IL “TAFAZZISMO”, MALATTIA SENILE DELLA SINISTRA

Alla sconfitta nelle regionali liguri è seguito a sinistra un dibattito irreale, scomposto, autolesionista, come se tutto dovesse ripartire da zero, La spia di un malessere persistente, un riflesso condizionato dell’anima di una sinistra che, abituata a perdere, sembra attendere le sconfitte per compiacersi quasi dei limiti, degli errori, delle difficoltà, dei vizi. Una malattia dell’anima, un malessere profondo, che potremmo chiamare “tafazzismo”, tanto più diffuso tra chi, e sono tanti, è invecchiato tra le sconfitte, ed ha coltivato per anni un senso di responsabilità tanto opprimente da divenire senso di colpa.
Eppure, la Liguria non è la Lombardia, non il Lazio, la Campania o la Puglia o la Sicilia, o la Toscana o l’Emilia Romagna. E neppure il Friuli denso di imprese o la Calabria di patologie. Una vittoria o una sconfitta in Liguria, tantomeno per pochi voti, non cambiano le sorti della politica nazionale. La destra ha vinto di poco, perdendo quasi ovunque ma trionfando ad Imperia, dove un ex colonnello forzista, quello che non sapeva che gli era stata “donata” una casa di lusso con vista Colosseo, ha raccolto tanti voti da portare in trionfo Bucci. Questi i dati di realtà.
Un partito serio, una sinistra seria, dedicherebbe qualche ora ad una approfondita riflessione sullo specifico caso ligure, sui demeriti propri o le virtù altrui che hanno concorso ad un risultato negativo. E poi via “al lavoro ed alla lotta”. Non il PD invece, non la sinistra, che non si nega mai l’occasione per rimettere in discussione tutto e di più.
Il programma (naturalmente sbagliato), il candidato (naturalmente inadeguato), le alleanze (naturalmente contraddittorie), la visione di Paese (e quale poi), l’identità profonda (ma chi siamo davvero), e di nuovo ad interrogarsi, senza requie e naturalmente senza risposte, sul modello di partito (territorio o comunicazione), la politica fiscale, l’ambiente, e perché no la pace e la guerra. Un caotico sovrapporsi di piani di discussione, dove alla fine resta solo una certezza: “ciò che non siamo, ciò che non vogliamo” e forse neppure quella.
Non c’è nulla che appassioni a sinistra quanto il lacerante dibattito dopo una sconfitta, e più è confuso, più onnivoro, più autodistruttivo, e meglio è. Si esaltano tutte le frustrazioni, i narcisismi, i calcoli meschini, tutti i “l’avevo detto”, “avevo avvertito”, “lo sapevo, ma tacevo per non danneggiare”, infine il “vedete compagni”, birignao didattico paternalista di chi spiega ad altri quel che neppure lui sa.
Se in Italia lo sport preferito è la corsa al carro del vincitore, a sinistra stravince il gusto della lite tra chi prima “sapeva già tutto” e chi ora deve giustificare le scelte condivise fino alla chiusura dei seggi. E’ la Sinistra, bellezza. Mentre a destra, si lasciano le cose come sono, che stanno già bene cosi, a sinistra serve e giustamente la progettualità per cambiarle, solo che per molti questa dimensione creativa è il porto franco dove scatenare fantasie oniriche, pensieri inconcludenti, maldipancia mai sopiti, formulette buone per tutte le stagioni, suggestioni infondate, letture mal digerite, conti da regolare, un oceano caotico dove il general-generico sovrasta, spegne, distorce, il pensiero analitico basato sui fatti, l’analisi concreta della situazione concreta.
Così una sconfitta locale diviene presto disastro nazionale, naturalmente annunciato. Che spreco, quante energie buttate via in un patetico gioco di specchi, autoreferenziale ed inutile.
Origine ed approdo finale di questa disgraziata postura esistenziale e politica, è il “tafazzismo”. Dobbiamo al grande-piccolo Giacomo Poretti la maschera televisiva dell’ometto in tuta nera che si percuote ripetutamente l’inguine con una bottiglia, autolesionistica rappresentazione di quanti addebitano sempre a sé, alla propria parte politica, la responsabilità per non avere eliminato tutto il male del mondo.
È sempre colpa nostra, della nostra inadeguatezza, dei nostri limiti culturali e di elaborazione, dell’incapacità dei dirigenti che pure abbiamo scelto, della scarsa (o troppa) tenacia, della scarsa (o troppa) passione, della scarsa (o troppa) lucidità e via percuotendo e percuotendosi senza pietà, provando sì dolore ma ancor più gioia, godimento e soddisfazione intima infine nel ricevere la giusta punizione alle inemendabili mancanze, anzi meglio ai vizi.
Vizi è la parola giusta per dare conto del senso di colpa morale che oscuramente avvince e tortura tante povere anime della sinistra, affogate nella disperazione per non sapere, volere, potere, salvare il mondo, e con il senso di colpa il bisogno, anzi il desiderio, di espiare. Perché il “tafazzismo” è masochismo, dolore che punisce, certo, eppure eccita ed esalta nella sofferenza, ed infine redime.
Se il cattolicesimo ha inventato il “cilicio”, la creativa sinistra italiana s’è inventata il “Tafazzi”, la bottiglia ed il pannolone comunque a protezione. Masochismo “presuntuoso”, ché la colpa nasce dal narcisismo onnipotente per cui davvero tutto si può, basta volerlo o capirlo. E se il successo non arride, si deduce con evidenza aristotelica che qualcuno, noi o qualcuno vicino a noi, non ha potuto, voluto o capito, a sufficienza. Ed allora giù botte al basso ventre.
Contestare il “tafazzismo” di una discussione autolesionista significa che la sconfitta ligure non conta nulla, che è priva di ragioni, insegnamento e conseguenze?
Sarebbe miope negare, ma avveduto e produttivo delimitare i pro e contro sul contesto specifico, leggere con le ombre anche le luci che pure non mancano, senza spingere troppo oltre i termini circoscritti dell’analisi, della riflessione e del giudizio.
E quindi per ordine, la coalizione di centro destra ha raccolto il 48,77 % mentre nel 2020 con Toti il 56,13%. Quella di centro sinistra con Orlando ha ottenuto il 47,36 %, mentre nel 2020 Ferruccio Sansa era stato “premiato” con il 38,95. E’ un fatto, tra sinistra e destra gli equilibri si sono spostati di quasi il 10%. Il PD è primo partito e di gran lunga non solo tra le forze di opposizione ma in tutto il quadro elettorale.
Se poco più di un anno fa pareva destinato ad un declino senza rimedio, il test ligure ha mandato un discreto segnale contrario, anche se sempre di un contesto locale e non dei maggiori si tratta. PD partito che cresce e molto in Liguria, ma trova poco attorno a sé. Se AVS mantiene un discreto consenso, M5 Stelle affonda miseramente con il 4,5% contro il 7,78 % del 2020. Poco consenso, pochissimo, ai gemelli estremisti del centro. Calenda all’1,75%, di Renzi restano il deserto e la voce senza eco. Buona cosa, Guardando a destra, Bucci ha prevalso, certo, perdendo però nettamente a Genova, dove era Sindaco evidentemente non troppo amato. La sua promozione a Presidente della Regione imporrà le comunali a Genova in primavera. Si parte con un vantaggio del centro sinistra di 9 punti: riuscirà Tafazzi a perderli?
Al fondo, politicamente rilevante resta il nodo del rapporto con il popolo ex grillino. Disorientati tra il sogno anticasta dell’Elevato ed il realismo trasformista di Giuseppi, gli elettori M5S si disperdono, alimentando l’astensionismo. È un elettorato disilluso, profondamente scettico, cui non mancano profonde ragioni di sfiducia. Mentre la feroce lotta tra i due troverà un epilogo nei prossimi mesi, resta inesplicabile il futuro posizionamento del movimento.
Archiviata la Liguria, tocca ad Umbria e soprattutto Emilia Romagna, questa sì davvero regione chiave per la prospettiva del PD e dei suoi alleati (il campo largo, lasciamolo stare che porta sfortuna). La destra qui si muove a fari spenti, per non alimentare la mobilitazione del centro sinistra che fu la tomba di Salvini, “por nano”.
Si può guardare a queste amministrative. regionali e comunali, come tappe di un cammino politico lungo, complesso e tormentato la sua parte, da percorrere tutto intero per costruire le premesse di un cambio alle prossime politiche. Il Governo Meloni tiene, per ora, più per demerito altrui che per forza propria, ma tiene. Elly Schlein insiste con grande pazienza a tessere i suoi fili. Il passaggio è difficile ma la strategia evidente: battere sui temi sociali più sentiti (sanità, casa, reddito minimo…), trovare sempre maggior consenso ed anche su questo costruire alleanze di programma. Una trappola per Conte, da cui però bisogna ben guardarsi. Per il potere, solo per il potere, si è sposato prima con Salvini, poi con Letta, infine con Draghi per meglio punirlo. Domani chissà. Trump complice.
Si vedrà molto meglio in settimana, dopo il 5 novembre americano, elezioni quelle sì epocali, quelle sì che apriranno o chiuderanno nuove stagioni politiche, sempre sperando che qualche nostro Tafazzi non abbia motivo per addebitare solo a sé le cause di una grave sconfitta per il mondo democratico.
Giuseppe Ucciero
