11 Febbraio 2025

L’AMBIGUA POTENZIALITÀ DEL PRINCIPIO DI SUSSIDIARIETÀ

Cittadinanza  attiva e alternativa fai-da-te


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C’era una volta il popolo dei fax, il popolo dei girotondi, il popolo delle mille bandiere iridate alle finestre. Ingiustizia, corruzione e  guerra suscitavano sdegno spontaneo ed esplicita ripulsa in una cittadinanza dotata di primitivi telefonini con l’antenna sporgente e personal con memoria in chiavetta, ma pure del passaparola che fece circondare il Palazzo di giustizia mano nella mano e invadere il Palavobis per “resistere resistere resistere”.

Possibile pensare oggi qualcosa di simile? Che una società civile peraltro dotata di mezzi comunicativi esponenzialmente più potenti ed estesi possa coagulare un qualche “sentire comune” ed esprimerlo in forme incisive? Almeno riguardo i fondamentali della convivenza umana: pace e giustizia, per non parlare di etica e solidarietà.

Invero, nel breve arco di una generazione, si è diffusa una larga remissività e passività di massa (stanchezza della gente, della terra e della città secondo l’arcivescovo Delpini) a fronte delle criticità del presente e del futuro. La imponente espansione di una comunicatività pervasiva ha indotto una “mutazione molecolare”, per usare l’espressione apparsa in un recente saggio sul “civismo”(*), tesa paradossalmente all’isolamento e all’apatia.

Il comportamento politico riflette la condizione e la percezione diffusa: metà dell’elettorato (formalmente attivo!)  non vota, l’altra metà vota col paraocchi. Politica, giornalismo, pubblicità, intrattenimento hanno concorso pesantemente alla contaminazione della cultura media, del “senso comune” nell’accezione gramsciana.

La stessa strutturazione politico-istituzionale è decaduta col collasso dei partiti di massa ed il declino delle assemblee elettive in favore di cariche esecutive personalistiche, con l’effetto di un sostanziale deterioramento della democrazia ridotta a schermaglia propagandistica e occupazione di posti di potere. Catturare voti e vincere le elezioni è il fine, non il mezzo per tradurre il consenso in coerente azione di governo.

Fin qui un doveroso pessimismo della ragione, ma è giusto concedere uno spiraglio anche al generoso ottimismo della volontà. Parliamo del volontariato e dell’associazionismo spontaneo che nascono dalla società civile, quantomeno dalla parte più sensibile, motivata e preparata rispetto al mediocre professionismo politico. Un terzo settore protagonista controcorrente di atti e fatti significativi di civismo e solidarietà: germogli freschi che spuntano nell’arida radura omologata.

Ovvero una società complessivamente destrutturata dopo la scomparsa della classe operaia (che permane come classe “in se” subalterna, non come classe “per se” autocosciente). Pertanto una società liquida, scioltasi nella transizione tra i due secoli secondo l’interpretazione di Zygmunt Bauman; che per altro rischia tendenzialmente di evaporare sotto la pressione tecnologico-finanziaria-oligarchica di una ristretta élite dominante.

Tuttavia, come richiamava Brecht, “l’uomo ha un difetto, può pensare”. Pertanto è proprio dal pantano che volonterosi seminatori riescano a coltivare fiori e frutti, come fortunatamente avviene nell’ampia congerie di organismi dell’associazionismo impegnato.  Una rete di sussidiarietà virtuosa, e tuttavia rischiosa: insidiata da momenti e movimenti  che coprono interessi di privatizzazione e supplenza dei servizi propri della pubblica amministrazione.

Si pone allora la domanda cruciale: può questa onesta e solerte rete fare blocco, assumere peso politico e influenza istituzionale?  Quale reazione chimica può estrarre dalla soluzione liquida un solido precipitato che coaguli forze vive e vitali ma disperse? E quale rapporto fisico con la sponda politico-istituzionale che inevitabilmente collega società e Stato?

In altri tempi l’ipotesi era realistica: forze popolari e poteri costituiti potevano interagire, come da questa chiara proposta politica: “Organismi di democrazia di base come momenti di intervento e decisione che si collegano con le assemblee elettive, dando un colpo alla separatezza ed al verticismo delle assemblee e degli stessi partiti politici. Dunque un intreccio organizzato tra democrazia rappresentativa e democrazia di base essenziale per dare corpo ad una democrazia progressiva” (**).

Ma ora?

Valentino Ballabio

(*) G. Cotturri, “Io ci sono”, Ed. la meridiana, 2024

(**) P. Ingrao, “Masse e potere”, Editori riuniti, 1977



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  1. Andrea VitaliLa spiegazione è semplice: i partiti che dovevano rappresentare la parte disagiata della società, li hanno traditi. Hanno usato parole accattivanti per raccogliere il consenso, dopo di che sono passati (per un piatto di lenticchie) al servizio del capitale. Per questo la gente non si mobilita più: a che pro? Per fare avere qualche incarico a qualche architetto "de sinistra"? Anche no (did they get you trade - your heroes for ghost - cold comfort for change? Avevano già detto tutto i Pink Floyd anni fa)
    12 Febbraio 2025 • 21:01Rispondi
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