L’HAUSKONZERT DI BARBARA BONI

Imm.Viola

È un vero peccato che a Milano sia poco diffuso l’Hauskonzert, il “concerto in casa” molto praticato nei paesi anglosassoni. Non è una cosa da nababbi, è molto più semplice di quanto non si creda. Basta avere o procurarsi un buon pianoforte, non necessariamente un “gran coda” da concerto ma comunque “a coda” (il pianoforte “verticale” è uno strumento da studio, non da concerto) e dei musicisti di qualità adeguata al pubblico. Il pubblico va scelto con cura: deve avere una minima preparazione musicale o almeno una disposizione d’animo adeguata per apprezzare e godere un programma di musica classica (non so se la musica leggera sia idonea ad atmosfere così … intimamente casalinghe!). Gli interpreti, che potranno essere uno o più di uno – anche in funzione della dimensione della casa e dall’acustica dell’ambiente – possono essere amici o conoscenti che utilizzano queste occasioni come opportunità per “provare” programmi di concorsi o di concerti.

Avete idea di quanto sia emozionante ascoltare uno strumento che si trova a pochi metri da noi, guardando in faccia l’interprete che, totalmente immerso fra gli ascoltatori, partecipa della straordinaria tensione emotiva che si crea tutt’intorno? D’altronde gran parte della musica che noi amiamo, la musica da camera, non nasce per le grandi sale da concerto – che in un certo senso la snaturano – ma per essere eseguita in ambienti molto più piccoli, nelle sale di rappresentanza di nobili residenze, con un pubblico selezionato di aristocratici e di notabili.

Mi sono dilungato su questo tema perché qualche giorno fa, in un appartamento tutt’altro che grandioso, intorno a un pianoforte “mezza coda” di buon lignaggio, mi sono trovato insieme a una trentina di amici musicofili ad ascoltare una magnifica pianista che ha eseguito un programma tutto dedicato a Schubert e Chopin. Era Barbara Boni, una spezzina da tempo diventata milanese, con un curriculum di tutto rispetto grazie alla grande passione per la musica e il pianoforte; vincitrice di diversi concorsi internazionali, ha tenuto concerti in tutta Italia, da Milano (Amici del Loggione del teatro alla Scala, Piano-City del 2018, teatro Filodrammatici, Conservatorio G. Verdi, Casa Verdi, Consolato del Giappone, ecc.) a Camaiore, Carrara, Monza, Sarzana, in Calabria a Gerace, e perfino in Sud Africa, all’Auckland Park Club di Johannesburg!

Il programma prevedeva l’Improvviso op.142 n.3 e la Sonata in la maggiore D. 644 di Franz Schubert e, tra l’uno e l’altra, la Fantasia Improvviso op. 66 e il Notturno op.9 n.1 di Frederic Chopin; il fil rouge che li legava era la grande ricchezza di temi, splendidi e cantabili, e l’aura dolcemente romantica emanata da ogni nota. Il suono di Barbara Boni è così morbido – e il fraseggio così affabile – che faceva sognare e commuovere l’ascoltatore trascinandolo in un vortice di sentimenti ed immergendolo in uno stato di beatitudine e di nostalgia, tanto raro quanto prezioso; lo avvolgeva, travolgeva e sopraffaceva fino a sottrarlo alla realtà.

Un così potente coinvolgimento, sia dell’interprete al pianoforte che dell’ascoltatore poco distante dallo strumento, è assai difficile che si verifichi in una sala da concerto, con il pianoforte sul palco e il pubblico in platea. Il distacco fisico crea anche un distacco mentale e occorrono grandi doti comunicative per colmarlo. A distanza ravvicinata tutto è più naturale e spontaneo. Ma è ovvio che, se l’interprete non riesce a creare l’atmosfera magica e l’incantamento che sono il naturale esito dell’ascolto, la situazione si rovescia e una musica eseguita banalmente o sciattamente diventa molto più facilmente insopportabile!

Anche l’interprete, dunque, in un Hauskonzert si trova di fronte a un importante cimento, perché il pubblico diventa ipersensibile e la qualità dell’esecuzione viene potentemente esaltata, sia nel bene che nel male. Aumenta dunque l’impegno dello studio e la fatica della preparazione, e con esse il rischio di fallire, di non far accadere il miracolo. Per questo è un errore credere che una esecuzione “casalinga” sia meno impegnativa di una in sala da concerto, sia per l’interprete che per il pubblico. E la Boni, nell’occasione appena descritta, si è rivelata un’interprete attenta e raffinata, che non ha mai interrotto il dialogo con gli ascoltatori: in Schubert ha esaltato il carattere affettuosamente cameristico con cui quella musica è nata ed è arrivata sino a noi, da Chopin ha estratto l’inquietudine che gli ha segnato l’intera vita. Il pubblico alla fine ha chiesto due bis ed ecco ancora Chopin (il più vertiginoso dei suoi Walzer) e Schumann (Träumerei), quasi a voler mettere insieme quelle tre vite, tutte e tre brevi e tragiche, che nel cuore dell’Europa hanno profondamente segnato la prima metà del secolo romantico. 

Ma Milano, città europea, non potrebbe far rinascere la tradizione degli Hauskonzert

Nell’ottocento la pratica dei concerti, nelle case della migliore borghesia milanese e delle grandi famiglie nobili, era abbastanza diffusa; poi si perse durante la prima metà del secolo scorso e, finite le guerre, non ebbe più molti cultori. Chissà che ora, magari auspice Piano City, non si riesca a ritrovarne la voglia!

Paolo Viola

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