IL VERO PGT CHE MANCA

Un anno e mezzo orsono, a fronte dei problemi crescenti da parte degli sviluppatori immobiliari nell’accedere alla risorsa geotermica in falda a causa delle molte sovrapposizioni nelle richieste di concessione che hanno poi portato alla costituzione della Cabina di Regia Metropolitana sull’uso della falda (https://www.cittametropolitana.mi.it/ambiente/news/Energia-e-falda-acquifera-nella-Citta-metropolitana-di-Milano/), ci recammo in forma missionaria in via Sile a parlare con l’Assessore Tancredi.
Il problema contingente riguardava lo Scalo Romana, essendo allora evidente che scelte differenti dal geotermico avrebbero comportato futuri costi di esercizio e inquinamento assai maggiori: le difficoltà relazionali con Città Metropolitana (e il particolare tecnico non indifferente dei maggiori costi della soluzione ‘giusta’) ha poi portato lo sviluppatore (Coima) a realizzare gli edifici in stile sovietico con Pompe di Calore a fluido sorgente aria, le quali come è noto consumano il doppio dell’energia rispetto a quelle ad acqua.
Era evitabile questa scelta dannosa per Milano (ricordo che oltre alle emissioni doppie, vi è il problema del raddoppio delle linee elettriche di alimentazione in una città che già oggi coi condizionatori ha i suoi black-out e che domani con lo sviluppo dei Data Center avrà ancor più problemi)?
Sì, ed era il motivo della nostra gita dall’Assessore: il bene pubblico scarso ‘acqua del sottosuolo’ invece che concessa singolarmente va gestita pubblicamente e altrettanto pubblicamente fornita per gli usi tecnici, risparmiando così le acque potabili: toccava e tocca alla Politica provvedere a che ciò sia possibile, equilibrando e coordinando investimenti pubblici e privati con reciproca soddisfazione.
Avevamo quindi suggerito di usare Scalo Romana come campo sperimentale in accordo con MM e ATO Milano per la realizzazione di un acquedotto duale (previsto dalla legge 152/2006) con cui alimentare a tariffa gli immobili in Pompa di Calore geotermica: ovviamente l’idea era ed è quella giusta e altrettanto ovviamente non venimmo nemmeno presi in considerazione, nonostante una nota operativa inviata immediatamente per la discussione che resta tutt’oggi senza risposta.
Perché l’Assessore all’Urbanistica del Comune di Milano non solo non prese in considerazione l’ipotesi di un percorso pubblico, ma il giorno successivo si recò in Città Metropolitana, forte di un parere dell’Ordine dei Geologi, a inutilmente perorare una causa privata, poi finita come sappiamo con danno di maggiori emissioni per la Città (che va a sommarsi a quello estetico di tanta bruttura)?
Perché la politica milanese, da sempre milanocentrica dopo l’ultima e illuminata stagione del Piano Beruto successiva all’incorporazione dei Corpi Santi nel 1873, non vede al di là del proprio naso, ovvero che un bacino di utenza di 3,3 mln di abitanti è molto meglio di quello di 1,3 mln e che le infrastrutture pubbliche vanno dimensionate su quella scala; non solo, che è necessario avere un territorio più ampio e ordinato proprio per garantire la vita futura di una Città come Milano che alla decrescita felice non si rassegnerà mai.
Questa ottusità, che pare quasi frutto di una patologia da spettro autistico, è figlia della scommessa (vinta) di Expo, ovvero che Milano fosse un Place to Be già così com’è, bastava che si attrezzasse come poi ha fatto, trasformandosi in un grande Ostello e in un altrettanto grande Mensa.
Sono l’ultimo che può parlar male delle filiere turistiche, uno dei business italiani per eccellenza, ma da milanese so che Milano è molto altro e va disegnata su questo suo patrimonio genetico di produzione di beni e servizi tesi alla creazione di valore, prima che al solo sfruttamento della rendita immobiliare, con tutti i guasti che ciò crea.
Infatti per poter garantire il presente bulimico sviluppo immobiliare si è stati costretti a spigolare fra leggi e forzare la mano a una struttura amministrativa ben contenta di venire sollecitata e blandita, mentre andava aperta sul tavolo una mappa della Città Metropolitana, contestualmente chiamando a raccolta almeno i Sindaci della prima cerchia addossata alle Nuove Mura milanesi delle tangenziali per guardare con il modernissimo occhio della Milano di fine ‘800 dove e come espandere la Milano che verrà disegnandola su quella carta.
Ma per poter rendere possibile infrangere il Muro delle Tangenziali e l’attrazione centripeta mattutina e centrifuga serale di Milano, occorre che prima di disegnare il sopra, scopo di facciata dei PGT, si disegni obbligatoriamente il sottosuolo e il piano campagna dove si costruisce lo sviluppo urbano sostenibile.
Nella sistemazione di fine ‘800 venne assunta per buona e sviluppata in modo perfetto la fognatura mista regalataci dai Romani e che ha fatto ricche questa città e la sua campagna, da sempre legate a filo doppio (noi non possediamo se non in piccola parte, nobiltà guerresca ma prevalentemente campestre con un retaggio di caviglie grosse delle nostre contessine) mentre oggi quel sistema è una condanna che va superata mettendo mano, a Milano come nella Città Metropolitana, ad uno sdoppiamento necessario sia per utilizzare al meglio i reflui inquinati, sia per ridisegnare l’equilibrio idraulico della Città che di fronte all’emergenza climatica chiede un nuovo assetto proprio nel rapporto Città-Campagna e che passa, prosaicamente, dai tubi delle fogne nere, da quelle bianche, dal governo della falda, dai canali di irrigazione-laminazione, dall’integrazione coi reticoli maggiori dei Navigli, oggi affidati alla micragnosa cura del Villoresi, occupato militarmente da agricoltori taccagni e privi di visione.
E poi ancora, come lamentato da De Finetti, siamo tutt’ora vittime delle stazioni di testa (Centrale e Garibaldi) e della cerchia ferroviaria che da sempre comprime la città, quando la velocità del Ferro e gli interscambi agili con gli altri mezzi di trasporto sono la principale soluzione all’inquinamento offerto dal traffico: nello sviluppo a cerchi concentrici quasi inevitabile per Milano, occorre imparare a tirare le linee diritte chieste dai trasporti.
E ancora siamo pieni di acqua nel sottosuolo e usiamo l’aria o il gas per scaldarci e raffreddarci, volutamente non considerando i rendimenti massimi offerti proprio dall’acqua e dalla sua pubblica fornitura che da sola rappresenterebbe la soluzione finale all’inquinamento legato alla produzione di energia termica: dov’è la mappa degli acquedotti tecnici previsti dalla legge (152/2006) e che nessun Sindaco milanese o arioso ha mai preso in considerazione quando disegnava la sua città?
E ancora quale energia alimenterà i Data Center posto che il caldo incredibile che genereranno a nostro uso e consumo può venire impiegato in teleriscaldamento, ma la corrente che li alimenta è per 2/3 non rinnovabile, proprio mentre 10 mila km di canali fanno scorrere acqua che nessun mulino intercetta più e che potrebbe alimentare alternatori rinnovabilissimi?
E che fine possono fare i caldi e i freddi prodotti dalla Città se non ci sono tubi e scambiatori che li possono intercettare? Non vanno forse disegnati prima? E quanta energia potremmo incamerare nel sottosuolo, come vanno facendo in giro per il mondo, e qua nessun urbanista ha mai messo un righello per disegnare le aree dedicate?
E potremmo proseguire in domande sulle reti dati, su quelle elettriche, sulla viabilità ordinaria, sugli hub di interscambio, sino alla sistemazione dei sottoservizi per ridurre i carichi manutentivi che oggi vedono le strade devastate ogni due per tre.
E poi ancora sull’integrazione dei trasporti pubblici su scala metropolitana, e quindi inevitabilmente nel far coincidere progetti e programmi fra ATM e Trenord (e Trenitalia, perché l’Alta Velocità di persone e merci è nelle corde milanesi ma persone e cose vanno portate in modo facile sottraendole alla gomma, mentre qui tutto congiura a favor di gomma proprio a partire dal disegno urbano).
Per questo il PGT utile è quello che non c’è, in primis per la scala che è quella metropolitana e un Assessore all’Urbanistica di Milano non ha diritto di disegno su territori altrui salvo accordo di reciproco interesse, ma secondariamente perché senza la creazione di forti interessi metropolitani nessuno spinge a far e la cosa giusta, ovvero disegnare la Città nei suoi limiti naturali, che sono almeno quelli provinciali, nelle infrastrutture sotterranee e di superficie che rendono evidenti le linee di sviluppo.
Ironicamente nei piani metropolitani (https://www.cittametropolitana.mi.it/PTM/) tutto ciò è scritto, ma un Ente di secondo livello, privo di bilancio e di personale politico addetto, non ha voce mentre dovrebbe avercela, e forte.
Per di più quei piani paiono scritti a favore dei soli 132 Comuni esterni, mentre il buco nero milanese continua ad agire, sia nella gestione del territorio che in quella dei servizi, secondo un sempre più vetusto cerimoniale proprio.
Giuseppe Santagostino
