UNA MILANO STRAVOLTA DI ARCHITETTURE VOLTE ALL’INTERESSE

Imm. Gennai

Una giornata qualsiasi di pioggia qualsiasi in una Milano strana. La finestra di una cameretta come punto di osservazione, di congiunzione tra stati diversi.  La vita di un quindicenne ignaro di questa Milano degli scandali, riserva incanto e meraviglia ma anche abissi, ansia, turbamento.
Tuttavia, ci sono condizioni del vivere che convergono in momenti in cui si trovano a coesistere situazioni del quotidiano favorevoli a noi adulti, difficilmente autorizzati ad entrare nel fantastico mondo di un adolescente. Raramente si riduce il grado di separazione tra genitori e  figli adolescenti.

Dalla finestra di una cameretta si vede l’interno di un cortile sul quale si affacciano i balconi di tante altre vite indaffarate, di sguardi sullo stesso cielo, sullo stesso palcoscenico di una Milano bella ma ansiogena, preoccupata per  gli scandali e la sicurezza, apparentemente in crisi d’identità in cui in molti ci sentiamo come in un ascensore bloccato con uno sconosciuto e  non sai che cavolo dire, così decidi di dire la prima cosa che ti viene in mente: “ho deciso che leggerò tanti bei libri ( Il Giovane Holden di Salinger ). 

Il punto della riflessione è il momento, quel momento in cui capita qualcosa e ti rendi conto dell’insostenibile che richiede di essere stabilizzato, psicologicamente normalizzato e da quel momento non puoi fuggire. Una Milano in difficoltà e con Lei quei milanesi che non usano ChatGPT per chiedere quale coscienza collettiva serva, per riscattare la nostra città (gli anni dell’incanto sono lontani). 

Poi succede che riesci a vedere oltre grazie a un compito di Arte del Liceo Bottoni sulla quale prende forma un tempio greco, su una tavola A3 squadrata appesa a un vetro della finestra. Quella forma classica che osservi disegnata su un foglio in trasparenza, filtra l’idea stessa del bello possibile in una periferia, innescando un processo di proiezione dell’immaginazione che lascia intravedere quanto sarebbe importante il bello là dove si usasse l’architettura senza spazi all’interesse, senza menzogna intellettuale che se detta da professionisti di alto profilo, diventa l’unico progettare possibile per dare case a una classe operaia o piccolo borghese, la dove non è indispensabile avere il bello del centro città perché regna solo l’istinto di sopravvivenza. 

Ma nella periferia non ci sono solo strati estremi del vivere. Non più. Andiamocene, diceva Estragone a Vladimiro, il quale risponde, non si può. Vladimiro chiede perché ed Estragone risponde: Aspettiamo Godot (Samuel Beckett). Una commedia senza alcun messaggio esplicito da parte dell’autore diventa il paradigma dell’attesa perpetua, dell’assurdo vivere restando immobili nello stesso posto, aspettando una concreta e massiccia Rigenerazione Urbana. 

La periferia non è in attesa, non è ferma su sé stessa, è l’unica zona dinamica di una Milano famelica e drogata dalla Finanza predatoria, soprattutto estera. S’inventano nomi, luoghi con progetti in codice alfanumerico, ecc. 

Qui non si fa il bello ma si costruisce, si fa il così detto funzionale nel più menzognero dei sistemi meglio noti con il termine di gentrificazione con l’intento di escludere gli indigeni inadeguati al sistema di sviluppo immobiliare, senza mai esplicitarlo poiché sarà il mercato stesso ad attuarne l’esclusione. Molti nomi noti e meno noti sono caduti nella trappola della logica predatoria dettata dall’agenda che qualcuno ha scritto in linea con le agende del Real Estate capace di calare le proprie astronavi nei quartieri di Milano sapendo di non rischiare nulla a costi bassissimi. 

Ottimo status per un privato. Molti funzionari, emeriti professionisti ma anche docenti si sono rimboccati le maniche e hanno aperto le loro agende di nomi e numeri telefonici di amici e parenti per gestire al meglio i progetti di rinnovamento di una città che non voleva fare come Torino, immobile su sé stessa nonostante il rilancio delle Olimpiadi invernali del 2006. 

C’era una necessità: cambiare la landscape di Milano per darle un profilo europeo. Ma il male di Milano, non sono i suoi grattacieli, bisogna andare verso il periferio. Il sindaco ha reclutato il gota del mestiere per capire come gestire il piano di espansione e rinnovamento delle zone periferiche, senza soldi pubblici, attraverso espedienti fino a modellare le regole e normalizzarne il modus operandi, con un’operazione apparentemente di grande senso della prospettiva finalizzata ad aumentare il valore assoluto della Città, non tanto per i milanesi, ma per renderla appetibile ai grandi investimenti. 

Si trova sempre un senso logico nelle strategie studiate a tavolino e, se pur critici, capiamo il Genius loci di un sedicente processo di riqualificazione tramite il paradigma della collaborazione pubblico/privato anche se questo comportasse qualche rischio. La vicenda poi scivola nell’andante adagio italico della raccomandazione all’amico o il parente all’interno di un sistema meglio noto come “il sacco di Milano”. 

Il punto è come uscirne adesso che con la mossa del cavallo, il primo cittadino si è smarcato fino al prendere le distanze dal Salva Milano ed ammettere di valutare di costituirsi parte Civile come Comune di Milano in caso di un processo, dopo aver saputo che l’iter parlamentare salvifico sarebbe naufragato e tutto sarebbe finito con la ricerca di un capro espiatorio nel nome della tutela del potere anche politico. Sarebbe dovuta cadere la Giunta su una simile condizione così deplorevole per una sx green; invece, si assiste alla gogna e agli arresti domiciliari di tecnici o funzionari che hanno gestito i vari iter probabilmente sotto pressione e con lucida consapevolezza che non poteva che essere così, poiché nessun progetto poteva essere portato a compimento per mano pubblica. Si fa ma non si dice.

Un’operazione che è sfuggita di mano dando luogo a demolizioni facili a favore di veri e propri progetti costruttivi molto impattanti sui quartieri. Ma l’anima nera della questione risiede nei punti cardinali di riferimento per “i bravi”, per arrivare a mettere in piedi un sistema che tutti dovevano pensare come l’unico strumento possibile per la crescita di Milano che non poteva che passare da questo meccanismo del declinare un’importante intervento edile e strutturale a una semplice operazione di ristrutturazione. 

A Milano se da una parte si poteva pensare che certe operazioni potessero essere le sole possibili, si è arrivati a consolidare l’opera magna del cambiamento e sviluppo della Città che iniziò con la giunta Moratti e proseguì con Pisapia nel segno di una continuità e noblesse obligé. Un gioco di ombre e luci, strutturato attraverso una regola comunale normalizzata e potenziata da questa Giunta comunale, allineata al pensiero del Sindaco che ha avallato il modus operandi e che oggi si dice innocente contaminando le correnti di pensiero di sinistra ma anche degli ecologisti, alienandone il senso critico fino a piegarlo all’accettazione sotto minaccia di dimissioni. 

Una sinistra che si ritrova dalla parte della speculazione e della cementificazione indiscriminata fino a riforgiare la filosofia della rigenerazione d’interi quartieri o di singole unità a favore del “sistema Milano”. 

C’è tuttavia, un grado di separazione che autorizza un tentativo di comprensione ma non di giustificazione, a favore di certi contesti in cui probabilmente non si poteva fare diversamente per non cadere nella maglia delle leggi forse troppo rigide e certamente disincentivanti all’investimento.

Si parla di un possibile agire in scienza e coscienza di alcuni dei protagonisti, impossibilitati a dire un no al Sindaco che ammetto essere un tecnico in economia e finanza di grande abilità, ma anche un despota al vertice di un sistema attuato con destrezza, grazie ad abilità demiurgiche insospettabili, fino ad imporsi anche sullo stesso PD. Poi ci sono le vicende dei singoli professionisti che hanno gestito l’opera rotas in modo da agevolare sé stessi e i loro cari in pieno conflitto d’interessi, seppur si possa dire che sia una cosa piuttosto comune per noi italiani. 

Va detto che se tutto questo fosse approdato ad una modalità condivisa con la cittadinanza a favore di una svolta verso l’edilizia sociale, nel rispetto di una corretta interpretazione del concetto di Rigenerazione, probabilmente la situazione sarebbe stata declinata ad una debolezza accettabile per un bene superiore.

I quindicenni, ereditano un decennio di storia passata da un Expo alle Olimpiadi Invernali a Milano (si apre e si chiude un ciclo); al tentativo di ricostruire i navigli; al covid con il brindisi alla milanesità salvifica, al tentativo di demolire San Siro; all’arrivo dei maranza; le piste ciclabili ovunque e i morti in bicicletta; i monopattini elettrici senza regole; la costruzione indiscriminata passata per rigenerazione; il consumo del suolo nonostante migliaia di metri quadri vuoti e disponibili; l’esclusione del ceto medio dal sistema Milano; area B; l’aumento della forbice tra ricchezza e povertà; l’arrivo di centinaia di migranti nonostante l’evidente impossibilità a sopravvivere in questa Milano se non di crimini; l’insicurezza diffusa; una nuova metropolitana ancora passante per il centro contravvenendo alla logica circolare in uso in tutte le città europee evolute; la fine tombale della sx e la presa per i fondelli a tanti elettori. Si dirà che qualcosa di buono sia stato fatto (eppur si muove) ma che non sia pervenuto come promesso, almeno nelle periferie. 

Gianluca Gennai

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