DI VISSUTO DELLA GIOIA ALTRUI: UNA MENTE PERIFERICA

Imm. Gennai

Non è colpa mia, canta Gazelle nel suo brano: “Destri”. Tuttavia, una leggera vertigine prende il sopravvento quando guardi tuo figlio appoggiato al balcone di casa, affacciato sulla tangenziale. Prendiamo come esempio un pezzo di periferia dove si vive in un romanzo popolare. Questa è via Val Lagarina, estremo nord del Comune di Milano, in un quartiere attraversato dalla tangenziale ovest dove le scuole di frontiera fanno fatica a plasmare i ragazzi che qui vivono la loro infanzia e l’adolescenza aspettando Godot. Vite frontaliere di barriere antirumore, di giardinetti a ridosso della nuova quarta corsia dinamica un tempo corsia d’emergenza, dove lo smog non è conteggiato come da altre parti a Milano. Sulla tangenziale nessuno osa, non si possono fare interventi come asfalti antismog e dove possibile, intervenire con pannelli fotocatalitici. Il cittadino qui vive nella rassegnazione 

Povertà, marginalità e frammentazione urbana non sono più confinate alle realtà del sottosviluppo, ma, a causa della crisi, si affermano anche nella nostra Milano, in pieno periodo di cambiamento, delineando una serie di importanti interrogativi sulla tenuta sociale delle città: il desolato presente in cui vivono molti cittadini rischia di rappresentare un’anticipazione del nostro futuro. Date queste premesse sembrano poco praticabili le alternative proposte dalle nuove forme di governance della povertà, così come altrettanto inefficaci appaiono le prospettive di ‘fuga individuale’ dai quartieri della emarginazione. 

Nonostante il quadro inquietante che emerge dall’analisi delle grandi trasformazioni milanesi e dal loro impatto sulle singolarità dei quartieri, il nostro invito è un invito a pensare diversamente la periferia. Infatti, al di là delle miserie del presente rimangono aperti spazi di speranza: nello stesso divenire periferia di parti sempre più consistenti delle nostre città risiede anche la possibilità di un recupero generalizzato della dimensione urbana e di modalità di vita associata più civili e giuste.

Si diceva colpevoli di periferia e  per questo, in attesa di un processo, resta l’idea del cambiamento come rivoluzionaria è necessaria per chi non si sente particolarmente in equilibrio, e le periferie sono costantemente in stato di equilibrio precario e di recente, nonostante la grande attenzione mediatica, sono solo le Associazioni e i cittadini attivi che fanno quanto possono per tenere alta l’attenzione sulle periferie di una Milano che oggi si riscopre viva e attiva dove non sembrava possibile, ciò nonostante, si assiste a una persistente concentrazione su aree urbane più centrali, su luoghi dove meglio si possa avere grossi guadagni dal costruire, cementificare, fare volumi non certo per housing sociale ne per i milanesi.

Se il concetto di equilibrio sia un vettore del cambiamento, non è chiaro ma è certamente ciò che ci spinge a cercare una soluzione per risolvere un problema che ne impedisce il compimento.

Se poi si pensasse all’equilibrio in un quartiere della Milano di oggi, di una periferia di oggi, servirebbe avere dei punti di riferimento per dare uno spazio definito al teorema del cambiamento. Oggi i punti di riferimento sono ad appannaggio del privato e poco del Pubblico. Un Pubblico che si manifesta in modo schizofrenico, concentrato su cercare di sviare il proprio “opera rotas” totalmente concentrato su come rendere Milano una preda facile per i predatori, tanto da vendere i gioielli di famiglia. L’ultimo, lo Stadio di San Siro.

Il valore assoluto di un quartiere è fatto di più fattori, uno dei principali è la qualità dei trasporti che lo congiungono con il centro città, un altro è la capacità attrattiva che si misura con la vivibilità, le opportunità di trovare luoghi a buon prezzo per evolvere una propria attività, e dove pensare che in quel luogo si possa crescere una Famiglia. Ecco l’equilibrio, l’armonia, il pensare positivo a partire da un senso di sicurezza ma anche di bellezza relativa.

Prendiamo in prestito il sentire di Giovanni Testori, per definire un quartiere in cerca di una nuova identità e bellezza, senza dimenticarne la storia. Un casermone, una periferia, un mondo alla fine, dove non si è più padrone di niente, neanche della propria carne.

È il “Fabbricone” di Testori, 1961, il romanzo ambientato in una delle prime case popolari della periferia nord-ovest Milanese degli anni ‘50, tra via Zoagli e via Aldini zona Musocco /Quarto Oggiaro, non a caso; una zona che dopo la guerra era sprofondata in uno stato di sempre maggior degrado tanto da essere definita dai preti della zona come “refugium peccatorum”, appunto.

Se si pensasse con una visione d’insieme, in cui porre il focus sul cittadino e la sua condizione di sofferenza in una Milano proiettata al 2050, risulterebbe invece un tema rispondente alla sostenibilità sia ambientale che di sicurezza, un nuovo modo di gestire gli equilibri, ma questo presuppone una volontà politica forte e una concentrazione di energie e dunque di competenze che a Milano non mancano ma che ad oggi sono messe da parte, rilegate in ambienti intellettuali dove si prova a dare contributi, purtroppo inascoltati. Si preferisce parlare con un vocabolario congeniale al Business and Finance, dove corrono veloci i prodigi bocconiani dell’MBA, dai quali aspettarsi un unico totem, fare plusvalenza.

Se si pensasse a una zona di grande esempio per definire bene quale sia la discrasia della prospettiva, balza alla cronaca la zona Stephenson, in mezzo al lanciatissimo Cascina Merlata e a un quartiere strutturato come Musocco, oltre a Mind anche se oltre la tangenziale. Questo quartiere, ancora probabilmente chiuso in una morsa di corsi e ricorsi, fu al centro delle cronache negli anni 80, per via di un investimento Ligresti che puntò sull’allora idea delle torri di Ligresti come archetipo di un nuovo centro sullo stile parigino della “Defense”, Ma le torri sono sparse un po’ in tutta la periferia di Milano, sono di quanto più dozzinale ci possa essere.

Dei parallelepipedi di vetro e cemento di circa 20 piani senza un minimo di senso estetico costruiti generalmente a gruppi e che nel corso dei decenni sono poco alla volta rimasti vuoti. Alcuni sono in fase di riqualificazione o l’hanno conclusa, per altri non ci sono progetti di recupero. Abbatterli potrebbe essere la soluzione ideale per lanciare un messaggio di una stagione, anche estetica, per le periferie milanesi. 

Su questo argomento il Comune di Milano, da anni, è assente, nonostante l’emergenza fatta anche di occupazioni, presenze illegali ma soprattutto degrado generalizzato. Le torri Ligresti, come è evidente, sono private e molte sotto sequestro giudiziario dato il fallimento Ligresti. Ancora un esempio di convergenze poco trasparenti tra affari, Finanza e politica, dove il cittadino non è neanche spettatore, solo vittima. Certo, non è che uno dei tanti angoli di una Milano che sembra ancora nel periodo post bellico, una Milano incapace di sanare se non attraverso il privato, e dunque più propensa a chiudere gli occhi e andare avanti. È evidentemente impensabile un piano Marshall bis.

Crediamo già una cosa straordinaria, un programma, un progetto, un qualcosa in cui credere ad un futuro possibile. 

Ma la periferia di oggi, presenta anche molti aspetti positivi, con l’associazionismo e i Municipi che cercano un loro ruolo spingendo le Associazioni attraverso i patrocini e quando possono, promuovendo anche attività attraverso sponsorizzazioni come, ad esempio, i murales (noti per coprire magagne strutturali nel mare nostrum delle case popolari passate a MM che notoriamente ha come maggior investitore il Comune di Milano, in competizione con Aler di Regione Lombardia).

 Si diceva una periferia che spinge molto, oggi prontissima per la svolta che si spera avvenga in tempi ragionevoli con una   Giunta maggiormente attenta alle questioni milanesi dei cittadini e meno della Finanza e del Real Estate predatorio, del quale si annota anche una parte con finalità di ristrutturazione e forse rigenerazione, nel distinguere i due termini, spesso usati per promuovere iniziative che poi si rivelano dei “minus” in termini di ricaduta sociale e di servizi al cittadino

Si potrebbe parlare del Centro Commerciale Merlata Bloom, il quale troneggia con la sua superficie Mall di 720 mila mq e 210 negozi, impantanato in un angolo di Milano privo di servizi e di strade adeguate, con il risultato che molti negozi chiudono e i locali Food non lavorano. Cascina Merlata, un quartiere cresciuto senza servizi e con molta miopia selettiva. Una svolta nel dare un senso al Centro Commerciale, potrebbe essere data dall’aprire dei servizi che mancano nel quartiere, come l’ ufficio postale e altri punti di interesse pubblico, per cambiare la percezione di una astronave ancora non ancorata, e dare un senso al progetto.

A Milano le riqualificazioni definitive passano da un progetto di metropolitana, unico vettore che possa portare un quartiere ad essere attrattivo per gli investimenti importanti e con una progettualità generalizzata e non episodica come invece avviene nella maggior parte dei casi. Su questo aspetto, servirebbe anche una maggiore vision innovativa e soprattutto alternativa, dato che per fare una metro servono stanziamenti enormi e dunque tempo e bracci di ferro politici sui quali domina il paradigma: costruiamo, poi si vedrà. 

Ringrazio Sara Manazza per il contributo al testo.

Gianluca Gennai

 

 

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