LE PAROLE MALEDETTE: ESTERNALIZZAZIONE E DELOCALIZZAZIONE

Quando la mattina esco di casa per la consueta passeggiata terapeutica di mezz’ora, confesso che raramente sono di buon umore, ho dato una scorsa ai giornali e la sola lettura dei titoli mi offre un panorama terrificante del mondo: siamo sull’orlo del baratro o già ci stiamo cascando.
Quello che comunque vedo non mi solleva di certo: marciapiedi sconnessi, il loro asfalto che col caldo estivo è colato sui cordoli e sui passi carrai, le auto parcheggiate in doppia fila se non in centro della carreggiata o sui passaggi pedonali, pali che pendono perché sono stati posati male, rifiuti e mozziconi di sigaretta lungo i cordoli, devo evitare di essere investito da ciclisti e monopattini (ovviamente senza targa, col guidatore senza casco e talvolta con due passeggeri), sporco ovunque ma soprattutto non vedo nemmeno uno dei famosi vigili di quartiere sempre annunciati, vedo code alle fermate dei mezzi pubblici ormai rarefatti per le note carenze di guidatori e per la mala gestione di ATM.
Non dimentichiamo lo stato di abbandono dei cimiteri e i luoghi che, per il contrasto delle competenze, nessuno pulisce.
Quello che mi fa rabbia è che mi sto assuefacendo a questa visione e l’assuefazione è contemporaneamente un bene e un male: ci si assuefà ad un dolore ma ci assuefà anche alle cose che non ci piacciono ma che non possiamo evitare.
Come me molti milanesi non si assuefanno ma tuttavia reagiscono e scrivono ai giornali, basta leggere le lettere al Corriere della Sera che Giangiacomo Schiavi pubblica ogni giorno, seguite dai suoi commenti.
Allora penso che la città che ha un cuore e un’anima si senta “abbandonata” come si sente ognuno di noi: soli, irrilevanti, disarmati e inascoltati.
La sera va un po’ meglio: Netflix è il salvagente che ci permette di sopravvivere alla RAI che, quando non ha show per gonzi, ricicla vecchie belle cose del tempo che fu e che fanno intenerire il cuore a noi anziani ma che non dicono nulla ai più giovani: questo si chiama far fuori i magazzini.
Ma la sera non è solo questo: è quello che si rimugina prima di addormentarsi.
Io per mettermi di buon umore penso ad una delle ultime comparsate di Beppe Sala dalla Gruber.
Lei chiede: Cosa vede nel suo futuro? Lui: la politica, sono a disposizione. A disposizione di chi non lo dice, è un uomo per tutte le stagioni. La Gruber di rimando: ma lei gode in città di un consenso modesto vicino al 11%! Lui risponde: a me risulta il 48%. Da dove gli risulta? Da quale sondaggio? Vale la pena ricordare che i sondaggi in genere danno ragione a chi li ha commissionati.
Gli unici veri sondaggi sono le elezioni e lui ha ottenuto il consenso di un milanese su quattro. Questo suo 48% non si sa da dove venga.
Concludo la mia giornata con un piccolo esercizio anche questo suggerito da una simpatica gerontologa: ”prima di addormentarsi cerchi di ricordare i nomi dei suoi amici!”. Lo faccio perché non voglio fare la fine di Barney Panofsky che nel divertente libro “La versione di Barney” diceva di vedere un mestolo e non ricordarsene il nome. Alzheimer. Finiti gli amici mi alleno con le parole.
Ci sono parole diventate di uso corrente il cui significato viene bistrattato: in un mio editoriale di qualche settimana fa me la sono presa con rigenerazione e resilienza due parole che a molti sciagurati servono come ciliegina sulla torta per far passare le loro nefandezze o scempiaggini.
Questa volta eccone altre due: esternalizzazione e delocalizzazione.
Esternalizzazione
È una parola che incontriamo quasi quotidianamente e ormai non vi facciamo caso: vuol dire che un’azienda, pubblica o privata che sia, sceglie di prendere, insieme ai relativi dipendenti, un’attività che normalmente eseguiva al suo interno ed affidarla ad altri appaltandogliela.
È una prassi che ha preso corpo da tempi immemorabili in edilizia dando luogo al subappalto, bestia nera del sindacato e che le aziende giustificano dicendo di non poter tenere al proprio interno manodopera che non troverebbe impiego con continuità. Questo è vero ma la vera ragione è che alla fine si risparmia denaro perché i subappaltatori spesso sono aziende cooperative che campano sull’evasione dei contributi e quindi il tutto costa meno all’azienda madre.
L’esternalizzazione ormai è dilagata soprattutto nelle aziende (la grande distribuzione ad esempio) che avrebbe una incidenza della manodopera altissima se facesse anche direttamente le consegne a domicilio. La realtà è che poi si sposano tra di loro subappalto e cottimo (pagare non con un salario fisso ma a prestazione, più produci e più ti pago) col risultato di costringere chi lavora a fare in fretta massacrandosi di lavoro e trascurando del tutto la sicurezza.
Il nostro Paese ha leggi ancora in vigore che potrebbero evitare tutto questo ma nessuno le applica nel silenzio generale: il Manzoni le ha definite “grida”, strillare sapendo che tanto nessuno ti ascolta.
Qualcuno, magari in buona fede (raramente), chiama questi fenomeni liberismo o leggi di mercato ma anche il più accanito sostenitore del liberismo sa che questo non può esistere senza regole. Oggi c’è chi dice il contrario e trova il suo nuovo vate in Trump anche da noi.
Esternalizzazione e subappalto sono il cancro di un Paese, il nostro, che sta avviandosi al baratro.
Delocalizzazione
Anche questa è una parola di uso corrente e che leggendola non fa alcun effetto perché non ci riconduce immediatamente ai suoi effetti.
Delocalizzare vuol dire spostare la propria attività in Paesi dove la manodopera costa meno, ha meno tutele sindacali e generalmente in Paesi dove la democrazia non è altro che una parola del vocabolario. Si delocalizza tutto salvo la sede dove si conservano i “saperi” della società, la sua immagine e le sue quote di mercato.
Delocalizzare vuol sempre dire mettere in strada dei lavoratori, principalmente quelli dalle mansioni più modeste, per aumentare i propri profitti, alla faccia di tutti i codici etici di cui si fregiano i soci di Confindustria. La coscienza etica vuol dire soprattutto sentirsi cittadini del proprio Paese e farsi carico dei suoi problemi, vedi la disoccupazione e i salari troppo bassi per consentire a tutti una vita decorosa.
Così anche la delocalizzazione selvaggia ci spinge, pure lei, verso il baratro.
Ma cos’è questo baratro?
Il luogo terribile in cui noi precipiteremo ma che non fa paura a tutti: c’è chi pensa che anche dal profondo del baratro lui emergerà, forte della sua ricchezza e del suo potere, dunque vittorioso in ogni caso, la sua eterna aspirazione.
Luca Beltrami Gadola

Caro Luca, sai benissimo che la stessa sensazione di fortissimo disagio per la pessima qualità dell’ambiente urbano milanese la provano, la proviamo, in tanti.
E sai cosa aggiungerei, per fornire un filo di speranza? Aggiungerei il concetto secondo cui le “vacanze” sono, in fin della fiera, il periodo durante il quale ci procuriamo l’assenza di questo disagio. E dove trascorriamo, possibilmente, le vacanze? Le trascorriamo in luoghi più ordinati, puliti, a misura d’uomo, con meno contrasto tra le attività, in quanto se tutti sono in vacanza (a parte gli operatori del settore) nessuno urla, nessuno corre con il monopattino sul marciapiede, molti non usano neppure la propria auto, anche noi interrompiamo la frenesia di ordinare on line merci da consegnare entro oggi o al massimo entro domani. Torniamo a frequentare i negozi di vicinato e i mercati. Tu mi dirai: ma siamo in vacanza, non andiamo al lavoro e non produciamo ricchezza! Certo, ma anche in quei luoghi ci sono persone che lavorano, forniscono merci e servizi! E poi anche i luoghi di vacanza a volte diventano sgradevoli quando troppe auto, troppo rumore molesto, troppa “inciviltà”, disprezzo della natura e del paesaggio prevalgono e sporcano tutto. Quindi? Quindi osserviamo con attenzione quelle città dove alcune scelte sono grandemente somiglianti a quelle che ci sono tanto gradite quando “andiamo in vacanza” e imitiamole. Esempi non mancano, anche nel Bel Paese, basta farci caso. Ciao.
Buonasera,
Io la leggo spesso imparando sempre qualcosa o comunque vedendo le cose dai suoi occhi.Bello chexsia chi scrive ai giornali per lamentarsi ma io credo che ci sia da fare un passo oltre, con un po‘ di energia, di speranza e di sano ottimismo.I giovani comunque ci guardano e avere sempre questo sguardo malinconico fa male a tutti!!!! Forza e uniamoci nelle innumerevoli associazioni che tappezzano la nostra città! C’è tanto da dare , soprattutto per noi che abbiamo avuto cose belle che ora rimpiangiamo…e‘ tempo di restituirle!!!!! Grazie per i suoi articoli