RIARMO E SICUREZZA IN EUROPA

Diceva Jean Monnet, “l’Europa sarà forgiata nel fuoco delle crisi e sarà la somma delle soluzioni adottate per quelle crisi”. Che questa di oggi sia una grave crisi non si può negare, ma che Rearm Europe sia una buona soluzione che “produce” più Europa è molto dubbio.
Bella addormentata nel bosco, l’Europa è svegliata da un tanghero americano, volgare e brutale, che la scuote e la richiama ad una amara realtà, minacciandola di lasciarla in preda al lupo, anzi l’orso (russo) rintanato nel bosco. Lo choc è grande e la bella Europa, travolta dalla paura, immagina le peggiori cose e prova a trarsi d’impaccio da sola. E lo fa, come temeva Jean Monnet, con “soluzioni” che la allontanano dal destino comune.
Una febbre bellicista pervade le cancellerie, un clima da Annibale alle porte”, una sovreccitazione fredda però, perché lontana dal sentimento popolare. Ursula Von De Leiese apre al riarmo degli stati e subito la pacifista Germania allestisce un piano da 1.000 miliardi. Tolti i freni del Patto di Stabilità, si regala oggi alla Germania in crisi economica quel che si negava ieri alla sofferenza sociale europea. Una china pericolosa, gravida di conseguenze indesiderabili, e Dio ci salvi da eserciti nazionali guidati da nostalgici del tempo tragico di Ventotene o dai “volonterosi” alla ricerca di spiccioli della gloria passata.
Mentre tutto sembra già scritto, con Jean Monnet è lecito sottrarsi alle logiche del pensiero unico, interrogandosi sulla bontà effettiva della soluzione “Rearm Europe” così disordinata e decisa in fretta e furia. Una divergenza che si abbevera a Ventotene, meta di rituali pellegrinaggi, oracolo venerato dove però non si trovano tutte le risposte alle domande di oggi. Ancora prima se scegliere tra riarmo nazionale e difesa comune, la domanda di fondo dovrebbe essere: è giusto il riarmo come “soluzione” che privilegia la politica delle armi piuttosto che le armi della politica? Questo riarmo è giustificato o è viziato da un “presentismo” emergenziale e sordo alla storia come alla geografia?
Finito il tempo del “vassallaggio dolce” o del soft power americano, terminata da tempo la ritirata russa post sovietica, emerse nuove potenze globali e regionali, il vecchio continente si scopre piccolo, insicuro dell’alleato americano, maltrattato, esposto ai rischi di una nuova dimensione geostrategica, dove retrocede a pedina di un gioco molto più grande e diverso dal passato. Il tempo di Yalta è finito, ma il povero Fukuyama aveva torto quando decretava la “Fine della Storia”, che invece procede oltre i confini ideologici disegnati a fine millennio: capitalismo, parlamenti, diritti. Nella crisi di quel quadro, l’Europa si sente minacciata e sola come mai prima d’ora, presa tra le opposte paure dell’aggressione russa e del distacco americano.
Ma davvero le cose stanno in questi termini drammatici, o vi è qualcosa di eccessivo o di fuorviante, davvero la Russia è un pericolo attuale e mortale per l’Europa e davvero gli USA intendono abbandonarla nelle sue mani? Rearm Europe come “soluzione” è tutta qui.
Se è vero che la Russia coltiva nei fatti un disegno neoimperiale, è anche vero che dopo la dissoluzione dell’URSS l’Occidente ha sviluppato una politica aggressiva nei suoi confronti. Se Papa Francesco denunciava che “la Nato è andata ad abbaiare alle porte di Mosca” e se grandi esponenti della destra repubblicana mondiale ed italiana (Kissinger, Sergio Romano…) ammonivano sui gravi pericoli, possiamo dire che la responsabilità della crisi ucraina risieda solo nella frizione sui territori russofoni e nell’aggressione russa?
Vi sono elementari interessi geostrategici che ogni potenza cerca di difendere o riattivare, riconoscerlo non è arrendevolezza, è realismo e purtroppo non ha nulla a che fare con la morale, con ciò che è giusto o ingiusto. Ci si dovrebbe allora chiedere se prenderne atto, trattare con la Russia, ridisegnare un rinnovato e ben bilanciato sistema di difese reciproche, non garantisca meglio la sicurezza in Europa di un potenziale confronto armato. Del resto, Putin è stato riammesso in pompa magna sulla scena diplomatica mondiale e serve a poco ignorarlo.
Al fantasma dell’aggressione russa corrisponde simmetricamente quello del disimpegno americano. Certamente Trump deride, insulta e minaccia, ma è legittimo chiedersi quanto vi possa essere di certo e definitivo, piuttosto che di solo temuto, nel disimpegno USA dalla Nato, la cui unica traccia concreta sta nella pretesa non ingiustificata di un maggior contributo europeo alle sue spese. Per quanto dilettantesca e volgare, la nuova leadership americana non potrà sottovalutare l’enorme vantaggio strategico che il ritiro dalla NATO potrebbe regalare a Putin. E d’altra parte, un conto sono le Presidenze ed un conto i legami atlantici di lungo periodo a cui, pur in trasformazione, si deve guardare per non dover rifare tutto al prossimo cambio della guardia a Washington.
Se questi sono, per estrema sintesi, i dati su cui definire le “soluzioni”, l’emergenza ansiogena con cui è stato licenziato il piano di riarmo degli stati nazionali non sembra trovare solide basi di giudizio che non siano l’ingigantimento paralizzante delle paure, una certa nostalgia di tempi passati e l’incapacità di ripensare ampiamente il destino comune europeo lungo le coordinate della storia e della geografia.
Naturalmente, e come poteva essere altrimenti, si è aperta nel PD, una divisione profonda tra la cosiddetta ala riformista e quella diciamo più radicale.
Confortata anche da figure illustri del centrosinistra italiano, di oggi e di ieri, l’ala riformista condivide ed approva senza se e senza ma la linea Ursula. Non c’è tempo da perdere, si dice, e se servono anni per arrivare ad un esercito comune (e chissà mai se ci si sarà dato un giorno), tanto vale allora prendere atto delle cose e difendersi per come si può oggi, qui e subito. Schlein, che si astiene a Bruxelles, vede le cose diversamente e tiene il punto. Con Meloni (è un fatto), contesta l’uso dei fondi UE per sostenere un riarmo (burro o cannoni, come nel novecento), che vede come l’avvio di un’economia di guerra, che si sa come comincia e purtroppo anche come finisce ed insiste per una difesa comune.
Diviso a Bruxelles, il PD a Roma ha trovato una quadra, ma il dissidio è profondo e resta nelle fibre del partito, che vive a sinistra ciò che anche a destra non si riesce più a nascondere. Meloni fatica sempre più a contenere il conflitto tra Salvini e Tajani, rappresentazione antropomorfica del suo conflitto interiore, sempre più lacerata tra la passione trumpista e l’interesse brussellese. Escono documenti di maggioranza e di minoranza dove con grande fatica ed a prezzo di omissioni essenziali, ci si ostina ad occultare contraddizioni, divisioni e lacerazioni, ma fino a quando?
Finora la crisi si è svolta solo nelle aule parlamentari e sui media. La pur bella piazza di Michele Serra era piena dei sostenitori e dei detrattori di Rearm Europe e non sarà facile tenere nella stessa bisaccia gli uni e gli altri, non basterà dirsi tutti europei se alcuni sono ancora pronti a partire per KIEV ed altri non ci pensano proprio.
Intanto, il grosso del popolo osserva perplesso e tace, ma probabilmente verrà il momento in cui “il fuoco della crisi” mobiliterà le coscienze e le passioni collettive, quelle che Monnet attendeva per verificare l’anima europea.
Giuseppe Ucciero

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