8 Aprile 2025
DOVE SIETE RAGAZZI?
Le piazze, l'Europa, i giovani

Michele Serra ha chiamato alla piazza per l’Europa. Poi Giuseppe Conte ed i Sindaci di Bologna e Firenze, contro il riarmo e di nuovo per l’Europa. Molta enfasi, molti entusiasmi, più speranze però che effettiva partecipazione. Così, mentre qualcuno si rassicura in un futuro tutto immaginato (i trisnipoti ci ringrazieranno), sarebbe meglio restare sulla cronaca ed osservare che in piazza c’erano soprattutto teste con capelli bianchi e grigi. Pochi i giovani, troppo pochi per alimentare facili speranze. Non che manchino agguerrite minoranze, ma la partecipazione scalda poco i cuori dei ragazzi e delle ragazze, quelli veri non chi, ben oltre i trent’anni, si ostina ancora a credersi ancora giovane.
Mentre il disordine mondiale cresce, avremmo bisogno di una grande spinta dalle giovani generazioni, che però restano ancora ai margini, quasi perplesse. Se si pensa alle grandi manifestazioni per l’ambiente, quelle sì di massa, ai tempi non troppo lontani di Greta Thurnberg, la differenza è davvero grande e ci interroga sul come, sul perché e sul quando. Quando vedremo i giovani in massa di nuovo in piazza, protagonisti di un desiderio radicale di cambiamento, tanto più necessario quanto più lo stato delle cose del mondo degrada e si infiamma in guerre e contenziosi che attendono solo la scintilla per diventare conflitto. Per ora non si vedono.
Eppure l’Europa come risorsa di pace e di benessere dovrebbe scaldare gli animi, eppure il riarmo invece della politica di pace dovrebbe preoccupare, eppure la comune cittadinanza globale nata e cresciuta tra stili di vita e media universali, dovrebbe facilitare un senso di vicinanza da difendere. Eppure ….. qualcosa manca, qualcosa frena, qualcosa impedisce alle giovani generazioni di mettersi in gioco come se prevalesse tra loro un sentimento di inutilità, di sproporzione tra gli scenari globali e le energie disponibili, di impotenza triste e rassegnata. Una generazione “perduta”?
Ne sono consapevoli per primi gli “anziani” partecipanti alle manifestazioni di questi giorni, che, mentre si riconoscono tra le rughe ed i ricordi, non trovano al loro fianco sangue giovane a cui trasferire memoria e destino, o ne trovano troppo poco, chiedono con ansia “dove siete ragazzi” e si girano a cercarli.
Ma, se serve a poco scrutare visi ed orizzonti, la delusione è più certezza che rischio, forse più utile porsi le ragioni di un “clima sentimentale” così tiepido, così poco disponibile nei giovani d’oggi a mobilitare in piazza corpi e vite. Molti i fattori, e forse si può pensare, per esperienza personale e per storia collettiva, che la passione giovanile nasce come “ribellione”, come insofferenza ad uno stato di cose imposto e percepito come esistenzialmente insostenibile, quasi la propria vita non fosse riconoscibile come “autentica” nel tessuto di relazioni “tristi” che la società ed il tempo pongono davanti al giovane come percorso obbligato.
La ribellione giovanile, la partecipazione attiva ad un cambiamento, nasce dal rifiuto dei binari obbligati stesi di fronte a sé fino all’orizzonte.
È paradossale, ma non tanto, che ragazze e ragazzi abbiano, come dire, un bisogno crudo di sentirsi esclusi per maturare dentro di sé il desiderio, quasi carnale, di un’altra vita diversa. Se guardiamo al mondo che ci circonda dobbiamo riconoscere che mentre l’Occidente, sazio e falsamente inclusivo, sembra togliere, con i suoi mille giochi di specchi, molte ragioni alla rivolta giovanile, altri paesi la alimentano proprio con l’oppressione e la negazione dei bisogni elementari di libertà e di soggettività.
Le primavere arabe, con tutto quanto di complesso e di irrisolto hanno lasciato dietro di sé, sono nate dal desiderio quasi forsennato di vita libera di giovani generazioni a cui letteralmente sembrava e sembra ancora oggi tutto negato. La vicenda iraniana ha trovato in “Donne vita libertà” la speranza di un cambiamento tanto radicale quanto compressa da un regime che affida alla “polizia morale” il compito di reprimere la voglia di libertà personale e collettiva delle ragazze, incontenibile al punto da sfidare tortura e morte pur di lasciare liberi i capelli al vento.
Possiamo pensare a qualcosa di più emblematico per una rivolta giovanile?
Qualcosa di apparentemente così lontano dagli schemi ereditati dal novecento ed invece così ben dentro la relazione incomprimibile tra libertà dal bisogno e bisogno di libertà, relazione a cui è stato sacrificato il sogno socialista, e ne paghiamo ancora adesso il conto e chissà per quanto tempo ancora.
Perché questa probabilmente è anche la ragione dello sperdimento ideale dell’oggi. Le bandiere della speranza sono state ammainate sotto i venti contrari, ma non sono state sostituite da altre capaci di dare visione, speranza e coraggio. Parole come socialismo, non diciamo poi comunismo, sono cadute, la “damnatio memoriae” ha fatto il suo corso ed il problema non pare tanto il rimpiangere quel tempo e quelle parole d’ordine, quanto di trovarne di nuove e adatte alla condizione odierna.
Il “Manifesto di Ventotene”, straordinaria testimonianza di un tempo che nel 1941 appariva senza speranza, continua ad indicare una meta, ma basta scorrere analisi e proposte per trovarlo spesso fuori tempo massimo. Servono altre parole, altri concetti, altre visioni e come sempre avviene saranno messe a fuoco nel vivo dei conflitti.
Eppure proprio la vicenda di Ventotene indica la prospettiva su cui ci si sta incamminando e dove, questa è la speranza, le giovani generazioni troveranno la “loro” strada, rielaborando sulle macerie dei fallimenti in corso le ragioni del cambiamento e della loro personale mobilitazione. Che il nostro tempo sia sotto il segno della rottura del vecchio ordine mondiale è un fatto, che ne stiano venendo tremendi guasti e conflitti anche, che un nuovo pensiero stia cercando i suoi autori è una probabilità, che i giovani saranno protagonisti del nuovo tempo è forse, più che una speranza.
Non è necessario un pessimismo cosmico per annotare che nel destino dell’uomo il miglioramento viene dalla sofferenza, la rivoluzione dall’oppressione, la mobilitazione dal pericolo, la socialità dall’oppressione, il cambiamento dai giovani.
Ex malo bonum?
Giuseppe Ucciero
2 commenti