UNTORI DI VIRUS PSICHICI (A DESTRA), DECISI A METTERCI LA FACCIA (A SINISTRA)

A destra sono bravi a fare gli untori. Sì, quelli di memoria manzoniana. Ma a differenza di quanto fu raccontato della peste ai tempi dei Promessi Sposi, Salvini & C. la diffusione del contagio la provocano davvero: infettano la città con un virus psichico pericoloso, il virus della paura.
Gli ingredienti della trama sono evidenti: appartengono ai meccanismi psicologici difensivo-proiettivo. Qualcosa non va? Non ne sono responsabile io, né quelli come me. Io non c’entro, è colpa di qualcun altro. Una metropoli di spunti di cronaca ne offre: periferie, movida, stupefacenti, immigrati e stranieri di seconda generazione. Tutti i mali, tutto ciò che non va proviene di lì, da quegli ambienti. Contro le persone diverse da me che abitano e frequentano quei luoghi vanno mobilitate le Forze dell’Ordine e contro chi amministra oggi scatenare campagne di discredito: la colpa è loro, con me comincia la storia; io faccio la storia.
Trumpianamente: Dio mi ha mandato (ostentano anche un Rosario). La gran cassa assume proporzioni nazionali. Si confezionano Decreti che dicono “per la sicurezza delle città” e finiscono per coinvolgere manifestazioni, sit-in, proteste di studenti e di lavoratori. Prendono corpo militarizzazione della convivenza, diffidenza verso il prossimo, odio per chi presenta fattezze non coincidenti con le proprie e ha idee diverse. Milano viene indicata quale prototipo di “città insicura”.
Il Sindaco, dopo il rimpastino, causa tristezze (diciamo così) del “salva Milano”, ha detto che in materia di sicurezza ci “mette la faccia” lui. Assume in prima persona le deleghe. Scelta che merita considerazione e rispetto, da accogliere con favore, sperando che Sala mostri lucidità e coraggio.
C’è il problema di contrastare e smagare gli untori, denunciare mentalità e culture autoritarie. Ma attenzione a non cadere nella trappola delle simmetrie e delle provocazioni in cui a destra son maestri e a sinistra boccaloni. L’uscita di Meloni su Ventotene è l’ennesimo esempio. Urge attrezzarsi e coltivare anche una pars construens; è d’obbligo per una giunta di centrosinistra. La sfida è riacquistare credibilità presso i milanesi, chiedendo scusa (lo so è un’utopia: in politica non si usa; ma dovere di chi scrive è ricordare che è possibile!), ammettendo gli errori che si sono fatti, creando al più presto le condizioni perché sia possibile mettere in atto processi che portino a cambiamenti effettivi in settori nevralgici.
Gli esempi sono noti, a proposito di: casa (edilizia popolare); scelte territoriali e urbanistiche (gruppi, fondi, imprese al posto della politica; oneri di urbanizzazione, che vogliono dire servizi); politiche giovanili (studenti universitari esposti a speculazioni vergognose); welfare e salute (sudditanza del Comune alla Regione incomprensibile); diffusione della cultura (a cominciare dalle biblioteche, prime fra tutte la Sormani: che ne sarà del Palazzo di via Francesco Sforza? Qualche fondo magari Usa ha in atto una moral suasion per acquistare il palazzo e farne un residence a molte stelle?).
Quello che la destra non è capace di capire o non vuole capire, una giunta di centrosinistra lo deve spiegare, argomentare, comunicare, condividere con i cittadini. Meno omfalopatia (sindrome d’una visione ristretta al proprio ombelico) e più rischi, più mettersi in gioco. Stiamo al nodo centrale su cui la destra sparge virus di paura e intimidazioni: l’ordine pubblico. Fra un mese festeggiamo gli 80 anni della Liberazione. Secondo la Costituzione, che è nata dal sangue di chi ha fatto la Resistenza e dalla sconfitta del nazifascismo, l’”ordine pubblico” non è riducibile soltanto a Questure, Prefetture, Forze dell’Ordine.
Assicurare l’”ordine pubblico repubblicano” è garantire i valori fondanti la convivenza. Ricordiamoli, visto che la destra meloniana, non riconoscendosi nel Manifesto di Ventotene, non si riconosce nemmeno nella Carta che di quel documento scritto da un carcere fascista è erede: dignità e libertà delle persone; giustizia sociale: equità distributiva, casa, lavoro sicuro, prevenzione e cura della salute pubblica, del singolo e dell’ambiente; garanzia delle rappresentanze sociali; accesso alle possibilità di istruzione indipendentemente dalle condizioni di partenza; “disciplina e onore” se si fa politica e ci si dedica all’amministrazione della cosa pubblica.
Ecco, in una città come Milano il vissuto di insicurezza può essere profondo e destabilizzante per singoli e comunità. Ma è di altra natura rispetto alla rozzezza interessata degli untori di destra. Chiariamo. Lo spacciatore, il potenziale violentatore magari immigrato irregolare, le gang di certi quartieri, i gruppetti mordi e fuggi in centro, nei metrò, fuori delle scuole che attaccano coetanei per un cellulare o una catenina, sono fenomeni inquietanti, pericolosi, ma sono evidenti, riconoscibili, contrastabili.
Spesso si tratta di “giri”, di ragazzi e ragazze, di giovani per i quali sarebbero più utili servizi sociali e centri ascolto e aggregazione. Commissariati e prigioni fanno solo una parte. E vista l’insensibilità del Governo e del Ministro cui fa capo l’amministrazione penitenziaria una parte non certo rieducativa. C’è dunque da vigilare ovviamente su comportamenti delittuosi, tenendo conto della componente di malessere sociale; intervenire, contrastare, senza mai dimenticarsi, però, di porsi domande su che cosa non è stato fatto e su che cosa, proprio sulla scia di quanto accade, istituzioni, politica, forze sociali, cultura, media possono fare per affrontare le devianze e cercare rimedi. Da parte di chi si riconosce nella Costituzione e crede nella democrazia insomma c’è da maturare e da acquisire competenze, sensibilità, stile sia nel far fronte ai delitti, sia nel contrastare proprio gli effetti inquinanti la psiche collettiva di untori che cavalcano i disagi, per spargere virus di paure a piene mani, avendo come obiettivo uno Stato autoritario ed enti locali ridotti a provincie consolari di Palazzo Ghigi.
L’insicurezza più radicale che alimenta la disaffezione dei cittadini e che si manifesta attraverso il non-voto – unica arma rimasta al cittadino per esprimere il proprio dissenso – alla radice è un effetto collaterale della irresponsabilità della politica e in generale delle “classi dirigenti” (pubbliche e private). Si ha un’idea leggendo le lettere ai giornali, dove la rubrica è coltivata e tenuta viva, come ad esempio fa Giangiacomo Schiavi sul Corriere della Sera. I lettori e le lettrici che scrivono sono la punta dell’iceberg d’una città in cui le persone sono ormai consapevoli di non contare nulla; vedono che le decisioni sono prese per ragioni interne agli organismi che le assumono non in ragione del servizio da svolgere e i bisogni da coprire; constatano che nessun occhio vigila sull’attuazione dei provvedimenti assunti.
La realizzazione della MM4 è un caso di scuola. Generale è il riconoscimento della utilità della nuova linea. Poi però vengono fuori le magagne. Ci si è preoccupati dei treni, non della città, degli effetti sulla gente, le vie, il traffico, i parcheggi, gli esercizi commerciali dai tanti cantieri aperti in superficie, la cui chiusura è di continuo posticipata. Basta vedere i disagi provocati a pedoni, esercenti, traffico.
Con casi eclatanti. Uno, esemplare. Dal giorno dell’inaugurazione, ottobre scorso, è soppressa la fermata del tram 10 in corrispondenza della stazione Coni Zugna. Penalizzati gli utenti dei mezzi, gli abitanti (anziani costretti a camminate non richieste!), negozi. Motivo? Non esiste spiegazione. Nessun cartello. Nessun avviso. Molti per mesi han chiesto all’ufficio informazioni di Atm o alle auto che sovrintendono all’esercizio: inutilmente; chi non sapeva e chi “non è di mia competenza”. Al Corriere l’Ufficio Stampa Atm, sollecitato, l’altro giorno ha scritto che capiscono il disagio, ma è “in corso un progetto del Comune finalizzato a ricollocare le due fermate”. Dopo quasi 10 anni di progettazione del sistema di trasporti in quell’area servita dal nuovo metrò, lascia esterrefatti.
Ecco una spiegazione fuori sacco lasciatasi scappare da un tecnico: il progetto del costruttore della MM4 non ha previsto l’attraversamento del tram; loro pensavano ai treni. Atm e Comune non se ne sono accorti (o non han valutato l’impatto sul pubblico, che tanto abbonamento e biglietto lo pagano). Risultato: l’Atm adesso ha bisogno dell’autorizzazione di palazzo Marino per ripristinare fermate che esistono da prima della guerra. Che cosa c’è da studiare?
Oltre al metrò, il cahier de doleance è aperto: riduzione delle corse (sempre per Atm); soppressione di molti parcheggi dei taxi; monopattini che ignorano caschi, marciapiedi, velocità; molti ciclisti che ci metton del loro a rendere la vita difficile ai pedoni sui marciapiedi; auto in seconda e terza fila; proprietari di cani maleducati nei parchi dove pure hanno spazi riservati e per le strade; vigili di zona annunciati e mai visti; vigili in strada “non pervenuti” (da decenni: Sala non s’affranca dalla tradizione!); cantieri stradali aperti senza addetti al lavoro presenti, quindi eterni; politica del restringimento delle strade (vedi corso Buenos Aires) nella convinzione d’una magia: rendiamo vita difficile alle auto e resteranno a casa, viste. Siccome ciò non accade, lasciamo che le ambulanze siano in difficoltà a svolgere il loro servizio e che i taxi lì non ti raggiungano perché non riescono a fermarsi.
A Sant’Ambrogio l’Arcivescovo ha tenuto il Discorso alla città, che ha consolato molti, ma che gli amministratori pubblici han subito archiviato. Diceva Delpini: «La gente non è stanca della vita, perché la vita è un dono di Dio che continua a essere motivo di stupore e di gratitudine. La gente è stanca di una vita senza senso, che è interpretata come un ineluttabile andare verso la morte. È stanca di una previsione di futuro che non lascia speranza. È stanca di una vita appiattita sulla terra, tra le cose ridotte a oggetti, nei rapporti ridotti a esperimenti precari. È stanca perché è stata derubata dell’“oltre” che dà senso al presente, sostanza al desiderio, significato al futuro».
Specificava l’Arcivescovo: «La stanchezza della gente non è per la fatica del lavoro, perché la gente lavora con passione e serietà, impegna le sue forze, le sue risorse intellettuali, le sue competenze. Lavora bene ed è fiera del lavoro ben fatto. La gente è stanca di un lavoro che non basta per vivere, di un lavoro che impone orari e spostamenti esasperanti. La gente è stanca degli incidenti sul lavoro. La gente è stanca di constatare che i giovani non trovano lavoro e le pretese del lavoro sono frustranti. La gente è stanca della burocrazia, dell’ossessione dei controlli che tratta ogni cittadino come un soggetto da vigilare, piuttosto che come una persona da coinvolgere nella responsabilità per il bene comune».
Considerazioni simili Delpini le faceva a proposito della famiglia, di cui la gente non è stanca, ma non ne può più «della frenesia che si impone alla vita delle famiglie con l’accumularsi di impegni e delle prestazioni necessarie per costruire la propria immagine, per non far mancare niente ai figli, per non trascurare gli anziani. La gente è stanca di quell’impotenza di fronte a un clima deprimente che avvelena i pensieri, i sogni, le emozioni dei più fragili, che induce tanti adolescenti a non desiderare la vita».
Al pari: «La gente non è stanca dell’amministrazione, dei servizi pubblici, delle forze dell’ordine, della politica, perché è convinta che la vita comune abbia bisogno di essere regolata, vigilata, organizzata. La gente è stanca, invece, di una politica che si presenta come una successione irritante di battibecchi, di una gestione miope della cosa pubblica. La gente è stanca di servizi pubblici che costringono a ricorrere al privato, di un’amministrazione che non sa valorizzare le risorse della società civile, le iniziative della comunità per l’educazione, l’assistenza, l’edilizia, la sanità. La gente è stanca del pettegolezzo che squalifica le persone».
Insomma, la gente è stanca di non essere ascoltata né tenuta in considerazione. È su un’inversione di tendenza rispetto a tanto disvalore che il Sindaco può mettere la faccia, se davvero ci crede e ha una giunta all’altezza. Potrà sperare allora di rimediare un po’ di fiducia dai cittadini con fatti concreti e ribaltare la frittata alle critiche da destra sull’ordine pubblico per quello che sono: proclami di untori, diffusori di virus da paura, cultori di autocrazie, resi liberi di parlare (anche a vanvera) dalla Costituzione, rispetto alla quale i loro padri stavano dall’altra parte della storia quando c’era da combattere per libertà, dignità, umanità. Del resto anche loro non mostrano di amarla molto la Carta, anche se han giurato di rispettarla e applicarla; sino a qualche tempo fa, stando allineati e coperti; da quando c’è Trump, più spavaldi e socialdipendenti.
Marco Garzonio

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