11 Febbraio 2025

SOLO IL CONSIGLIO COMUNALE PUÒ “SALVARE MILANO”

Imboccare  la strada giusta


beltrami3 (13)

“Se il PD non appoggiasse questa norma metterebbe in discussione il mio operato e quello del mio predecessore Pisapia”. Dopo una minaccia nei confronti di tutti partirti del centrosinistra, un ricatto preciso nei confronti del PD. 

È stata questa la dichiarazione di Sala il giorno dopo l’audizione tenuta in Senato il 29 gennaio nella quale chi ha avuto la pazienza di collegarsi via internet ne ha sentire di tutti colori.

Una dichiarazione per mettere il PD con le spalle al muro, obbligandolo a scegliere se salvare sé stesso o stare dalla parte dei cittadini e della opinione pubblica milanese.

La giornata era iniziata all’insegna del “chiedo al Parlamento un parere, non stiamo chiedendo un salvacondotto”. Pensando, con l’arroganza che distingue il nostro Sindaco, di poter ridurre il potere legislativo del Senato ad un qualsiasi ufficio di consulenza giuridico o amministrativa a suo uso personale.

Ma non gli è andata bene, perché anche i bambini e in particolare i senatori sanno benissimo che non è nelle prerogative del Senato quello di dare pareri né a Sala né a nessun altro libero cittadino. Ma di fare leggi (si spera) negli interessi generali.

Naturalmente l’audizione è stata infarcita di affermazioni senza senso, giocate su parole ad effetto, ma prive di qualsiasi fondamento.

Sala ha cercato di portare il confronto sul significato “transitorio” del “Salva Milano”, auspicando a breve la rapida approvazione di una riforma organica della legislazione urbanistica. Ma nessuna legge può essere dichiarata preventivamente transitoria o a termine, scadendo solo il giorno in cui verrà modificata da una nuova. 

Né si può far credere che sia una cosa semplice approvare in breve tempo una riforma organica della disciplina urbanistica, questione aperta fin dal 1963 quando la DC impallinò la riforma Sullo per sposare, già allora, gli interessi della rendita fondiaria. 

Né si può sostenere che la legge “Salva Milano” possa essere un provvedimento “circoscritto” a Milano, quando la sua vera pericolosità sta proprio nel suo opposto. Quello di estendere a tutti i comuni italiani grandi e piccoli, in montagna e lungo le coste dei nostri mari, lo scempio che Milano ha prodotto con la più grande cementificazione della sua storia recente. Derogando dalla legislazione nazionale vigente e applicando norme e procedure straordinarie e illegittime. D’altra parte se non fosse così non saremmo qui a discuterne.

Così come è falsa la tesi secondo la quale Milano si è comportata in questo modo perché la legislazione urbanistica nazionale sarebbe obsoleta. Facendo più volte riferimento alla legge urbanistica del 1942 e ai decreti del 1968, nascondendo il fatto che questa legislazione è stata nel corso degli anni più volte integrata e aggiornata da leggi importanti approvate dagli anni ’70 fino ai giorni nostri, comprese le recenti leggi regionali. 

In questo senso la cosiddetta “interpretazione autentica” del “Salva Milano” avrebbe una portata cosi estensiva rispetto al dettato originario della legge vigente, da configurarsi di fatto come una nuova legge urbanistica di totale liberalizzazione senza regole della attività edilizia. 

Si è tentato infine di far credere ai senatori (che non sono stupidi) che la decisione di Milano di realizzare grandi interventi, senza approvare piani attuativi, sostituendo cascine o capannoni industriali con dei grattacieli, non risponde agli interessi dei costruttori di aumentare le volumetrie esistenti, cambiando contemporaneamente la destinazione d’uso dei fabbricati, ma è il frutto di una precisa scelta politica adottata dalla amministrazione comunale.

Ma andiamo al cuore del problema, che dovrebbe vedere la reazione compatta dell’intero Parlamento da una parte e del Consiglio comunale dall’altra.

L’eventuale approvazione del “Salva Milano” sarebbe la dimostrazione di come il Parlamento possa, per interposta persona, finire sotto scacco degli interessi finanziari e immobiliari che hanno caratterizzato negli ultimi dieci anni le trasformazioni urbanistiche ed edilizie di Milano. Per fare che cosa? Per fare nel resto d’Italia quello che si è fatto finora a Milano.  Rendendo legale ciò che finora si è fatto in modo irregolare.

La riprova di questa affermazione è semplice. Se il problema fosse solo Milano e non invece quello di estendere una diabolica gestione urbanistica a favore degli interessi immobiliari su tutto il territorio nazionale, la giunta di Milano sarebbe già intervenuta per risolvere il problema senza bisogno di andare a Roma con il cappello in mano. Si chiama “giustizia riparativa” o più semplicemente ritiro degli atti amministrativi illegittimi della legge 241 del 1990. Scegliendo una strada molto più sicura e più veloce, rispetto ad una eventuale approvazione parlamentare destinata peraltro ad andare a sbattere contro una probabile dichiarazione di incostituzionalità.

Riducendo il danno che finora è stato provocato alla città, sbloccando l’attività edilizia, ed evitando di approvare per legge un condono gratuito.

Se si scegliesse di risolvere i problemi in casa si potrebbe almeno in parte, ritornare alla normalità, evitando procedure in deroga della legislazione urbanistica nazionale. Si incomincerebbe a rendere la questione urbanistica più trasparente. Si consentirebbe ai cittadini di conoscere preventivamente i contenuti di queste trasformazioni e al consiglio comunale, e quindi ai rappresentanti dei cittadini, di decidere sulle sorti della città. 

Diversamente il “Salva Milano” sarebbe solo la legittimazione di una carognata, fatta contro la migliore cultura urbanistica italiana, assecondando quella predatoria. Contro la difesa della città e del paesaggio urbano, contro il diritto dei cittadini di difendere la città pubblica e non gli interessi privati. 

Non ci vuole infatti molto a capire che tutti gli interventi sui quali è intervenuta la magistratura e che adesso il Parlamento dovrebbe sanare, sono interventi della città ricca contro la città di tutti. Sono interventi della città della rendita contro gli interessi e i bisogni dei cittadini meno abbienti, che hanno visto, proprio a causa di questi interventi, aumentare il valore immobiliare delle abitazioni e indirettamente il costo degli affitti. Interventi che hanno prodotto l’espulsione in dieci anni di 400 mila cittadini, ceti medi e poveri, sostituiti con quelli più ricchi, cambiando persino la composizione sociale della città.

Oltre al danno materiale che è ricaduto su tutta la comunità, anche facilmente quantificabile. Queste procedure hanno consentito ai costruttori di realizzare i propri interventi ad un costo minore del previsto, pagando meno gli oneri di urbanizzazione, meno IVA, meno monetizzazione delle aree, usufruendo persino di agevolazioni fiscali.  Un danno per le casse comunali e per quelle statali.

Un danno che i cittadini hanno pagato con la carenza di investimenti pubblici in tanti altri settori: carenza di risorse che avrebbero potuto essere utilizzate per migliorare la dotazione dei servizi, per realizzare un sistema di trasporti più efficace, per ridurre il fabbisogno di edilizia economica e popolare.

Ecco perché riportare tutta questa brutta vicenda nell’ambito delle decisioni del Comune di Milano è oggi la strada più semplice e più veloce per affrontare concretamente la questione urbanistica milanese. Un’iniziativa salutare per ridare autorevolezza e dignità a tutta la giunta e a tutto il consiglio, ai consiglieri di maggioranza e di opposizione, affinché possano svolgere il ruolo che finora gli è stato impedito. Una strada che il PD in particolare potrebbe percorrere, con coraggio, togliendo il “Salva Milano” dal tavolo delle aule parlamentari.

Roberto Biscardini



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