LA BANDA DEL BUCO CHE LATITA

Del disastro di Valencia la notizia che ha colpito più positivamente è quella di un’infrastruttura di 2000 anni fa, una diga romana, che ha funto da laminazione alla piena, riducendone l’impatto sul territorio. Perché da noi le vasche di laminazione in quanto tali sollevano rivolte popolari?
Da un punto di vista funzionale, i fiumi stessi si sono organizzati nel corso del tempo, provvedendo a crearsi anse di scarico delle piene, ma ciò accadeva in un equilibrio che metteva in conto territori paludosi e malarici: la storia idraulica italiana potrebbe essere raccontata come l’emancipazione dalla palude (il Lago Gerundo che occupava la nostra parte di Pianura Padana) consentendo alle acque di scorrere e ai territori di diventare produttivi.
Quella che pare una vittoria eraclitea a favore dello scorrimento delle acque contro il loro ristagno, è andata peraltro di pari passo con l’affermazione della diga come riserva d’acqua a uso irriguo e poi energetico, un calmiere contro l’andamento erratico delle precipitazioni da cui è nata la civiltà occidentale nella Mezzaluna Fertile: è evidente il contrasto con la proficua rassegnazione egizia usa a far conto sulle piene del Nilo per fertilizzare i terreni limitrofi e l’efficacia delle canalizzazioni nell’estendere le aree agricole ben oltre tali piene.
I problemi, manco a dirlo, nascono con l’urbanizzazione e la cementificazione del territorio che limitano l’assorbimento delle piogge e le rimandano ingrossate dove queste possono scolare, ovvero in fiumi e canali: quando questi, tipico l’esempio del Seveso, vengono tombinati e quindi limitati nella loro capacità di laminazione delle piogge ecco il patatrac cui, nello specifico, si sarebbe potuto porre rimedio con un altro canale speculare allo Scolmatore di Nord Ovest realizzato negli anni ’50, peccato che la stessa urbanizzazione selvaggia del Nord Milano (le villette e le fabbrichette brianzole e limitrofe) abbia reso assai più ostico pensare ad uno scolmatore che non a vasche di laminazione e così solo queste abbiamo per porre fine alle piene del Seveso e sollevare i dipendenti dei Comuni interessati a valle, con in testa Milano vittoriosa e beneficiaria dei 170 mln di investimenti necessari, dal doversi sobbarcare pulizie delle caditoie e stombinamenti, ovvero farsi le necessarie, anche se insufficienti, laminazioni a casa propria.
Ma il problema delle piene e delle laminazioni è solo uno degli aspetti del problema idraulico nell’era del Cambiamento Climatico e della Decarbonizzazione.
È già di per sé notevole che le nostre condizioni climatiche non vedano in realtà un cambiamento nelle quantità di acque che ci giungono dal cielo (più o meno 900-1000 mm/anno dal 1770) ma una loro differente distribuzione, con intensità prolungate e prolungate siccità; anche le siccità chiedono vasche di riserva per poter conservare l’acqua nei momenti di bisogno e questa corrispondenza di necessità di volumi fra troppo pieno e troppo vuoto indica che tali volumi potrebbero essere la soluzione a due problemi e non a uno solo: ma noi italiani e milanesi che viaggiamo spinti solo dai calci nel sedere dell’ultima emergenza fastidiosa non possediamo sguardo e pensiero adatti per capire che nello spendere risorse di tutti ci si debba porre preliminarmente il problema di concepire le infrastrutture come un insieme organico.
Siccome abbiamo uomini pubblici dedicati alle piene, e uomini pubblici dedicati alle siccità anche quando gli interessi coincidono i finanziamenti e le opere degli uni non tengono quasi mai conto di quelli degli altri: tu is mei che uan quando si tratta di spendere a piè di lista, come ragiona in modo tetragono la Pubblica Amministrazione, ben contenta di non venire mai investita del problema di portarsi a casa la pagnotta proponendo piani industriali in equilibrio, come capita a noi che viviamo nel mondo privato.
A Milano la questione della necessità degli accumuli non si esaurisce con gli estremismi climatici ma si somma ad altre emergenze destinate a ingigantirsi col tempo, prima fra tutte quella della decarbonizzazione negli usi termici il cui fattore discriminante, ovvero la quantità di energia fossile non rinnovabile da sradicare nei consumi pubblici e privati, si declina solo con l’impiego dell’energia geotermica e di quella solare, essendo le Pompe di Calore più impiegate oggi alimentate da un fluido sorgente come l’aria che ha rendimenti assolutamente antieconomici, specie se paragonati al costo di installazione e comunque per ciò stesso deficitari in termini di risparmio energetico: una macchina che estrae/rende meno calore perché usa un fluido che è caldo quando abbisogno freddo e viceversa, è la negazione stessa del risparmio energetico specie se, come a Milano, ho un mare sottostante a temperatura stabile.
Ma per poter usare un fluido sorgente virtuoso ho pure bisogno di accumularlo a temperature differenti da quelle ‘naturali’ (15°-16°) perché gli scarti termici che la città produce, se accumulati e distribuiti diminuiscono ulteriormente consumi e inquinamento: ma per accumularli occorrono vasche che, senza troppa fantasia, potrebbero coincidere con quelle richieste da piene e siccità e ci consentirebbero si spendere in infrastrutture a questo punto trivalenti.
Potremmo anche finirla qua con la domanda pressante di buchi a livello del suolo o anche sottostanti (si veda come Tokyo ha affrontato con soluzione ciclopica il problema delle piene https://www.japan.travel/it/spot/1524/?fbclid=IwY2xjawGmrlxleHRuA2FlbQIxMQABHRMLHyzpzGubo1Taokgt2isdioAeiWBiMZ8SdFQxDQmUj-83S1RkvFvV0A_aem_bNEpulCjaDKrAFUM4hRAvg) se non considerassimo pure che un Paese notoriamente refrattario alle infrastrutturazioni ad uso pubblico come gli USA, si trovino oggi con le loro riserve energetiche accumulate al 93% in doppi bacini idrici, ovvero i nostri buchi ma su due livelli differenti.
L’obiezione principale che in una Pianura come quella milanese i due dislivelli sarebbero irrisori contrasta con l’osservazione banale ma fondata che i diecimila km di articolazione in canali che percorrono la pianura milanese sono dotati di salti significativi in corrispondenza delle chiuse ma anche di uno scorrimento potenzialmente continuo, e pertanto furono risorsa energetica e trasportistica fondamentale nello sviluppo milanese mentre ora vivacchiano trascurati, quando non eliminati, dall’espandersi della Città : eppure, come pare aver capito Regione Lombardia che chiede ai gestori del Servizio Idrico Integrato di farsi carico di tali canali in abbandono proprio per laminare le piogge eccedenti, i milanesi di quell’energia pulita paiono non farsene nulla, assuefatti dalla comodità delle prese elettriche esistenti cogenerate in modo saltuariamente insufficiente da combustibili fossili non rinnovabili, emblema del Carpe Diem che omogeneizza cittadini e amministratori pubblici.
Più folkloristico che necessario il possibile ruolo dei nostri buchi come terminal trasportistici in un sistema di interscambio che rimandi ancora una volta alla dimensione organica da cui nacquero i Navigli (irrigazione, alimentazione idrica, fonte di energia e strada di trasporto a basso costo) perché oggi come allora i corsi e i laghi hanno molteplici funzioni possibili che fanno un piano industriale pubblico dotato di senso ed equilibrio se solo ci fossero Politici in grado di vederlo e Amministratori in grado di cantierizzarlo.
Certo è che la questione degli accumuli superficiali e sotterranei diventerà entro pochi anni il nodo cruciale da cui passare per combattere sia gli effetti del cambiamento climatico sui territori che la decarbonizzazione non a vanvera dell’area milanese, la più inquinata da ossidi d’azoto d’Europa.
La speranza è quella di trovarsi in un vicolo cieco senza via di scampo e quindi una sola direzione obbligata, ma soprattutto avendo alla guida di Città e Regione qualcuno capace di comprenderlo e porvi rimedio: probabilmente Carlo Cattaneo avrebbe già stalkerizzato chi di dovere in modo assai più efficace di quanto faccia io, con mio gran scorno.
Giuseppe Santagostino
