11 Febbraio 2025
SALVAMILANO/4. COME SE NE ESCE?
Il PD “decide di non decidere”

Della SalvaMilano si è detto e scritto quasi tutto, e certo ArcipelagoMilano aveva letto per tempo i segni del meteo, quando ancora non era tempesta. Sappiamo come ci siamo entrati, il problema ora è come se ne esce, mentre il PD finora, per virtù o per necessità, per calcolo o per incapacità, “decide di non decidere”.
La questione si è fatta molto più complicata, anche per la scelta di buttarla in politica, o meglio di buttarla nel mare magno della politica nazionale. Sembrava tutto semplice per gli “apprendisti stregoni”, furbi ma tanto ingenui. Bastava una legge di “interpretazione autentica” (povera Costituzione nostra) ed il gioco era fatto anche perché la destra pareva così ben disposta e neppure il partito mostrava resistenze. Ma, oltre alle buone intenzioni, anche di incaute speranze è lastricata la strada per l’inferno e quella che sembrava una tranquilla passeggiata istituzionale si è trasformata in un tortuoso sentiero parlamentare.
Le cose stanno così: Schlein si tiene ben lontana dalla questione, un po’ perché non è indifferente alle sollecitazioni che tanta parte dell’urbanistica e della società civile le rivolgono, un po’ perché non ama Sala ed un po’ perché colloca la vicenda ed il Sindaco in una stagione, quella renziana, che vorrebbe mettere da parte ma ancora non può, non del tutto ancora. Il centrodestra, per parte sua, ha cambiato tattica in corsa e non intende fare sconti se il PD in prima persona non ci mette la faccia, come a dire avete fatto il pasticcio e non pensate che mentre noi ci sporchiamo le mani voi rimanete puri ed innocenti.
Il combinato disposto di calcoli, errori, impotenza e veti incrociati, rallenta l’iter, da poche settimane a qualche mese e più. Nel frattempo, le prime inchieste vanno a processo e qualcuno pensa, o spera, che davvero prendere tempo non sia sbagliato. Se il Tribunale di Milano decidesse per un bel “non luogo a procedere” ecco risolta, forse, la questione almeno nel merito di una “legge interpretativa” che, pur fuori luogo, almeno tradurrebbe in norma ciò che avrebbe già deciso un giudice. Resterebbero aperti i successivi gradi di giurisdizione ed il ricorso alla Corte Costituzionale, ma insomma una bella spinta verso il sì.
Attendere potrebbe premiare, ma cosa accadrebbe nel caso opposto, se il giudice condannasse in prima istanza il Comune di Milano? La situazione prenderebbe toni drammatici e, in un momento di così aspra contrapposizione tra destra e toghe, la “legge interpretativa” suonerebbe a sconfessione dell’operato dei giudici. Inaccettabile per il centrosinistra. Il rischio c’è ed è forte, ed a nulla serve dire, come il nostro Bau scia, che la legge urbanistica del ’42 è una “vergogna”, troppo vecchia per essere ancora applicata, come se non fosse stata ripresa con legge ponte del 67 e ribadita da consenso prevalente della giurisprudenza e della dottrina, E poi allora da rottamare anche la nostra “bellissima” Costituzione del ’48?
Un pessimo argomento che fa il paio con tante altre perle del primo cittadino che ogni giorno avanza un suo pensiero, spesso infondato ma fastidioso al suo “azionista di riferimento”. Come la polemica sul terzo (e perché non quarto o quinto) mandato. Grida allo scandalo antidemocratico, lamentando che solo in Italia esiste questo limite e non in Francia o in Germania. Peccato che, come sempre, nella mezza verità si celi una falsità intera: a Parigi, come a Berlino, il Sindaco non è eletto dal popolo con poteri semidirettoriali, ma dal Consiglio o dal Parlamento comunale, formato da rappresentanti del popolo. Così accadeva anche in Italia prima della Bassanini. Il limite ai mandati è funzione del grande potere monocratico che solo in Italia viene attribuito a Sindaci e Presidenti dalle leggi elettorali dei Comuni e delle Regioni, principio che trova maestosa conferma perfino nella Costituzione Americana. Insomma, una piccola “balla”, o se si vuole il pensiero bislacco di una persona che cerca pretesti.
Non è invece infondata la sua chiamata a correo del PD milanese, cui imputa di aver condiviso e taciuto complice mentre lui prendeva le decisioni. Verità storica, la questione è anche attuale e duro nodo politico. Sala chiama alle armi quanti, e sono tanti ancora nel PD milanese e nazionale, hanno condiviso complessivamente lo sviluppo di Milano fondato sulla crescita edilizia, secondo la piega liberista della segreteria Renzi. Se è vero che non tutto il male del PD è venuto dal senatore fiorentino, resta un fatto che, mentre Bersani tenne a battesimo Pisapia, fu Matteo Renzi a battezzare sia le successive vicende del PD metropolitano che soprattutto Beppe Sala a Sindaco, pur benedetto dalle primarie. Una dialettica che tuttora taglia il PD in due, e che irrisolta ancora, condiziona pesantemente non solo l’ in-decisione sulla Salvamilano, ma anche gli scenari prossimi venturi, a Milano e non solo.
In quel contesto, la risultante fu il patto opaco con i costruttori, mettendo da parte chi segnalava i rischi concreti, urbanistici, sociali e giuridici, di una normativa regionale contra egeo nazionale e contraria ai principi etico – sociali democratici. E che questo sia stato il passaggio chiave, non può essere negato, se si osserva che solo a Milano, ma non altrove in Lombardia, quelle norme sono state così disinvoltamente fatte proprie. Invece, proprio Milano, tanto più attrattiva, esigeva politiche di maggior rigore: se si chiede un bene scarso ma tanto appetibile, lo si paga di più, non di meno, anche con qualche vincolo in più. Così funziona la legge della domanda e dell’offerta, ma il libero mercato vale solo per gli altri, i poveri, i fessi ed i manuali di economia. La vicenda urbanistica milanese nasce in quella stagione, in quegli equilibri, in un momenti che si trascina fino a noi, ancora vivo perché vive sono le forze sociali e politiche che lo fecero nascere e prosperare.
Tornando all’oggi, è forte il timore che la situazione sfugga di mano e che, con Beppe Sala, vada a fondo anche il centrosinistra milanese. Si temono scenari di rottura nel centrosinistra con il sindaco Sala a capo di una sua formazione elettorale. La paura è tale che anche il segretario Capelli (“il modello Milano come l’abbiamo conosciuto è finito””), si è espresso ora a favore del Sindaco senza se e senza ma endorsement un po’ gratuito però, visto che la vicenda non è nelle sue mani, ma in quelle di Francesco Boccia, capogruppo PD al Senato. L’uomo, di osservanza schleininiana e di lunga navigazione, per parte sua, mentre rassicura sull’approvazione della SalvaMilano al Senato, non garantisce sulla conferma integrale del testo, cosa che porterà ad una seconda lettura alla Camera. Con quali tempi e con quali conseguenze, non è dato conoscere, ma chi sa delle cose parlamentari e del PD potrebbe pensar male. Insomma, avanti adagio, quasi fermi e poi di nuovo al punto di partenza. “Indeciso a tutto” (Ennio Flaiano), Il PD resta in surplace.
Ci sarebbe una via semplice tecnicamente, quanto impervia politicamente ed indigesta al portafoglio immobiliare. Eppure era ed è la via maestra. La introduce il Presidente del Consorzio Cooperative Lavoratori che chiede e si chiede per quale motivo, avendo rifatto e ripresentato di nuovo i progetti come indicato dai giudici, non trova risposta alcuna in Comune. Ingenuo. A Milano si attende che la matassa si dipani a Roma in Parlamento. E questa speranza, ma di segno opposto, si legge in controluce nel non detto del PD nazionale che piuttosto spera che i giudici a Milano tolgano le castagne dal fuoco al Parlamento di Roma.
E forse è questo lo scenario dove si potrebbe parare alla fine, per inerzia e non per decisione, per vizio e non per virtù (“La favola delle Api”, Bernard de Mandeville).
Tanto quello non si dimette. Forse.
Giuseppe Ucciero
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