28 Gennaio 2025
FASCISTI SU MARTE
La cosmogonia delirante della nuova destra americana

Vent’anni fa “Fascisti su Marte” era solo una trasmissione TV di successo: il manipolo in orbace catapultato nello spazio alla conquista del Pianeta Rosso (… comunista) si dibatteva nella sproporzione incommensurabile tra grandezza dell’impresa e povertà di mezzi, camuffata comicamente dalle pose gladiatorie, la retorica mussoliniana, i toni stentorei stile EIAR. Il grottesco ce li faceva quasi simpatici, tanto lontani ormai ci si pensava da un passato ridotto a parodia.
Si rideva, e non si immaginava, come avremmo potuto, che la conquista di Marte sarebbe diventata un tempo, che è il nostro di oggi, simbolo della nuova destra americana. Make America Great Again, ed allora avanti alla conquista di Marte, perché Marte è “nostro”, anzi tutto il sistema solare è “nostro”, la Groenlandia sarà “nostra” con le buone o con le cattive, il golfo del Messico è nostro e sia “Golfo d’America”, ed anche Panama, che abbiamo pagato con i “nostri” soldi. Ed il Canale della Manica diventi “Canale George Washington”, che poveretto, se sapesse, si rivolterebbe nella tomba.
Come un bimbo capriccioso, il faccino imbronciato e protervo, la boccuccia a cul di gallina, il ciuffetto al vento, Donald Trump grida al mondo che tutto quanto tocca e vede è suo, solo suo. Vicino attende il suo turno quell’altro, peggiore se possibile del compagno di giochi.
Tutto il mondo è americano, un neoimperialismo brutale reinventa geografia, confini e domìni sulla terra ed oltre, ritagliando attorno alla fisionomia USA una visione del mondo nuova e spaventosa perché fondata sull’annichilimento dell’altro.
Una cosmogonia delirante, e ci sarebbe da ridere anche più di vent’anni fa, non fosse che questi “fascisti su Marte” di oggi sono spaventosamente concreti e potenti. Prende corpo la possibilità di un futuro fondato strutturalmente sulla diseguaglianza come principio ordinatore della nuova società globale, una diseguaglianza, s’intende, trasfigurata e legittimata da un’idea di “libertà” fondata sull’onnipotenza dell’individuo, insofferente di vincoli che non siano quelli imposti dalla sua stessa forza.
Una dimensione sganciata da ogni forma di empatia e di riconoscimento del legame sociale dell’individuo, tanto selvaggia e radicale da fare del vecchio Dam Smith (professore di Filosofia Morale quando l’economia era scienza sociale) un pensatore incline alla debolezza sentimentale. Una dimensione che occulta dietro il “fantasma della libertà” il debito dell’economia alla società, della società alla natura, del singolo alla collettività, e del capitale a lavoro ed umanità.
Al popolo, stordito, immiserito e disilluso, da una globalizzazione senza regole, Trump somministra il dolce placebo: dosi massicce di “nuovo sogno americano”, una narrazione reazionaria, dove sostanza della promessa è il ritorno all’american way off life, a quegli anni cinquanta tanto felici “perché” ancora privi della malsana malattia dell’eguaglianza e neppure sfiorati dai debiti di riconoscenza a chi ha dato molto e ricevuto poco, o dal dovere dei risarcimenti a chi aveva titoli originari e ne è stato derubato. Viene su dalle viscere dell’americano impoverito un sentimento di rivalsa, che individua nell’establishment globalista il traditore dell’identità americana più vera e profonda.
Questo sentimento, incubato a lungo e sanguinante dopo la crisi finanziaria del 2008, trova consolazione, non soluzione però, nell’affabulazione di un’America risorta nella purezza della “razza” dentro i confini, nei precetti ossessivi della morale biblica, nei consumi senza rimorso verso le generazioni future, nella creazione di una “scienza fai da te” dimentica di Galileo, nella chiusura al male esterno (persone o merci) che mina la dolce felicità domestica. L’America basta a sé stessa, e quel che serve se lo prende.
Tradimento, rancore, odio, nostalgia di un passato felice, non c’è bisogno di essere Wilhelm Reich (*) per intuire quanto questa miscela formi il presupposto di movimenti e regimi reazionari di massa ed in effetti questo coacervo di sentimenti traditi e frustrazioni, è benzina e tratto distintivo delle “nuove” destre mondiali. Messo da parte, anche questa volta, il conservatorismo liberale ormai inadeguato a contenere la rabbia sociale, restano disponibili a destra, nella crisi della globalizzazione capitalista, solo il populismo carismatico, il linguaggio brutale, lo sbriciolamento delle istituzioni, la creazione di un falso contesto che preservi i popoli dalle insidie del mondo. Così America First, ma anche Argentina First, Italia First, France First, Deutschland First (anzi ùber alles), e perché no Rossíja First, Iran First, China First….. in un gioco di specchi dove l’immagine propria è sempre più bella di quella altrui. Un gioco tragico che il ‘900 ha già vissuto e pagato.
Del resto, che le contraddizioni del nuovo sogno americano possano generare presto o tardi nuova e più dura disillusione, nuovi e più tremendi conflitti, non è un pericolo, è certezza e questo dà il segno della gravità estrema della nuova fase aperta dal trionfo di Trump. A parte altre e pur fondamentali questioni di fondo, la sua visione, è noto, fonda rinascita della grandezza americana e benessere del suo popolo (sic !!) su due pilastri nel rapporto col mondo: dazi sulle merci e blocco dei migranti. In un tempo passato, i dazi potevano portare a vantaggi, ma era un mondo dominato da economie chiuse, mercantili, dove le filiere tecnologiche e produttive erano tutte interne al paese esportatore di eccessi ed importatore di penurie.
Cosa resta di quel sistema mondiale dopo trent’anni di globalizzazione? Solo un pensiero: i dazi colpiranno certo le merci degli altri paesi ma anche quelle prodotte, con enormi profitti, dalle imprese americane all’estero (Apple vende a molto in USA gli Iphone prodotti con poco a Shenzen ….). E quale impatto sulla competitività delle merci USA se gli operati immigrati non lavoreranno più a basso costo nelle fabbriche? E quale nella ristorazione, nei servizi alle persone, nel facilities management? Un mondo interconnesso, dove tecnologie, capitali, saperi, merci e persone, sono ormai così intrecciate, non potrà sopportare la cura Trump, destinata a generare crisi ancora più gravi di quelle che riceve in eredità, con buona pace delle povere anime della sinistra che ancora gli fanno credito come “operatore di pace”.
Se il paradigma (mercatismo, multilateralismo, universalità dei diritti civili..) su cui si è retta l’epoca della globalizzazione si è ormai consumato, quello delle destre populiste (anarco capitalismo, individualismo selvaggio e nazionalismo..) non reggerà alla prova, ma questa prospettiva non risolve di per sé il problema gigantesco di elaborazione e raccolta delle forze attorno ad una nuova politica. Il Partito Democratico USA è tramortito e ci vorrà tempo perché legga e comprenda, con i limiti della sua proposta, la radicalità dei bisogni raccolti dalla destra, e perché emerga una forte leadership che faccia vivere una nuova visione nel cuore e nelle menti delle persone. Cosa accadrà dell’Europa? Si teme il peggio fino alla cancellazione della precaria costruzione unitaria faticosamente raggiunta.
Per l’Italia, Meloni ha già scelto, agganciando il nostro vagone a quello delle destre europee e mondiali, abilmente però. Al pessimismo della ragione, che vede deboli, disorientate e sparse le forze della democrazia e della sinistra, può ancora affiancarsi l’ottimismo della volontà? Possiamo sperare che “Fascisti su Marte” torni ad essere solo la divertente parodia di un passato da esorcizzare con una risata, o siamo destinati ad essere spettatori inerti di un’era nuova, tanto simile a quella passata, ma anche tanto diversa?
Spes ultima dea
Giuseppe Ucciero
(*) “Psicologia di massa del fascismo”, Wilhelm Reich