SEMBRAVANO GABBIANI, MA ERANO NAUFRAGHI

Negli occhi abbiamo le immagini di tanti disperati naufragi.
Il corpicino di Aylan Kurdi, bambino siriano di tre anni, disteso sulla battigia della spiaggia turca di Bodrum, con il viso riverso nella sabbia, raccolto quando ormai era troppo tardi.
I corpi dei superstiti e delle vittime sulla spiaggia di Steccato di Cutro, nelle primissime immagini girate da tre pescatori intervenuti per primi per il soccorso.
La ragazzina undicenne originaria della Sierra Leone, unica sopravvissuta al naufragio di quarantacinque migranti partiti dalla Tunisia su una piccola imbarcazione di fortuna, che non ha retto alla tempesta. Aggrappata per tre giorni a due camere d’aria, Yasmine è riuscita a far sentire il suo grido disperato d’aiuto e è stata tratta in salvo a Lampedusa dalla nave della ONG Compass Collective. I due compagni che galleggiavano vicino a lei erano ormai scomparsi tra le onde.
Tante immagini che testimoniano l’infanzia e l’umanità negata, bambini e bambine, donne e uomini traumatizzati dall’abbandono della propria terra per andare in cerca di un futuro migliore e vittime della “guerra mondiale a pezzi”. Così Papa Francesco definisce la situazione di conflitto che coinvolge nel mondo ben 52 paesi, guerre di cui si sente parlare ogni giorno attraverso i media, ma anche guerre nascoste e dimenticate.
Per quanto spettatori attenti e emotivamente coinvolti dai servizi televisivi, dalla cronaca dei media e dai reportage di giornalisti in prima linea, non possiamo neppure immaginare quali sentimenti provino i pescatori, usciti nella notte, che tornano al mattino con la pesca dei naufraghi salvati, come scrive Erri De Luca nella sua preghiera “Mare nostro”.
Quei pescatori hanno udito quelle urla che salivano dall’acqua e sembravano gabbiani, mentre erano persone da ore in balia delle onde; sono diventati spettatori in diretta della morte di chi non ce l’ha fatta, ma anche salvatori di sguardi che non si dimenticano: così Vito Fiorino nel racconto scritto con Nicoletta Sala “Vito e gli altri”.
Vito non ha dimenticato che cosa significhi essere migrante figlio di migranti, perché quando aveva soltanto 11 mesi la madre partì da Bari per raggiungere a Milano il marito falegname: Erano gli anni Cinquanta del Novecento e noi, i terroni eravamo i migranti. Eravamo poveri. Eravamo discriminati. Come gli africani di oggi.
A Milano Vito si è fatto strada come falegname e poi come responsabile di un’azienda di allestimenti fieristici. Quando nel 2000 è stato per la prima volta a Lampedusa ha deciso di trasferirsi a vivere lì, dove ha aggiustato con le sue abili mani un peschereccio abbandonato e malconcio da far compassione e lo ha rimesso in acqua. Proprio questo peschereccio ha dato una svolta nuova e imprevista alla sua vita, perché in una notte del 2013 si è trovato di fronte la scena terrificante di centinaia di naufraghi esausti, a cui rimaneva soltanto la voce per gridare aiuto.
Vito e i suoi compagni sono stati i primi ad arrivare, mentre i naufraghi morivano nell’indifferenza. Non si sono girati dall’altra parte, non sono rimasti con le mani e in mano, ma, dopo aver avvisato la capitaneria, con fatica e paura hanno issato a bordo del peschereccio 46 uomini e una donna, il massimo del carico che la piccola imbarcazione poteva tollerare senza andare sottosopra.
La maggior parte di loro veniva dall’Eritrea e scappava dalla fame, dalla siccità che non dava tregua, dalla terra che non dava frutti e dall’esercito che li obbligava a combattere.
Dopo il salvataggio dei naufraghi la missione di Vito è diventata raccontare e per questo l’Associazione Gariwo gli ha riconosciuto l’onorificenza di Giusto delle nazioni, attribuita a chi salva una vita, mettendo a rischio la propria e si fa testimone di responsabilità e solidarietà.
Da allora l’impegno di Vito per questa causa non si è più fermato: è riuscito con il sostegno di Gariwo a realizzare un memoriale a Lampedusa in cui compare il nome di tutti i 368 esseri umani, donne, uomini e bambini, che in quella notte del 3 ottobre 2013 sono stati inghiottiti dalle acque del mare e sepolti in vari cimiteri siciliani, identificati solo con un numero. Qui ogni anno nell’anniversario della tragedia si ritrovano insieme a lui i ragazzi eritrei che è riuscito a portare in salvo e che ora vivono, lavorano e hanno costruito una famiglia nel nord Europa.
Il 6 marzo si celebra la Giornata europea dei Giusti. Da poche settimane c’è uno strumento in più per far conoscere ai bambini e ai ragazzi la storia di “Vito e gli altri”: un piccolo libro che nelle scuole del rhodense è stato messo a disposizione in centinaia di copie e che farà da spunto per una produzione di testi e disegni, in mostra presso l’atrio del Municipio dal 6 al 16 maggio.
Per chi fosse interessato ad approfondire il fenomeno migratorio, segnalo il trentesimo Rapporto sulle migrazioni in Italia a cura di Fondazione ISMU ETS – Iniziative e Studi sulla Multietnicità –che ne descrive, analizza scientificamente e interpreta la complessità.
Rita Bramante

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