamenta, disorientata e quasi inerte di fronte ai cambiamenti del tempo.
San Francesco d’Assisi, sconvolto di fronte alle sporcizie della Chiesa, trovò otto secoli fa la forza visionaria per immaginare il ritorno alle origini cristiane e la saggezza per sottomettersi all’autorità di un papa che, altrettanto saggiamente, lo lasciò libero “nell’obbedienza” di coltivare il suo messaggio.
Un ritorno alla povertà ed agli ultimi come protagonisti della vita cristiana sulla terra, che suonava allora insopportabile a tanta parte del clero ed alla società del tempo, per la sua estrema radicalità e la feroce contestazione della corruzione dilagante nella Chiesa. Una visione di evangelismo “puro e duro”, condiviso con le tante piccole e grandi “eresie” del tempo senza mai diventare a sua volta “eresia”: la Regola si diffuse, divenne un grande ordine religioso, “separato” ma sempre in seno della Chiesa.
Ed oggi, come allora, San Francesco, Papa Bergoglio ha provato, nel nostro tempo, con i nostri mezzi, con la nostra sensibilità, e nelle nostre tragedie, a riportare la Chiesa verso i poveri, ed i poveri nella Chiesa, e farebbe un grave torto alla sua intelligenza chi pensasse che questa grande e rischiosa operazione sia stata concepita e condotta nel segno di un populismo, pauperismo e peggio ancora di sinistra.
La presa di posizione dura e senza sconti di Papa Francesco contro l’economia capitalista muove certamente dalla condanna dei suoi gravissimi effetti sociali, bellici ed ambientali, ma ne contesta, nella sua radice più intima, il fondamento spirituale, quel volere “avere di più” come se quel di più potesse fare a meno, per il cristiano, della parola di Dio, o se si vuole per il non credente della morale, quella dimensione di empatia e vicinanza solidale che ci fa “persone” e che sta prima e sopra l’agire pratico. In questo senso, la condanna del materialismo capitalistico assume un connotato generale, notando che anche il ricco (chi ha di più) non potrà mai con le sue ricchezze trovare la felicità dell’amore, perché ha riposto la sua vita e le sue speranze nell’accumulazione dei beni materiali, mettendo queste sopra e prima dell’amore con le persone. Così “è più facile che un cammello passi per la cruna d’un ago, che un ricco entri nel regno di Dio”.
E se la sinistra tanto apprezza le posizioni di Bergoli sulle tragedie sociali del nostro tempo, fa spallucce, occulta o sminuisce, quelle altrettanto o ancora più dure, sul tema della difesa della vita e contro l’aborto, definito come “omicidio”, giungendo alla conclusione che occorre tutelare anche gli embrioni, “persone” che sperano ed attendono un grembo per vivere. Di contro, la destra tanto detestava Papa Francesco sulle questioni sociali, quanto lo incensava sulla morale familiare, la sessualità e la difesa della vita.
Un Francesco di comodo per tutti, come un menù à la carte, dove ognuno trova il piatto preferito disprezzando le altre portate, senza comprendere lo stretto legame che in Bergoglio esiste tra l’amore “universale”, rivelato e testimoniato da Gesù Cristo, e la sua traduzione nei mille e mille amori “particolari” verso le persone che nessuno esclude perché tutte partecipi della medesima vicenda esistenziale e tutte beneficiarie del messaggio di fede. “Caritas in veritate, ma anche Veritas in caritate”.
Mentre, il Conclave si riunisce ed elegge il prossimo pontefice, è legittimo chiedersi quale sia l’eredità più profonda e genuina lasciata da Papa Francesco.
Se l’amore universale è la cifra della sua esperienza, forse il suo richiamo a San Francesco forma ancora oggi il desiderio di “un’eresia” tanto necessaria quanto impossibile da portare a termine, non almeno dal soglio pontificio.
Giuseppe Ucciero

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